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Il raffinato decano dei giochi verbali

Anacleto Bendazzi e i suoi libri

 

di Antonio Castronuovo

articolo tratto da e per gentile concessione di «la Biblioteca di via Senato», mensile di Bibliofilia e storia delle idee, (n. 107 – luglio 2019)

L’Emilia-Romagna annovera tra i propri indimenticabili preti una figura di riferimento come don Camillo, il quale – però – è un parto della fervida inventiva di Guareschi. Tra quelli reali spicca invece un fantastico romagnolo, il principe dei giochi verbali monsignor Anacleto Bendazzi. Non passava giorno che non ne creasse uno: aveva anagrammato anche il proprio nome e cognome in «Bazzecole andanti», titolo che fu poi assegnato a un libretto che ne ricorda i fasti letterari. Certo, non era quello il solo anagramma possibile: se infatti ci si mette di lena si ottiene da quel nome anche «Dante bazzica lone», dove l’ultimo è ovviamente il termine inglese che sta per ‘solo’, ed essendo Bendazzi nato il 25 gennaio 1883 nei pressi di Ravenna, città che accoglie la tomba di Dante, possiamo davvero concludere che là Dante bazzica lone.

Ma cominciamo dall’inizio, non senza riconoscere a Franco Gabici l’onore di essere stato il primo biografo del nostro monsignore, col l’adorabile libro Sulle rime del don: vita e inediti di don Anacleto Bendazzi (presentazione di Stefano Bartezzaghi, Ravenna, Essegi, 1996), volumetto che, oltre a fare il verso alle russe rive del Don, ricostruisce la vita allegra e geniale del prete e ne pubblica una serie di inediti. Il nostro Anacleto fu mandato bambino all’Istituto Sant’Apollinare di Ravenna e chi frequentava il convitto portava un berretto con la sigla I.S.A., che per gli studenti di altri istituti cittadini stava per «Isti Sunt Asini», vale a dire: questi sono gli asini. Il suo destino – guidato da una certa qual vocazione – fu poi quello di studiare nel Seminario di Ravenna fino al 1901 e di andare poi a Roma, dove si laureò nel 1905 in teologia: lo stesso anno fu ordinato sacerdote e qualche tempo dopo gli fu assegnata una sede parrocchiale in piena campagna ravennate. Quel compito gli risultò presto impraticabile: non tollerava di amministrare la confessione, e quando dovette farlo per la prima volta se ne scappò lasciando il biglietto «Vado via». Ciò non gl’impedì di salire la china della carriera ecclesiastica, fin quando, nel 1955, assurse al titolo di Cameriere Segreto Soprannumerario, carica a cui è dovuto il titolo di monsignore.

Non essendo adatto a fare il parroco, passò a insegnare greco, latino e tedesco nel seminario di Ravenna, ed è ricordato come campione di azioni stravaganti, tali da far coniare il neologismo bendazzeggiare, termine che per qualche tempo fece presa a Ravenna. La sua maestria nel giocare con le parole affiora già dalle Bizzarrie letterarie (Ravenna, presso l’autore nel Seminario di Ravenna, 1951; stampato dall’Officina Grafica Attilio Milesi e Figli di Milano), vertiginosa raccolta (in italiano e latino) di palindromi, anagrammi, acrostici, scioglilingua, sciarade, ambigrammi, tautogrammi, centoni e chi più ne ha più ne metta. La pubblicazione, in duemila copie autofinanziate, fu possibile grazie alla vendita di una Enciclopedia Treccani che don Bendazzi cedette a malincuore ma per necessità. Le Bizzarrie uscirono per la precisione il 15 gennaio 1951, data che scritta in cifre (15.1.51) diventa un palindromo numerico (cioè un numero che rimane uguale se letto da ambo le direzioni), cosa che l’autore sapeva benissimo, visto che caricava di valore ogni gioco creato dalla fatalità. In ogni caso, nel libro appare una Vita di Cristo in mille anagrammi (cioè di frasi diverse ma formate dalle stesse lettere), tra cui:

La passione e morte di Gesù Cristo – O sangue espiator, mister sì dolce!
Nell’orto di Getsemani – Sento dolenti lagrime.
Ecco la cosa inaudita – Un Dio è là accasciato!

Pur essendo questione giudicata secondaria dai più, Bendazzi riuscì anche a individuare parole italiane lunghe più delle ventisei lettere che Francesco Moneti aveva individuato nel 1677 (‘precipitevolissimevolmente’); scoprì infatti che ce n’erano anche di ventisette lettere: ‘incontrovertibilissimamente’ e ‘particolareggiatissimamente’. Nessuna eresia: lo stesso Dante, nel De Vulgari Eloquentia, libro II/7, segnala la parola di ventisette lettere ‘sovramagnificentissimamente’, aggiungendo che si tratta, per soprammercato, di un endecasillabo. Comunque Bendazzi ne indicò anche una di ventotto lettere, ‘anticostituzionalissimamente’, e con ciò scoprì un termine che sarebbe spesso applicabile alla vita politica della nostra povera Italia repubblicana.

Un altro genere di gioco linguistico è la poesiola Settembre, nel cui ultimo verso Bendazzi riesce a citare tutt’e quattro le stagioni:

Di settembre le ultime giornate:
L’Autunno è giunto già? Prima era Autunno?
Autunno? In ver no! Prima v’era estate!

 

Ma il nostro prete fu magnifico giocoliere di parole anche in altri sensi, ad esempio nella capacità di dilatare a dismisura un testo già esistente. Lo vediamo nel geniale allungamento della filastrocca «Apelle figlio d’Apollo / fece una palla di pelle di pollo / e i pesci venivano a galla / per vedere la palla di pelle di pollo / fatta da Apelle figlio di Apollo». Bendazzi non ne era soddisfatto e aggiunse:

 

Ma quel pollo chi mangiollo?
Ecco qua: pel padre Apollo
presto Apelle suo rampollo
cosse il pollo messo a mollo.
Fece poscia un picciol collo
e, trovato un francobollo,
sopra il collo per Apollo
colla colla collocollo.
Poi dubbioso su quel bollo
portò il pacco pel controllo
alla posta ed inoltrollo…
Con il pollo del rampollo
presto Apollo fu satollo.
O lettor, di rime in ollo
sei tu pure già satollo?
“Fino al collo!” – Sòllo, sòllo:
sonlo anch’io; per cui qui… crollo
con tracollo a rompicollo!

[continua]

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