I romanzi rosa e il ruolo della donna

La dieta delle orfanelle

di Piero Meldini

articolo tratto da e per gentile concessione di «la Biblioteca di via Senato», mensile di Bibliofilia e storia delle idee, (n. 103 – febbraio 2019)

L’interesse bibliografico del Fondo Lanci della Biblioteca Gambalunghiana di Rimini sta tutto nella coerenza e nella rarità dei suoi titoli, che appartengono esclusivamente a generi che sia le raccolte pubbliche sia quelle private hanno volentieri trascurato. Comprende infatti oltre cinquecento pubblicazioni, datate perlopiù tra la seconda metà degli anni ’30 e la fine degli anni ’40, destinate alla formazione spirituale, morale e sentimentale delle giovani cattoliche. La raccolta, costituita dalla dirigente della Gioventù femminile di Azione cattolica Wanda Lanci (Rimini 1920-1984), include – oltre a manuali di educazione religiosa e catechesi, a operette edificanti e a testi finalizzati a regolare i comportamenti di signorine ‘per bene’ e timorate di Dio – anche un buon numero di romanzi rosa. I più di case editrici e collane d’area cattolica, ma anche, seppure in numero limitato e sotto stretto controllo, di case editrici non confessionali.

Ritroviamo quasi al completo, pertanto, le collane “I romanzi del biancospino” e “Il fiordaliso” della Pia Società San Paolo, con la massiccia presenza, in entrambe, di Delly (pseudonimo sotto il quale si celavano, com’è noto, i fratelli Marie e Frédéric Petitjean de La Rozière, due maturi aristocratici della Vandea); ritroviamo altresì la “Collezione di romanzi” della Queriniana, con le firme di Olga Malaguzzi Antonelli e Giannetta Roi, e la «festosa collana» “I romanzi dell’Alba”, pubblicata dall’Istituto di propaganda libraria di Milano e alimentata da Angela Sorgato, che la dirigeva, e dalla prolifica Olga Visentini: collana nata – come spiegava una nota editoriale – «per donare alle giovinezze ore gioconde di bontà e di bellezza». Non mancano, tuttavia, testi della “Biblioteca delle signorine” e della collezione “Grandi romanzi” della Salani, dove ricompare l’incontenibile Delly, e opere delle Edizioni Mani di Fata, che annoveravano tra le proprie autrici Luciana Peverelli e Wanda Bontà. C’è perfino, scelto fra i più irreprensibili, qualche romanzo di Liala (pseudonimo di Amalia Negretti Cambiasi) pubblicato da Sonzogno.

C’è insomma abbondante materia per cavarsi una curiosità: quale immagine del cibo e della cucina trasmetteva la narrativa per signorine degli anni ’30-’40, periodo di forte crescita del genere e di prorompente prolificità delle sue autrici a dispetto delle ‘inique sanzioni’, della guerra e del difficile dopoguerra?

La prima cosa che salta agli occhi è che il regime alimentare dei romanzi rosa è un attributo dei personaggi: diafane e cagionevoli adolescenti come l’inquieta Iris di Signorinette di Wanda Bontà (1938), «così palliduccia» e palesemente «predisposta alla malattia» che vien spontaneo paragonarla a «un fiorellino che non ha mai visto il sole»; o la frivola Meri Odelli del Sentiero scosceso di Maria Rossi Gentile (1946), dal «viso pallidissimo»; o l’inesperta Claretta Veluti del Messaggio materno di Elena da Persico (1944), che «si sentiva condannata a morir giovane».

Si aggiunga che la quasi totalità delle eroine dei romanzi rosa è orfana: quasi sempre di madre, ma non di rado di tutt’e due i genitori. Orba della madre è l’altezzosa Beatrice di Due cuori, un destino di Vincenzo Carenzi Gallesi (1943), e così pure le summenzionate Meri Odelli e Claretta Veluti. Di entrambi i genitori è orfana Marisa, l’io narrante di Ragazza sola di Maria Pia Sorrentino (1946), così come Loredana (Lori) Aurita e Michela Carmo, le coprotagoniste di Farandola di cuori di Liala (1944). Perfino il professor Sebastiano Novati, protagonista maschile del Romanzo del fior d’arancio di Giuseppe Rigotti (1945) – rarissimo esempio di romanzo azzurro – è un trovatello cresciuto in ospizio.

La dieta di queste esangui e malinconiche adolescenti è, inevitabilmente, quella dei passerotti. Iris non accetta che «le minestrine preparate dalla mamma» e respinge categoricamente i piatti «troppo unti e sostanziosi» cucinati dal padre Amilcare, patito dei fornelli; qualche pagina più in là la sorprendiamo mentre «intinge svogliatamente i grissini nell’uovo», ma solo «per reintegrare il fosforo» bruciato nello studio. «Il dottor Andrea le ha prescritto di nutrirsi con abbondanza, ed essa assaggia appena le vivande», osserva, preoccupato, il padre di Beatrice, il ricco allevatore ‘don’ Gian Giacomo Rollandi. Michela Carmo al paterno commendator Viani che, «stomacato dal ristorante», si autoinvita a cena, può offrire un ospedaliero «riso in brodo» con «zucchine al burro e bollito freddo». Marisa, assunta come segretaria dall’anziano professor Vanzi, illustre storico della letteratura italiana, alla cuoca Tilde che, «premurosa», le chiede se le piace la «minestra di fagiuoli», risponde: «Sì, grazie, mi piace tutto», salvo poi atterrirsi davanti al piatto colmo: «Troppa, signora! Non sono avvezza a mangiar tanto!».

Tetragone davanti al cibo solido, le nostre inappetenti eroine possono cedere, talora, alle libagioni. Meri Odelli «a tavola non tocca cibo; solo di quando in quando si porta alle labbra il bicchiere pieno di vino»: un nobile Bordeaux che ispira all’autrice, Maria Rossi Gentile, questo squarcio poetico-enologico: «Tutti i rubini di Francia sono stati liquefatti in questo vino, il cui vivido colore è trasparentissimo; o forse, invece, tutto il sangue che ha irrorato la terra francese nei secoli passati si è trasfuso, linfa magica, nei vigneti di Bordeaux». Mura (pseudonimo di Maria Volpi Nannipieri) constata che lo Champagne rende la protagonista di Mary Mariù Maria (1941) «leggera e irreale».

L’ostentato disinteresse per il cibo si fa vero e proprio disprezzo per il buon appetito e la gourmandise, indizi, di norma, di uno spirito volgare. La signora Ridière, la rozza e tirannica padrona dell’orfanella Serena, protagonista dell’omonimo romanzo di Delly (1942), è «ghiotta e ambiziosa» e «studia lungamente la complicata lista dei cibi» del suo rituale pranzo d’onomastico. Claretta Veluti si accorge della grossolanità del fidanzato Enrico Renti durante una cena: «L’eccitazione lo rendeva ancor più sensibile alle attrattive della cena sontuosa; […] più beveva più il suo spirito diveniva sempre più scipito e volgare»; l’effetto su Claretta è devastante: «Un immenso disgusto le dilagava in cuore; una nausea di tutto, di tutti». Mino, il protagonista della Sete estinta (1942) di Maya (pseudonimo di Iva Perugi Gonfiantini), capisce di non amare più la vanesia e probabilmente infedele Esmeralda quando visita il negozio del padre pescivendolo: «Questo ratto al mare,» rimugina fra sé e sé «questa morte quotidiana ha dato vita a Esmeralda!».

[continua]

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