Wuz, n.4, luglio-agosto 2006


Pasquale Di Palmo

Il libro del teppista
Ottone Rosai


La figura del ‘teppista’ sembra caratterizzare le opere delle avanguardie che operano nei primi decenni del Novecento, in particolare del futurismo.
Non soltanto il movimento italiano capeggiato da Marinetti che conduce un’ acerrima battaglia contro quello che viene definito il passatismo borghese carico di valori considerati reazionari e anacronistici, ma anche i rappresentanti del futurismo russo, in particolare Majakovskij e Chlèbnikov (ma si pensi anche all’opera di Essenin che, pur avversando certe prerogative di quel movimento, arriverà  ad incarnare il modello del ‘teppista’ metropolitano e a intitolare emblematicamente una sua raccolta poetica Confessioni di un teppista nel 1921).

Non è il caso qui di dilungarsi sulle differenze, soprattutto di carattere ideologico, che intercorrono tra il futurismo russo e quello italiano, anche se le analogie non si possono esaurire nel comune tentativo di sprovincializzare la rispettiva cultura di provenienza con opere provocatorie e innovative.
D’altronde non si può non considerare che, sul piano dei risultati letterari, i futuristi italiani possono competere solo a tratti con quanto è stato fatto in Russia. Ma, al di là  delle indubbie affinità  e contrapposizioni esistenti tra i due movimenti, ci preme in questa sede rilevare il fascino esercitato in una determinata temperie storica dall’immagine, sovversiva e trasgressiva al tempo stesso, del ‘teppista’, che arriverà  pericolosamente a collimare in Italia con quella dello squadrista fascista.

Giuseppe Nicoletti (in Ottone Rosai, Il libro di un teppista. Dentro la guerra, Editori Riuniti, 1993) annota al riguardo : “Accanto al giovane Rosai che già  nell’ Autoritratto in figura di teppista (1912) si era raffigurato con bellicosa quanto ingenua compunzione, esibendo fra l’altro un vistoso coltello stretto tra i denti, anche altri scrittori si erano dati, seppure in misura e modi diversi, al teppismo, illudendosi di poter interpretare il potenziale sovversivismo di un soggetto sociale, di certo emarginato e desideroso di riscatto, ma fatalmente mitizzato nelle sue prerogative e ascendenze popolari.
E così se Papini, dopo aver fatto professione di ‘teppista’ nel suo Discorso di Roma pronunciato al teatro Costanzi nel febbraio del ’13, propone poi un’apologia della ‘teppa’ a proposito dei moti rivoluzionari della ‘settimana rossa’ del giugno 1914, Soffici dipinge l’olio Natura morta con teppista, Dino Campana scrive Notturno teppista, poi compreso nei Versi sparsi, e uno scrittore filolacerbiano come Ugo Tommei, già  direttore della rivistina ‘Quartiere latino’, pubblica una Elegia per il povero teppista“.
Rosai tuttavia, appare un ‘teppista’ più credibile degli altri, in virtù soprattutto della sua formazione di autodidatta e della spregiudicatezza con cui affrontò la vita artistica e letteraria del tempo. Non è un caso che le sue prime prove in prosa risentissero dell’ambiente ‘furbesco e postribolare’ chiamato in causa dallo stesso Nicoletti, laddove il turpiloquio e la bestemmia si cadenzano, come un ritornello di bassa lega, sulle espressioni dialettali più autentiche e schiette.

Non bisogna sorprendersi perciò che Rosai incarni idealmente, nell’ambiente fiorentino raccolto intorno ai tavolini delle Giubbe rosse, il modello del ‘teppista’, anche se in realtà  fu un futurismo sui generis.
Il pittore fiorentino aveva aderito infatti a quella frangia di pittori futuristi ‘eretici’ che faceva capo a Soffici, Papini e la rivista ‘Lacerba’.
I lacerbiani, nonostante la loro iniziale adesione al futurismo, si distaccarono in seguito polemicamente dalle direttive di Marinetti, per orientarsi sempre più verso un impegno di tipo politico e in favore di una campagna interventista dai toni oltranzistici.
E proprio dalle pagine di ‘Lacerba’ il giovane Rosai pubblicherà  la Canzone teppistica, un componimento popolaresco triviale preceduto da un testo di Soffici : “Amico Rosai, pittore e bécero, ricantaci qualche cosa che faccia pensare alla possibilità  di una teppa, ad un lirismo bordelliere ed ergastolano”.

E’ logico che con simili presupposti il giovane Rosai non potesse non rimanere affascinato dalla guerra – sola “igiene del mondo” – come Marinetti aveva definito il primo tragico evento bellico.
Arruolato nel reparto dei granatieri, Rosai racconta nel Libro di un teppista le vicessitudini che hanno contrassegnato la sua esperienza sul fronte, le sue inquietudini di fronte all’inerzia di una guerra dai risvolti imprevedibili, la sua rabbia per i cosidetti ‘imboscati’ che si permettono di fare la morale a chi va a morire in trincea, senza una parola di conforto.
Il volume, pubblicato dall’amico Attilio Vallecchi nel 1919, presenta una copertina che può risultare fuorviante rispetto al contenuto del libro : per il suo indiscutibile fascino si può considerare, a tutti gli effetti, come una delle più suggestive e riuscite della produzione editoriale novecentesca.
Sotto il nome dell’autore, riportato senza patronimico, figura il titolo che, ad un certo momento, anzichè scorrere orizzontalmente  scende per mancanza di spazio, le ultime tre lettere precipitano addirittura verticalmente verso il basso, ricordando il procedimento irregolare della scritura infantile.
E ai bambini (o agli alienati) rimanda anche il disegno sottostante che riproduce un uomo (il ‘teppista’ del titolo?) che aggredisce con un coltello in pugno una donna elegante; sul bordo del sentiero un cane e un gatto stilizzati osservano placidamente la scena;  sullo sfondo si nota una casa alla cui finestra è esposta la bandiera italiana, unico riferimento al patriottismo e ai valori nazionalistici di cui il libro è impregnato.

Basterebbe dunque confrontare questo disegno ‘sbilenco’, tipico dell’autodidatta, con le studiate rese grafiche delle copertine dei libri futuristi per rendersi conto della profonda differenza che caratterizza l’opera di Rosai rispetto alle sperimentazioni dei sodali di Marinetti.
Nonostante avesse aderito al movimento futurista, sotto l’influsso degli amici fiorentini (in particolare di Soffici), il pittore toscano non si può considerare come un esponente ortodosso dello stesso movimento. i disegni stessi di quel periodo, ispirati al mondo della guerra, testimoniano una sensibilità  lontana mille miglia rispetto a ciò che affascina i futuristi, al mito della velocità  e delle macchine.
Si pensi allo schizzo a lapis e penna del 1915 con la scritta sottolineata “Son sempre vivo” o al bozzetto per il numero ‘negro’ del Centone del febbraio 1919.
Qui ricorre il medesimo stile, semplice e ingenuo, che contrassegna il disegno presente nella copertina del Libro di un teppista. Sembrano le opere di un idiota, di uno sprovveduto, molto distanti dalla retorica nazionalista che domina le composizioni dei futuristi e gli stessi libri sulla guerra di Rosai.
Non è un caso che Sandro Dorna parli, a proposito del disegno di copertina del Libro di un teppista di “una tecnica che oggi definiremmo graffitista”.
Il volume, brossura di 86 pagine, costituisce l’esordio narrativo di Rosai, se si eccettuano alcuni contributi in vernacolo apparsi sulla rivista ‘Lacerba’.
Scritti a caldo subito dopo la guerra (ma alcuni inserti diaristici, in cui sono molto presenti sia le tipiche cadenze dialettali di quel periodo sia alcune suggestioni futuriste, sono stati composti in presa diretta sul fronte), i testi confluiti nel Libro di un teppista risentono dell’influsso di Kobilek, diario bellico pubblicato da Soffici nel 1918 presso Vallecchi, di cui Rosai poté leggere le anticipazioni apparse l’anno precedente su ‘La Nazione’. Tanto che, in una lettera del 16 ottobre 1917, Rosai scriverà  all’ autore : “Il tuo diario di guerra è il più bello di quanti ne siano stati scritti. Ho vissuto qualche ora di felicità  leggendolo”.

Il libro di un teppista è diviso in tre parti, intitolate rispettivamente Coscritto, Verso la guerra e Appendice. Come nel Kobilek, Rosai adotta un procedimento narrativo di tipo diaristico e gli spunti vengono spesso offerti dalle lettere che il pittore spedisce a casa dal fronte. D’altronde si può rilevare che l’iniziale entusiasmo per l’esperienza bellica sia stato progressivamente ridimensionato in favore di una più pacata e sofferta partecipazione con il destino di tanti giovani caduti o feriti in battaglia.
Nicoletti (nell’opera citata più sopra) rileva : “Non si ferma qui, a questo dato puramente esteriore, la possibilità  di giustificare un rapporto di ‘parentela’ fra il Kobilek di Soffici e il libretto di Rosai, certo composito e affrettato nella sua primitiva compagine letteraria, ma ricco di suggestioni e di una sostanziale verità  documentaria. Intendiamo riferirci a quella sorta di mutazione ideologica cui ambedue gli scrittori sono costretti dall’esperienza diretta della guerra e cioè a quel faticato passaggio da una concezione astrattamente vitalistica dell’evento bellico, adottata durante il loro impegno interventista, e da parte di Rosai anche in alcuni tratti delle sue lettere, ad una più oggettiva considerazione della guerra, intesa come prova collettiva e dominata da un senso di tragica casualità  e non semplice occasione di un exploit individuale”.

Anomalo appare anche lo stile di Rosai, ricco di anacoluti e improprietà  sintattiche, dove le espressioni popolaresche più strette sembrano contaminarsi con le suggestioni parolibere dei futuristi. Lo si scopre in questo significativo passaggio che sembra ispirato ai divertissements di Palazzeschi : “Il solito vento passava strisciandosi al suolo; a tratti a tratti trascinava con sé, ora un suono di campana lontano, dopo un canto di gallina vanesio, incassandoci fra un chi…chiri…chi… le prime voci di sve…chi…glia…chiri…
fuo…chi…ri…dan…ri…den…chi…Gra…don…natie…don
…ri!!!
Ad un tratto il vento è cessato ed ho potuto ascoltare Sveglia Granatieri! Fuori! Don-dan-don-den-dan. Chicchirichii! “.

Nel 1930 esce, sempre da Vallecchi, la ristampa del Libro di un teppista, con un disegno in copertina che riproduce un elmetto e un moschetto appoggiati a una sedia, sicuramente più rigoroso dal punto di vista tecnico ma meno avvincente dello schizzo dell’edizione originale.
Nello stesso anno vede la luce anche Via Toscanella, sulla copertina  un disegno che riproduce, attraverso la tecnica del collage, l’insegna della via sul muro e la scritta, in inchiostro rosso, ‘W Ottone Rosai’.
Il volume contiene 36 illustrazioni dell’autore, di un ritratto dello stesso eseguito dall’amico Mino Maccari e di una prefazione di Ardengo Soffici.
Le brevi prose di Via Toscanella segnano la profonda distanza che le separa dall’atmosfera del libro d’esordio, con un recupero da parte di Rosai, di una dimensione poetica legata alla illuminazione provata davanti a un semplice elemento naturale : un albero, una casa, il fascino esercitato da una strada incassata tra due fila di vecchi edifici fatiscenti.

Nel frattempo, dopo esser rimasto colpito dalla lettura del Taccuino di un volontario di Giani Stuparich, originariamente apparso sulla ‘Nuova Antologia’ e, nel 1931, in volume da Treves con il titolo di Guerra del ’15, Rosai decide di riscrivere con maggior ponderazione il Libro di un teppista : “Nel 1930 parendomi il Teppista un po’ troppo affrettato e scheletrico ed essendomi tutti quei fatti messi a giusta distanza dalla memoria trovai opportuno ricominciare l’opera soffermandomi più a lungo nella descrizione e creando così un complesso più comprensibile e maggiormente armonico.
A fine di lavoro tra i tanti titoli che mi proposi Dentro la guerra mi parve il più aderente”.

Probabilmente Rosai rimase colpito dall’intenso ritratto (ora in Il ritorno del padre, Torino, Einaudi, 1961), che gli fece l’autore triestino, incontrato al tavolo delle Giubbe Rosse prima dello scoppio della guerra : “Sono stato preso dal torpore; mi riscuote una strana voce che mi pareva provenire da un sogno, una voce conosciuta ma legata al ricordo di cose lontane. Oh, non tanto lontane : è Ottone Rosai. La meraviglia di vederlo quassù anche lui granatiere : ci abbracciamo; chiamo Carlo. Finalmente ci ha trovati; aveva saputo di noi, ch’eravamo a Monfalcone col primo granatieri, a Firenze, in licenza, dopo che era stato ferito; da quando è tornato al fronte, ci cercava. Ferito subito, nei primi giorni di combattimento, come Scipio; non bene ancora guarito aveva voluto ritornare, ma quale delusione, quale tristezza : egli aveva conosciuto soltanto il periodo eroico dell’avanzata e non immaginava mai la vita snervante della tricea; in quale stato aveva ritrovato la brigata!…Rosai ci lascia : lo guardiamo allontanarsi e sparire fra i pini; sento ancora nella mano la stretta della sua mano”.

Lo stesso incontro e il ferimento di Scipio Slataper, indimenticabile autore del Mio Carso, saranno descritti da Rosai in Dentro la Guerra, che apparve prima a puntate sulla ‘Vita nova’, e in seguito, dopo il rifiuto dell’editore Carabba a causa di sopraggiunti problemi con la censura, ospitato da Ungaretti nei ‘Quaderni di Novissima’ nel 1934, in un’edizione di appena 148 esemplari.
Rosai fu costretto a rimaneggiare il testo e a sopprimere gli ultimi due capitoli, riproposti nella ristampa del 1993 degli Editori Riuniti che ripristina la lezione originale apparsa su ‘Vita nova’.

Nel 1951 vede la luce per Vallecchi il Vecchio autoritratto che raccoglie la trilogia di Rosai Il libro di un teppista, Dentro la guerra e Via Toscanella, oltre a un paio di prose giovanili apparse su ‘Lacerba’.
Il volume, rilegato e con una sopraccoperta che riproduce l’Autoritratto in figura di teppista, è stampato in 1050 esemplari numerati ( 50, da I a L, fuori commercio).
Ogni copia reca la firma autografa dell’autore sotto l’autoritratto che figura nel controfrontespizio.
Il libro è arricchito da 32 tavole di Rosai e da una prefazione di Carlo Bo : “Dentro la guerra resta, per ora, il capolavoro di Rosai e uno dei libri più belli che abbia ispirato la prima guerra mondiale”.

Quattro anni dopo, nel 1955 Rosai pubblica una nuova edizione del Vecchio autoritratto con il nuovo titolo Ricordi di un fiorentino, impreziosita da otto nuove illustrazioni. Naturalmente il primo testo che ripropone non può che essere Il libro di un teppista.
Ma il fascino che emanava da quel semplice libricino in brossura del 1919 si è ormai irrimediabilmente perduto. Come la figura del ‘teppista’ che, nell’epoca dissennata della serialità  e della globalizzazione, ci fa ormai a malapena sorridere.

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