Il folium era bianco, l‘atramentum nero: rimane vero dell‘indovinello veronese il distico «alba pratalia araba […] negro semen seminaba», ma il vomere dell‘aratro si è perfezionato.

La sfida bianco-nera, tra l‘inchiostro e la pagina, venne esaltata  quando alla mano dell‘amanuense, alla unicità  di testo, si affiancarono e poi subentrarono i caratteri mobili, il torchio, l‘impressione, e nacquero, non un libro, ma dei libri a stampa, con il biblion per antonomasia, le/la Biblia, con le opera dei classici latini e greci, con Dante e Petrarca, con il Polifilo, l‘Orlando furioso, l‘Epistola del Trissino, con i manuali di preghiera e di commercio, e con i fogli volanti di frottole e ottave, per le ultime notizie delle troppe guerre. La moltiplicazione dei testi generò in molti una più democratica tentazione della bibliofilia, sotto la protezione, i chierici religiosi di san Gerolamo, i chierici laici di Francesco Petrarca.

Un povero bibliofilo, anzi un bibliofilo povero che entri nella Casa di Alessandro Manzoni, per percorrere, nella cornice della Sua biblioteca, le cento tappe in cui gli amici della Pontremoli hanno scandito il tour letterario del nostro Novecento, si iscrivono, senza oneri, al circolo ‘pickwickiano‘ dove discettare con don Ferrante e don Chisciotte, questi prima del rogo dei suoi poemi cavallereschi, l‘altro prima della dispersione di rari titoli e preziose legature sui muricciuoli.

Un medesimo tarlo rode l‘animo dei fedeli all‘amor libri, i pochi che si curano con l‘acquisizione, i molti che si dedicano alla contemplazione.

La diagnosi del groviglio bibliofilico è spesso autodiagnosi, talvolta anticipata e estesa a un famigliare, più spesso sottaciuta. I primi sintomi insorgono, nel bibliofilo povero, durante gli anni universitari, ascoltando alcuni maestri lezioni, frequentando le biblioteche storiche, l‘Ambrosiana, la Braidense, la Trivulziana, la Sormani, magari tentati dalla imitazione di Guglielmo Libri, condannato dal cognome alla bibliocleptomania.

Quando si scopriva, magari su un incunabolo, certo su cinquecentine e seicentine una nota di possesso a penna, e si constatava che le norme biblioteconomiche e burocratiche offendevano con etichette e la tenace pece della colla legature d‘arte e copertine o sovracopertine di artisti, e con i timbri di possesso non sempre il retro di mirabili xilografie o litografie, si pensava di salvarne egoisticamente i valori.

Da giovani laureati – memori del portiano don Rocch, che giocava a primiera le esequie un mese prima di celebrarle ““ nell‘imminenza del ventisette, si visitavano timidamente i rustici antiquari, che non ci facevano accomodare nella sala riservata ai grandi collezionisti, quelli a cui porgevano il cappello e il soprabito. Che emozione trovare una prima edizione di  Gadda, Montale, Calvino, e trovare una delle copie intonse di Tessa. L‘è el dì di mort, alehgher! Non disponendo del lasciapassare di Mammona per accedere ai santuari del Polifilo o di Mediolanum, e tanto meno da Chiesa, ci si illudeva che il burbero signor Malavasi piuttosto che il più burbero signor Manusé fossero dispiaciuti di non poter regalare, al povero untorello, quella prima edizione. Si rimuoveva, innocenti, un infame mormorio, che il circuito mercantile dei libri rari fosse alimentato dalla alterna sorte delle tre d death, debt, divorce, traslati per noi italiani come defunto, debito, divorzio, e sintetizzabili in disgrazie

Angelo Stella

In occasione della mostra alla Casa Manzoni, a Milano, dal 14 al 18 marzo 2012

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