Wuz, n.4, luglio-agosto 2004

 

Armando Audoli

 

Il padreterno dei nottambuli

Pierangelo Baratono

 

 

Imberbe e precocemente canuto, alto e ondeggiante, in testa un largo cappello floscio d’una stranezza tutta particolare e alle labbra una sigaretta in fila all’altra, senza tregua : noi possiamo immaginarcelo, a Genova, dandy perverso e infantile, passeggiare in nero per via Garibaldi, coll’andatura un po’ torva da ultimo bohèmien d’Italia; o, chiusi gli occhi, possiamo sentirlo scivolare via da un basso, dopo aver goduto la sofferta lussuria mercenaria, muto e rapido come l’ombra di un animale notturno, e poi strisciare fantomatico lungo i muri salmastri dei vichi strettissimi, dove -al primo rosa del mattino- quella tipica puzza inestinguibile si mescola con l’odore di focaccia calda e di boghe da poco pescate : odori portati appena, da una bava di vento.

Pierangelo Baratono : poeta profondo e nevrastenico, prosatore geniale ed eccentrico, impiegato frustrato fino all’ ultimo respiro. Il ‘padreterno dei nottambuli’ (così egli stesso amava sottolineare d’esser stato etichettato da qualcuno), il pipistrello, il figlio delle tenebre, il fantasma; l’erede spirituale di Crèbillon fils e di Voisenon, di Poe e di Villiers De L’Isle-Adam; il fratello di tutti i reietti, di ogni disperato. "Ma sino a ieri – confessava, illuso d’una svolta alla vigilia del suo debutto con l’editore Treves – ho vissuto tra gli uomini come un gufo…e, nel mondo dei sogni e dell’arte come un irregolare che, incapace di seguir le vie battute da altri, si graffi l’epidermide ai rovi, pur di aprirsi un nuovo sentiero".

Baratono. Ingenuo e irriverente, candido e immondo…giocondo, per indole paradossale; amaro e sorridente, forse, per non piangere. Il suo nome, accentato in modo piano, è progressivamente scomparso dai repertori ufficiali delle lettere di casa nostra : piano piano, verso l’oblio. Per bocca sua -una bocca insofferente, in gioventù sempre bagnata d’assenzio (più tardi sostituito dalla meno fatata birra, tracannata con furore dionisiaco)- parlava la cattiva coscienza di un secolo ancora bambino, ma già  vecchio nell’anima italica, larvato di buon senso borghese (un secolo nato senile, stanco). Il ‘maledettissimo’ Baratono, come era solito masticare Montale, in risposta al curioso di turno che gli domandava chi fosse stato a presentargli Sbarbaro. Già , il fraterno Camillo, compagno inseparabile di letture e di bordelli, che alla morte di Pierangelo stillò frasi intrise di lacrime e singhiozzi : "Alla vita così scarsa nel mantenere dovevamo pubblico ringraziamento d’averci fatto imbattere in quest’uomo. Per me questo è il maggior dono che dalla vita ebbi dopo quello d’esprimermi". La compagnia di Baratono quale unico conforto -a parte il talento letterario- nella stretta ossessionante dell’esistenza! Parola di Sbarbaro.

E proprio le parole di Sbarbaro, quelle indirizzate a Silvio Volta nella Lettera dall’ osteria, sembrano modulate su Baratono, con la suggestione della loro carica evocativa : "Per il mondo cambiato mi piloto, / nave che sbanda, al consueto porto. / Fuggir di gatti innanzi al passo sordo. / Rettangolo di luce, prepotente, nel vicolo che fruscia di fantasmi. / Acre odore, allo svolto, di cloruro".
Un maudit Pierangelo lo fu davvero, con tutte le carte in regola; lo fu nell’intimo e senza affettazione, nel sangue e per necessità , per costituzione; per nascita, avvenuta a Roma l’8 settembre 1880, dall’eporediese Alessandro Baratono e dalla fiorentina Ermelinda Rossi. Il padre si era, in un primo tempo, trasferito da Ivrea (e Torino) a Firenze, in coincidenza con lo spostamento della capitale del regno; a Firenze vide la luce Adelchi, il primogenito, l’astro intellettuale della famiglia Baratono. La famiglia dovette presto emigrare a Genova (ove fondò il ramo ligure dei Baratono), poichè già  nel 1897 Adelchi figurava -insieme, fra gli altri, a Diego Garoglio, Alessandro Giribaldi, Cosimo Giorgieri-Conti, Mario Malfettani, Alessandro Varaldo e Plinio Nomellini- tra i redattori e collaboratori fissi di ‘Endymion’, un notevole settimanale genovese di letteratura e arte, grondante simbolismo della prima ora e crepuscolarismo ante litteram.

In questo clima, ai tropici di un estetismo squisito e morboso, si temperò l’ipersensibilità  poetica del ragazzino Pierangelo. E ne uscì Sparvieri un volumetto di poesie aeree, per il vertiginoso slancio del lirismo rapace dei vent’anni, stampato in Genova coi tipi dello stabilimento cromolitografico Montorfano, in pieno 1900 : ad aprire il secolo. Splendide la copertina simbolista e l’acquaforte fuori testo (intitolata Dialogo antelucano), opere dello scultore e incisore genovese Edoardo De Albertis. Metà  delle liriche di Sparvieri erano del fratello Adelchi : nei tredici componimenti di Pierangelo si intuisce già  con chiarezza l’inclinazione della prosodia di Baratono, tendente all’ondolio narrativo, ma con improvvise impennate di canto spiegato. Memorabili le strofe de I perversi acutamente antologizzate da Glauco Viazzi : "Vanno i soliti perversi / coi grandi occhi senza moto / senza pianto, come spersi / in un sogno assai remoto. / Muovon l’orme alla preghiera / che li segue sul cammino; / si dilunga quella schiera / in un nastro serpentino"; un refrain esistenziale non solo estetico. Dopo Sparvieri Baratono non riunì più in alcun volume la propria produzione poetica (forse per deferenza per il genio di Sbarbaro), lasciandola sparsa qua e là  su riviste, se non manoscritta e inedita; su di esse ha chiosato bene Viazzi : "Con immagini ripetute, insistite, scrive mitologemi dell’ attesa, dell’ invocazione, di tra sonno e risveglio, nei modi del favolistico stregato, ipnotico, componendo piccoli racconti alla cui scrittura, circolare oppur rettilinea, è dovuta la motivazione, e significazione, del discorso".

Siamo agli albori del Novecento, che coincidono con i primi passi d’autore di Pierangelo, con le prime collaborazioni a ‘La Riviera ligure’ di Mario Novaro (dall’aprile 1902). Nel giugno 1902, a Genova, cominciava a uscire il giornale ‘Vita Nova’, sottotitolato ‘periodico di lettere, d’arte e di scienze’. Della rassegna quindicinale -una passerella di assaggi del più maturo decadentismo, diretta da Angiolo Arecca- Baratono figurava tra i redattori dal gennaio 1903, in compagnia dell’amico Ceccardo Roccatagliata Ceccardi, di Giribaldi e Lanza. Pierangelo, allora, si dava da fare pure come critico letterario sulle pagine neonate de ‘Il Lavoro’ : il suo primo articolo, Laus vitae nel tempo e nell’arte, apparve il 10 giugno 1903. Era stimolante quella Genova di primo Novecento, che rappresentava il terzo p
olo crepuscolare italiano (dopo Roma e Torino), e sulla quale aleggiavano le presenze di Campana, di Gozzano e di Lucini, talmenti attratti dal forte sentore di resine colanti del crepuscolarismo ligure. Genova : una città  d’adozione e d’elezione, l’idillio di una vita, lo sfondo ideale per le nevrotiche scorribande notturne del promettente Baratono, che le consumava consumandosi a fianco di barboni, alcolizzati e prostitute. Egli, nel 1906, entrò in qualità  di funzionario presso la direzione delle poste di Firenze; l’ 11 giugno spedì a Novaro Gli amici dello scopone "novella, ma veramente vissuta a fianco dei miei amici più cari". Letteratura veramente vissuta, oltre la pagina, nella realtà  e a un diapason esasperato, sempre sopra le righe : era un paradosso, questo, destinato a non risolversi fino alla morte; burocrate per stretta necessità , Pierangelo non faceva distinzione tra vita e arte : e ciò per un ben più impellente bisogno d’anima.

Il 1907 fu l’anno di Ombre di lanterna, seconda opera di Baratono, pubblicata dalla Libreria Editrice Moderna di Genova e stampata dalla Tipografia Moderna di Castrocaro. Nella superba copertina di Federico Maragliano c’era tutto Baratono : un ego sinistro e malato, un eccesso di interiorità  anchilosato e spettrale. La silloge di 33 prose (molte delle quali già  apparse in rivista), che riprendeva il titolo da una sezione di Sparvieri, era un ventaglio spiazzante e funereo di temi prediletti, un campionario abnorme di mostruosità , in puro stile Baratono : adolescenze violate e violentate, soliloqui di straccioni, ritratti di buoni a nulla, progetti di omicidi, congressi di pazzi, racconti di topi, sdoppiamenti di personalità , esaltanti idee demoniache.

Nel marzo del 1910 le poste destinarono Baratono a Grosseto, e nel 1912 a Roma. Qui ricevette una copia di Murmuri ed echi di Mario Novaro al quale rispose il 13 giugno : "Appena potrò, cioè fra due o tre mesi, stabilendomi a Genova (e ne ho buon affidamento) scriverò con gioia di questo volume". Sul secondo numero de ‘La Liguria illustrata’ (febbraio 1913) -il sottovalutato mensile diretto fino alla fine (ottobre/novembre 1916) da Amedeo Pescio- spiccava invece Otello o il calcolo delle probabilità , un testo anticipatore della seconda maniera di Baratono, poi inserito assieme ad altre novelle, ne La giostra dei fantocci, lavoro dedicato a Virgilio Brocchi e pubblicato da Treves nel 1922 nella collana ‘Le Spighe’.
A proposito, sia detto per inciso, a coronare il rapporto tra Baratono e Treves fu un’ intercessione di Francesco Pastonchi, dalla quale spuntarono nel 1920 i Commenti al libro delle fate, prodezza d’ intelligenza acuta e moderna, in cui Baratono giungeva a capovolgere parodisticamente la morale di alcune fiabe classiche, trasformandole in gioielli di perfidia e di ironica sprezzatura : "Nobile amico -scriveva Baratono nella dedicatoria a Pastonchi- ricordate i Capricci del Goya ? Smorfie di megere innanzi al beffardo specchio di illusioni, piccole dita di fanciulle agilmente occupate a spennar pollastrini, musical gioco di scimmiotti per allietare gli ozi di re Ciuco, infine tutte le umane miserie raffigurate, tra macchie d’ ombra e chiazze di luce, in una serie di acqueforti tremendamente vere nonostante la veste fantasiosa, profondamente tristi sotto la maschera gaia".  Ecco la seconda maniera di cui si diceva, ingemmata di arcaismi : un modo e una poetica maggiormente acri di sarcasmo, più ghignanti e meno commossi, meno intonati alla luce morente del crepuscolo, un misto folle di Boccaccio e Laforgue.

Ma muoviamo un passo indietro e torniamo alla metà  degli anni Dieci allorchè Baratono si era impegnato a dirigere, per gli editori Bertelli e Veraudo di Perugia una raffinata collanina, presto abortita, di ‘Classici dell’amore’ : un controcanto erotico e satanico ai ‘Classici del ridere’ del troppo diffidente Formiggini, scettico soprattutto nei confronti dell’elemento notturno del trasgredire di Baratono. Nel 1914 la Tipografia Sociale di Pinerolo stampò, per conto della Libreria Editrice Moderna, Bob e il suo metodo un libro ornato con garbo da Luigi Paradisi (altrimenti noto come Lupa). La fatica di Pierangelo non ebbe i risultati sperati, la critica fu tiepida e qualche amico addirittura velenoso : "Ho letto il Baratono -sibilava Boine da Porto Maurizio, il 4 febbraio 1914, rivolgendosi a Novaro- è una faccenda inconsistente, condita con dell’ amarezza sarcastica, un po’ da impiegato scontento. Qualche tratto buono c’è ed anche qualche intero capitolo…ma nè io nè te ci saremmo sognati mai di esalare la nostra lungamente saputa ironia in questo modo dinoccolato". Dinoccolato è l’aggettivo giusto per sintetizzare Bob e il suo metodo : un lungo autoritratto nelle vesti beffarde di uno sfaccendato ozioso e indolente, pigro e stanco, che si inventa di giorno in giorno un sistema per sopravvivere.

Lo scoppio della grande guerra non mancò di intaccare l’attività  creativa di Baratono, che, il 16 febbraio 1916, mendicava al paziente e ricchissimo Novaro : "Veda se, in questi tempi di angustie, per chi come me s’è visto mancare improvviso quasi ogni guadagno della penna, Le sia possibile fare uno strappo alle abitudini inviandomi il solito compenso". Fu quindi la volta di Padova, per il trasferimento all’ ufficio postale ‘Arrivi e Partenze’. Nella desolazione padovana, Pierangelo fu raggiunto di corsa dal consolatore Sbarbaro, alla prima licenza militare, testimone che l’amico abitava "manco a dirlo, in via Musaragni…via rallegrata da una casa ospitale". Ma Baratono continuava a brontolare imperterrito che il soggiorno a Padova costituiva un doppio disastro : intellettuale e finanziario. Egli chiese allora di andare al fronte come volontario di guerra; la domanda venne però respinta a causa della sua funzione di dirigente postale utile nelle retrovie.

Il 16 maggio 1917 morì Boine e Pierangelo si offrì, invano, come titolare della rubrica di recensioni ‘Plausi e botte’ tenuta dal critico scomparso su ‘La Riviera ligure’. L’ennesima frustrazione. Una lieve consolazione gli giunse dalla possibilità  di tornare a Genova al concludersi del conflitto mondiale. Dopo la chiusura della gloriosa ‘Riviera Ligure’ Pierangelo si mise a raccogliere e a studiare le opere disperse dell’amato Ceccardo, spirato il 3 agosto 1919. I suoi studi su Ceccardo Roccatagliata Ceccardi confluirono successivamente in un’ antologia, Sillabe e Ombre, pubblicata da Treves nel 1925 e introdotta da un saggio biografico (Il viandante tragico) che resta una delle cose più riuscite e intense dell’ intera produzione di Baratono. Il ritorno a Genova gli propiziò la collaborazione alla ‘Gazzetta di Genova’, mensile attento alle più svariate attività  culturali liguri : il direttore, Giovanni Monleone, chiamò subito Baratono e con lui il giovane amico Sbarbaro. Bel colpo !

Pierangelo aveva un vero e proprio trasporto per l’ infanzia, colta in tutta la sua freudiana ambiguità , e tale trasporto lo sublimò in una delizia prosastica, ufficialmente ‘per bambini’ : Corella e Tanino il furbo. Il libro, impresso a Como dalla tipografia Arti Grafiche Bari & C. il 10 gennaio 1924 e firmato dall
a Casa Editrice Imperia di Milano, era impreziosito da quarantotto figure speciose e divertenti del satirico Cirillo.
A quel tempo Baratono pensava intensamente a una riflessione sul proprio idolo, par excellence, Edgar Allan Poe. E, col becco di chi non si arrende, la propose al duro Formiggini, il 5 gennaio 1924 : "Vuoi che ti prepari per i tuoi ‘Profili’ la biografia interessantissima di Edgar Poe ? Avrei un gran desiderio di scriverla. Ma quale sarebbe il compenso ?". La perseveranza è sovente premiata : Formiggini accettò, finalmente, e il 31 marzo 1924 Pierangelo gli consegnò il lavoro, che, comunque, lasciò perplesso l’editore. Il ‘Profilo’ di Poe, l’ ennesimo (il più bello) autoritratto sotto mentite spoglie, fu la settantunesima uscita della nota collana. E’ da notare che la relazione, non semplice e perlomeno ambigua, tra Baratono e Formiggini si risolse soltanto un paio d’ anni dopo la morte del primo, nel 1929, quando -per rimediare al senso di colpa e in ossequio al fratello Adelchi- l’ editore si decise a pubblicare, nei ‘Classici del ridere’, con disegni di Antonino Traverso, quel mai digerito romanzo intitolato Il Beato Macario, vicenda tragica e ‘mattacchiona’ di un soggetto sfortunato e scentrato, degna del miglior Carmelo Bene e da molti giudicata il capolavoro di Baratono. Meglio tardi che mai.

Da un pezzo Pierangelo si muoveva -seppur con ironia- in odor di zolfo : Mefistofele era il suo dio, un dio carico di reminiscenze pagane, un dio che lo chiamava e richiamava, facendo leva sull’ elevato potenziale autodistruttivo dello scrittore impiegato. Egli si sentiva inseguito, "a passi di lupo", dalla morte. E s’ affrettò, dunque, a dare alle stampe la travolgente Schidionata per Messer Satana, tirata in 1200 esemplari numerati nell’ officina dell’ Istituto Italiano d’ Arti Grafiche di Bergamo, e uscita nel 1924 col marchio genovese ‘Edizioni M. di Terlizzi’. Le illustrazioni del libro, oltremodo seducenti, furono il canto del cigno del pittore Cirillo. Una ‘schidionata’ : una sfilza di luciferine narrazioni, in omaggio alla tradizione arcana e arcaica dell’ oralità ; uno spiedo (uno schidione appunto) di racconti incastrati uno nell’ altro, inanellati, come le Metamorfosi di Apuleio, come Le mille e una notte.

E siamo in dirittura d’arrivo, alla stretta finale : era inevitabile, quasi dovuto, un atto estremo d’ amore per Genova, la città  che aveva rubato il cuore a Baratono, il luogo dell’ anima ove lui -per beffa finale- non ebbe, in ultimo, il bene di spegnersi. Genova a lume di naso, pronto il 20 marzo 1925, volume edito nuovamente dalla Libreria Moderna, aveva il suono di un poema in prosa declinato in un periodare denso di pathos, rotto dalla commozione e spezzato come il fiato di chi stia per andarsene. La parte visiva del libro venne affidata all’ estro partenopeo di Giuseppe Giglioli, autore nel 1911 della copertina del più che raro Resine, l’ esordio rinnegato di Sbarbaro.

Tre curiosità  da segnalare prima di chiudere, in ordine cronologico : uno studio introduttivo steso per una rara edizione del romanzo breve Amore canta e uccide di Adriano Weiss di Valbranca (Como, Tipografia Cooperativa A.Bari, 1921); la curatela e la relativa traduzione del Tribolato Bonomo di Villiers De L’Isle-Adams (Milano, casa editrice Imperia, 1923, maliosa copertina di Biazzi); e un rècit apparso sul quindicinale di Pitigrilli ‘Le grandi firme’, La moglie e i suoi beni (16 aprile 1926). Completamente ignorato, lo suggeriamo en passant, il teatro di Baratono : non più che qualche breve piéce, seminata tra ‘La Riviera ligure’ e ‘Le opere e i giorni’ di Mario Maria Martini.

Nel 1926 Pierangelo ottenne la nomina di capo ufficio delle Poste centrali di Trento : fu una maledizione, una condanna. Gli amici lo andavano a trovare laggiù, ma lui si accendeva solo più a sprazzi, spiazzato dal compassato rigore austroungarico dei trentini. Il 2 ottobre 1927 ricevette la bramata notizia dell’ imminente trasferimento a Firenze : "Vado via per sempre da Trento -annunciava squillante a Sbarbaro- vengo quindici giorni con voi, poi a Firenze ! Non so come mi tengo da abbracciare questa gente composta che passa per strada". "Lo vedo in quell’ ultimo giorno della sua vita – fu il commento postumo di Sbarbaro- come lo vedemmo la volta di Merano; che, nel muovere verso la serata piena di promesse nella città  nuova, ebbe un attimo, nella baldanza  del passo un accenno di danza che mi strinse il cuore in quell’ uomo di 46 anni". Quale struggimento ! Lo stesso 2 ottobre 1927, di notte, il cuore di Pierangelo non resse, e si fermò. Per sempre. Un giornalista del ‘Lavoro’, tre giorni dopo, dava notizia di un probabile malore accusato da Baratono già  nel tardo pomeriggio e proseguiva : "La mattina successiva le signorine Pigarelli, presso le quali teneva la stanza in affitto, non vedendolo uscire, avevano bussato a più riprese e senza ottenere risposta : allarmate si decisero a far abbattere la porta. Il Baratono giaceva cadavere nel letto, composto e sereno; la morte, come accertò il medico, era succeduta immediatamente al sonno, per paralisi cardiaca".
La salma di Pierangelo fu traslata e tumulata a Ivrea : il padreterno dei nottambuli taciturni era muto, irrimediabilmente muto, come la sua musa isterica, adolescente corrotta e mai cresciuta, dea capricciosa e volubile, maniacale, sensibile sì al fascino maledetto dei francesi prediletti, ma felice soltanto di cantare -di nascosto- con l’ accento genovese.

  

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