Wuz n. 8, ottobre 2002

Armando Audoli

 

I ricercati

delle edizioni Streglio

 

Streglio… Il nome stride un po’ tra lingua e palato, prima di sciogliersi in bocca come molte specialità torinesi: come il cuore di una caramella al ratafià, come la polpa candita del marron glacé, come un fondant

Dolci parole, pallide parole che evocano sapori remoti, colori sbiaditi, lievi suggestioni sfumate in un sentore di giulebbe, stinte nei toni vaghi del gridelino.

E davvero, quello di Streglio, rischiava di rimanere poco più che un nome, neppure dei più frequenti, vacante nel mare magnum dell’editoria primonovecentesca (a volte così elegantemente effimera), se si eccettuano le tarde ricordanze di Terenzio Grandi1, nonché una manciata di note sparse firmate Enzo Bottasso2 e Giorgio De Rienzo3.

Renzo Streglio: poco più che un nome – dicevamo – e qualche bellissimo libro, dalla Torino in Modern Style che si stava aprendo all’Europa, la Torino della strepitosa esposizione internazionale del due, la Torino di Bistolfi e Rubino, di Reviglione, Buratti e Gariazzo; di Pastonchi giovane e di Gozzano giovanissimo dandy subalpino dalle labbra tese di malinconia e sempre bagnate d’assenzio (l’amata fata verdeamara…), la Torino del Mantovani critico temuto, di Amalia Guglielminetti sirena.

Le rare annotazioni sparse, poi, sono spesso laconiche, se non ingiustamente sprezzanti e riduttive. Mi cade l’occhio su un passo di De Rienzo: “[…] è una Torino che langue in letteratura, separata, irrimediabilmente, dalla cultura militante. Poche sono rimaste le librerie-editrici: Casanova ormai in liquidazione (come editore); Lattes, che stampa soltanto qualche speranza locale; c’è l’astro nascente di Streglio, che, prima di farsi editore di Gozzano, lo era stato di Cena, di Pastonchi, di Bontempelli, del giovane Pirandello: ma è un astro modesto”. “Un editore – prosegue più avanti – con le caratteristiche di una saggia amministrazione sabauda, di un’attenzione meticolosa alle leggi del dare e dell’avere, ma anche con un discreto pedigree culturale”.

Ecco, da questo grossolano fraintendimento si può cominciare a tratteggiare la fisionomia del nostro editore, contraddistinta – per contro – da una spregiudicata ed eccentrica politica imprenditoriale, ai limiti della megalomania: nessuna saggezza amministrativa, mai bilanciati i conti del dare e dell’avere, esubero di impiegati alle dipendenze, acquisti continui di macchinari tipografici (sì, perché Streglio stampava in proprio con raffinatezza e personalità), estrema cura nella scelta della carta (sovente forte e pregiata) e di ogni minimo dettaglio grafico, cataloghi sontuosamente illustrati, apertura quasi immediata di nuove filiali (una a Genova, un’altra a Milano) e azzardi d’ogni sorta (per una sofisticata edizione di soli 118 esemplari4 usò elzeviri antichi e ne fece fondere appositamente di nuovi!). È pur vero che qualche volume se lo faceva pagare dagli autori esordienti, ma erano gocce nell’oceano, e il naufragio fu inevitabile. Suona dunque appropriato ciò che scrisse Giancarlo Bergami, profilando l’immagine di uno Streglio “fervido di idee e provvisto di fiuto, ma forse non sostenuto da un solido supporto finanziario, commerciale e amministrativo”5.

Era un modo creativo e mai banale di intendere l’editoria, quello di Streglio, il frutto di un temperamento estroso, artistico, non inquadrato; una passione che aveva radici profonde e sentite, una passione mordente e bruciante: poco sabauda, assai travolgente.

Giovanni Lorenzo Carlo Amedeo Streglio nacque a Torino il 30 marzo 1871; sua madre si chiamava Marianna Roux, e in quel cognome era racchiuso tutto un talento, l’intero destino di un figlio che dovette certo essere molto precoce e intraprendente: era sicuramente un ventiseienne dal vivido scatto mentale, quando fu in grado di dare, nel 1897, un’impronta talmente forte alle sue prime prove d’editore.

Il 10 ottobre 1901, neo-cavaliere della Corona d’Italia6 (l’onorificenza dell’Ordine Mauriziano), Renzo si sposò con Celeste Marcoux, una fanciulla di diciannove anni.

Grandi abbozzò qualche linea veloce, un rapido schizzo: “Ricordo vagamente Renzo Streglio come un giovin signore nervosetto, sempre indaffarato. Più nettamente ricordo il fratello suo maggiore, Anselmo, corpulento, dai grossi baffi neri, che della stamperia era il direttore”.

“‘Renzo Streglio Editore’ – aveva premesso Grandi – era, alla fine del secolo scorso, l’insegna di una società anonima che si può precisare con i termini legali: ‘Renzo Streglio & C.ia, Editori, Tipografi, Librai. Galleria Subalpina, Torino7’. Avevano stabilimento grafico proprio, non so il perché, a Ciriè, nel basso Canavese, trasportato, alla fine del 1902, a Venaria Reale8, nella già sede di un mulino. Era allora (e anche adesso) un lusso, per una giovane azienda editrice, avere la tipografia propria!”. Il capitale versato della società era di seicentomila lire; nel 1904 Streglio aprì una succursale a Genova, nel vico Stella, al numero 24 (Piazza Fontane Marose), e il 15 giugno 1905 la ditta torinese traslocò dalla Galleria Subalpina ai locali di via Santa Teresa 6, dove fu creato un ampio negozio librario con un magazzino di trentamila volumi, ventimila dei quali (soprattutto italiani, francesi e inglesi) confluirono poi in una vicina biblioteca circolante, un esercizio culturale pubblico, allestito da Streglio medesimo in via XX Settembre 54, al primo piano, con un servizio gratuito di presa e consegna a domicilio e con un Gabinetto di lettura per gli abbonati, “ove si potevano trovare le più importanti pubblicazioni periodiche estere e nazionali”. All’inizio del 1906 si aggiunse al piccolo impero la filiale di Milano (via Santa Margherita 5), ma – dopo che la moglie, presaga forse dell’imminente catastrofe, aveva improvvisamente deciso di emigrare in Francia (il 17 marzo 1908) – nell’estate di quello stesso anno, Streglio, sommerso da una pioggia inarrestabile di cambiali, fu costretto a mettere in liquidazione l’azienda. In un primo tempo si trasferì a Genova9, mantenendo ancora lo stabilimento di vico Stella, da cui uscirono, nella prima metà del 1909, come i rantoli sforzati di un’agonia, gli ultimi titoli, fra i quali Grandi rammentava: “Un libro di Poesie10 che mi è sentimentalmente caro, autore Giusto Calvi, poi deputato socialista della mia Valenza; egli era un valoroso combattente sociale alla garibaldina, carducciano sin nel midollo delle ossa; quel suo libro io avevo sfogliato… una decina d’anni prima, invidiandolo, nell’originale manoscritto, per tanto tempo giaciuto in un cassetto della valenzana tipografia Battezzati!”. È un libro stranamente affascinante, nella sua semplicità: forse perché sa di decadenza estrema, o perché, forse, potrebbe essere l’ultimo libro stampato da Renzo Streglio, il quale – dalla liquidazione in poi – lasciò poche tracce di sé; qualche segno di famiglia (un’ombra, piuttosto) riappare – ce lo suggerisce un’anziana parente – avvolto dalle febbricitanti nebbie postbelliche, a Milano, dove il fratello e collaboratore Anselmo morì di spagnola insieme alla figlia Bianca, nel 1919. Ma Renzo, probabilmente, aveva allora già raggiunto la moglie, tornata francese, divenuta parigina; e proprio a Parigi, negli anni Venti, egli riprese un’attività commerciale nel settore tipografico: lavori di composizione, riproduzioni a secco, stampa fotografica e artistica… L’editore, invero, collassato con tutti i libri e le riviste, era un ricordo appena (più vivido, forse, nella memoria dei creditori), quando l’uomo, un revenant, abbandonò l’Italia, ostile e refrattaria alla sua nobile utopia culturale

E pensare che le premesse sapevano di promesse, allorché (era il 1897) il nevrile Lorenzo stampava ancora con la tipografia Roux Frassati, dando voce ai poeti – in odore (cadaveri e rose) di crepuscolarismo – che ronzavano attorno alla cattedra di Arturo Graf, il “professore tedesco” (docente di letterature neolatine comparate, a Torino, dal 1877): le copertine, a quel tempo, recavano la dicitura “Libreria Roux di Renzo Streglio”; uno dei primi autori pubblicati fu Giovanni Cena: “Lesse i suoi versi alla scuola del Graf – scrive Francesco Cognasso11 – uno scolaro autodidatta, Giovanni Cena. Veniva da Montanaro Canavese e solo una tenace volontà lo portò a superare tutte le difficoltà che la povertà grandissima della famiglia opponeva al suo desiderio di studiare, di salire. Un premio per i suoi sforzi fu la lettera cordiale che Arturo Graf gli diede come prefazione ad una sua raccolta di versi nel 1897. Madre era intitolata: era il pianto di un figlio per la morte della madre perduta quando egli ansioso attendeva ch’essa assistesse alla sua riuscita”. Madre è un dolente, esile poema dedicato a Maddalena Biletta, genitrice del poeta; il volumetto (mm105 x 195, pp. 76), che Streglio stampò il 17 aprile 1897 (la vigilia di Pasqua), era impreziosito da un’acquaforte di Bistolfi e fu riedito nel 1900, a un anno dall’uscita della seconda opera di Cena, In Umbra (Streglio, 1899).

Di tutt’altro genere, ma importante da segnalare, la pubblicazione di un opuscolo del ventiquattrenne Luigi Einaudi (Il pensiero economico-sociale in Piemonte, 8 pp.) – insieme a vari altri saggi tecnici, guide, manuali12 e periodici di interesse più o meno locale13 – spezzava un po’ il climax tardo decadente degli sfinimenti crepuscolari (ambigui d’ironia), che, come un crescendo in tono minore, sarebbe culminato con la fondamentale epifania del capolavoro di Gozzano, La via del rifugio (1907, mm 155 x 225, pp. 84 + 4), il libro più prezioso dell’intera produzione di Streglio. Il disegno sulla copertina, lampo di genio di un discepolo di Grosso, Filippo Omegna (Torino 1881-Montaldo di Mondovì 1948), raffigura la facciata di una delle due ville di proprietà della famiglia Mautino ad Agliè (alla famiglia Mautino apparteneva Diodata, la madre di Guido, che incoraggiò il figlio pagandogli la prima limitata tiratura del libro, subito seguita da una seconda ristampa spacciata per terza), ed è più eloquente, in quanto a poetica gozzaniana, di qualsiasi intervento critico. Cronologicamente, sulla strada che porta a Gozzano, si trova Il poema dell’adolescenza (1901, pp. 171) del poliedrico Enrico Thovez, un formidabile canzoniere in esametri barbari, ignorato all’epoca (Thovez si indignò e divenne un polemista di mestiere) e sottovalutato ancor oggi; seguono a un passo i Ritmi squisitamente mesti del filosofo Marco Lessona (1902, pp. 80, mm 135 x 195). Belfonte di Francesco Pastonchi (1903, pp. 170, mm 150 x 225), una raccolta di sonetti stampata su carta forte, era una delle sillogi predilette da Gozzano, e, uscita a ridosso delle odi Italiche (1903, pp. 94, mm 200 x 300), ci porta Sul limite dell’ombra, titolo quanto mai significativo dell’ultimo lavoro pastonchiano pubblicato da Streglio (1905, pp. 182, mm 120 x 180, con la coperta finemente disegnata da Antonio Rubino).

A proposito di Pastonchi – uditore d’eccezione alle lezioni di Graf, ma insofferente all’ambiente universitario – è indispensabile aprire una parentesi che si affaccia sul Campo: “Altri giovani poeti comparvero al principio del nuovo secolo (appunta Cognasso). Erano i dannunziani. In quei primi anni fioriva a Torino una Società di Cultura, centro di studio delle letterature moderne per le quali si era costituito presto un fondo librario importante. Era il preludio della istituzione alla Facoltà di Lettere di cattedre di letterature moderne. Fu a capo per qualche tempo della Società il giobertiano e socialista marchese Gustavo Balsamo Crivelli. Affluirono alla Società giovani letterati, poeti; discussioni, letture, conferenze. Il Pastonchi iniziò la pubblicazione di un giornale letterario d’avanguardia, ‘Il Campo’”.

“Il Campo”14 (pp. 4 su 5 coll., mm 520 x 710) era un settimanale di Streglio ispirato al Marzocco, che si proponeva d’essere “un vero organo di vita letteraria contemporanea in cui pulsino tutte le attività, e si colorino tutti i sogni di questa nuova Italia”. Aperto agli ultimi spasimi del decadentismo europeo (un numero sì e uno no si trovava lo spunto per parlare di Oscar Wilde), non era tuttavia refrattario a un più rigoroso formalismo. Per quanto riguarda la prosa, lo scopo perseguito fu quello di studiare e “aiutare il già iniziato movimento per il quale l’Italia sta ora accorgendosi d’essere irrigidita sotto la cappa dello stile oratorio”. Dichiarò anche di volersi occupare “della critica così detta storica e dei suoi metodi”. Ospitava novelle, versi, bozzetti originali e inediti, notizie bibliografiche, una rassegna degli avvenimenti culturali, alcuni articoli di attualità. Il coordinamento redazionale, assunto inizialmente da Pastonchi, venne poi svolto da Balsamo Crivelli15, curatore della rubrica Chiose. Vi scrissero, fra gli altri: Vittoria Aganoor Pompilj, Silvio Benco, Emilio Bodrero, Massimo Bontempelli, Giovanni Cena, Enrico Corradini, Alfredo Galletti, Cosimo Giorgieri-Contri, Arturo Graf, Dino Mantovani, Ada Negri, Angiolo Silvio Novaro, Giovanni Papini, Vittorio Pica, Luigi Pirandello, Giuseppe Prezzolini, Ceccardo Roccatagliata-Ceccardi, Enrico Thovez, Domenico Tumiati e Manara Valgimigli. Il giornale non durò molto, dal 20 novembre 1904 al 31 dicembre 1905, e disse addio agli abbonati con queste parole: “Il ‘Campo’ cessa con questo numero di fine d’anno le sue pubblicazioni. Breve ma non ingloriosa fu la sua vita. Togliendo congedo dai nostri lettori, noi ringraziamo quanti valorosi ci prestarono la loro preziosa collaborazione, non disperando che a miglior esito potesse riuscire la nostra impresa”. È divertente curiosare fra le pagine del Diario16 di Prezzolini, in data 2 gennaio 1906: “La rivista ‘Il Campo’ è morta lanciando il calcio dell’asino ai suoi collaboratori dell’anno scorso, cioè senza pagare gli articoli… Penso di diventare cassiere… mercante di vini in Turchia… ferroviere… controllore del tranvai… tipografo… persino giornalista”.

Giacché si è toccato l’argomento, cade il momento di prendere in esame gli altri due periodici di un certo respiro, editi da Streglio: il primo, “La nuova lettura” (in 8°, pp. 45/50 per fascicolo; il numero iniziale è datato “1-15 maggio 1905”), un quindicinale “di letteratura, novelle e racconti” dalle belle illustrazioni (all’interno e sulle copertine) – che si proponeva come alternativa alla più fortunata Lettura – era diretto da Carlo Dadone (1864-1931), intellettuale gravemente affetto dal dèmone pedagogico. Il secondo, “Italia Nostra” (“Illustrazione mensile delle bellezze italiche di natura e d’arte”; illustrato, pp. 20 su due coll., mm 310 x 380), faceva invece capo a Efisio Giglio Tos17, un singolare personaggio dai facili travasi di bile (riscoperto e studiato da Aldo Mola18) che ebbe significativi e ripetuti rapporti con Streglio, degenerati quando quest’ultimo, ormai sull’orlo del tracollo economico, fu costretto dall’accanimento di Giglio Tos a firmare un numero imprecisato di cambiali. Il mensile, splendido davvero nello spiegamento di un corredo fotografico accuratissimo e sovrabbondante, intendeva valorizzare le meraviglie artistiche e paesaggistiche delle varie regioni italiane; suddiviso nelle serie Alpina, Laghi, Litorale, Isole, Città e Monumenti, riportava per ciascuna sezione cenni storici, geografici, linguistici e bibliografici, tratti da guide turistiche e monografie. I numeri di “Italia Nostra” usciti dai tipi di Streglio, a Venaria, furono soltanto otto, a cominciare dal maggio 1905. Giustificato dall’effettiva qualità, pertanto, l’entusiasmo promozionale in un catalogo del 1906-07: “‘L’Italia Nostra’ è lo splendido periodico che il prof. dottor Efisio Giglio Tos con tanto amore dirige, e del quale diamo qui parecchi saggi delle magnifiche illustrazioni. / Per la tiratura, per la carta, per le speciali cure dedicate e prodigate ad ogni minimo particolare, ‘Italia Nostra’ tiene in fatti un posto a sé, ed è dei primi fra quelli delle riviste non solo italiane, ma europee. / La Valle di Gressoney con la Villa della Regina, il Lago Maggiore, la Liguria e il Duomo di Milano illustrato con un lusso straordinario, dànno materia ai primi otto fascicoli, ai quali seguiranno gli altri, e sempre migliori, d’altre pittoresche regioni italiche. / È l’ornamento delle biblioteche, degli scrittoi e dei salotti”.

Per chiudere la parentesi dei periodici, in coda, si può ancora menzionare l’esistenza de “La Nuova Fioritura” (1904), un grosso e rarissimo fascicolo documentario, un’antologia di tutti gli autori di Streglio: un brano prosastico o una poesia, e il ritratto di ciascuno, con relative note biografiche, un vero e proprio scrigno di informazioni pregiate, dolce alla mente e allo sguardo.

Tornando ai libri, prima di ricongiungerci al filo gozzaniano, è doveroso ricordare almeno le due collezioni di novelle di Pirandello, che egli stesso rammentava ogni volta con piacere e affetto: Quand’ero matto (in 8°, pp. 349,1903), dall’attraente e sottile copertina disegnata dal biellese Giuseppe Eugenio Chiorino (in arte Gech, 1871-1941) e Bianche e nere (in 8°, pp. 409, 1904). Altri bellissimi disegni ornano alcune fascinose brossure: ne sono un esempio quelli dell’ispirato Edoardo De Albertis (Genova 1874-1950), allievo dell’Accademia Ligustica, intimo di Ceccardo Roccatagliata Ceccardi, per cui illustrò Il viandante (1904), e amico di Angiolo Silvio Novaro, al quale inventò un Icaro simbolista per la coperta de La casa del Signore (1905), una delle vette tipografiche di Streglio (300 esemplari su carta forte, numerati e firmati); oppure le figure, superbe, del veronese Luigi Dal Monte per Gli sposi di Mantea (1905), e per un curioso volumetto di Rita Bolero: Il buon Dio si diverte (1906). Mantea era lo pseudonimo della bellissima baronessa Maria Carolina Isabella Luigia Sobrero (Palermo 1863-Roma 1912), che sposò, nel 1887, un brillante e avvenente hawaiano, Robert Wilikoki Wilcox, ufficiale dell’esercito italiano; Wilcox fu uno dei talentosi giovani allievi mandati all’estero dal re Kalakaua per studiare e prepararsi a formare la nuova leadership della nazione hawaiana. Gina Sobrero raggiunse il marito alle Hawaii sul finire del 1887, ma la vita laggiù non era quella sognata: il matrimonio si rivelò un disastro, e così decise di tornare in Europa. Durante il viaggio di ritorno, in nave, perse la bambina che le era nata da poco. Gina rimase in Italia fino alla morte (cfr. An Italian Baroness in Hawaii: The Travel Diary of Gina Sobrero, Bride of Robert Wilcox, Hawaiian Historical Society, 1991). Infine, la trina di Giovanna Calleri, che invoglia ad aprire e leggere Il manipolo di Mercurino Sappa (1908): la Calleri era un’acquafortista sensibilissima, maestra del ricamo artistico, nata a Carrù nel 1875 e ora completamente dimenticata.

Così dunque, riprendendo il fil rouge degli affanni crepuscolari, i nomi di Giulio Gianelli (poeta sublime) e di Carlo Vallini rimandano direttamente a Gozzano, che “veniva alle lezioni del Graf – riprendiamo pure il discorso di Cognasso – attratto dal poeta, ché egli era studente della facoltà giuridica. Assai presto nella giovinezza era stato attratto dall’arte. D’Annunzio lo aveva conquistato come aveva conquistato un altro giovane poeta, Carlo Vallini. Questi era venuto alla Facoltà di Lettere, ma sentiva altamente di sé: si diceva cavaliere della poesia in mezzo alle ostriche delle lettere. / La poesia di Arturo Graf fece grande impressione come sul Vallini, così sul Gozzano. Nei versi de La via del rifugio il dannunzianesimo già era scomparso. Anche l’amore di Amalia Guglielminetti servì a dargli una autonomia artistica completa. […] / Ma altro fu il destino di Guido Gozzano e di Carlo Vallini; questi rimase legato a quel non so di altero e di dispettoso con cui era comparso all’Università. Guido Gozzano viveva oramai sotto la coscienza che il suo destino era segnato”.

Un giorno e La rinunzia di Vallini, entrambi del 1907 ed entrambi introvabili, sono i veri ricercati di Streglio!

“Al fianco di Guido Gozzano – seguita Cognasso – collochiamo Giulio Gianelli, il figlio di nessuno. Anche per lui la vita fu un rapido sogno (1879-1914). Morta la madre, nessuno gli dava da mangiare, nessuno pagava la soffitta. E gli studi! Ma Giulio scriveva versi, Mentre l’esilio dura, perché credeva in Dio e pregava e sperava in una vita futura ed ammirava la natura bella, anche se nel bosco alle foglie secche chiedeva di soffocare la fame. / All’Università capitò di straforo, perché voleva sentire Graf, e gli scolari altezzosi di Graf lo ammisero nel loro sinedrio ed accolsero la sua piccola voce, non ancora dirozzata, ma sincera, ma fresca. Non fu accetta nella troppo superba Società di cultura. / Andò a Roma nel corteo di Cena. Quando il terremoto sconvolse Messina, egli vi corse e ne ritornò con due orfanelli: avrebbe fatto loro da padre, avrebbe dato loro quel che non aveva. E continuava a scrivere versi: Intimi Vangeli. E tutti gli volevano bene, a Gianellino. / Morì a Roma all’ospedale della Consolazione di tisi, di fame (28 giugno 1914)”.

Inutile sottolineare che sia Mentre l’esilio dura (1904) sia Intimi Vangeli (1908) furono prodotti da Streglio.

In tale cornice non poco fané, una cornice maliosa in quanto obliata e polverosa, si incastonano perfettamente le Egloghe, esordio di Massimo Bontempelli (1904, in 8°, pp. 85), Le piccole morte di Fausto Maria Martini (1906, in 16°, pp. 31 + 1) e La serenata delle zanzare di Marino Moretti (1908, in 16°, pp. 93 + 3), una malinconicamente ronzante raccolta di brevi poemi, folgorante per la brossura illustrata in xilografia da De Karolis, per le sue dieci incisioni a piena pagina e per la consistenza della carta: gemme crepuscolari…

Un accenno di riguardo va riservato a una sezione monografica del catalogo Streglio (con tanto di interventi critici in memoriam) dedicata a Emilio De Marchi – scomparso nel 1901 –, di cui l’editore vagheggiava il progetto d’un opera completa, rimasto embrionale dopo tre titoli: L’età preziosa: precetti ed esempi offerti ai giovanetti (1906), I nostri figliuoli e Le quattro stagioni in un volume (1907), e Nuove storie d’ogni colore (1907).

Certo si potrebbe indagare ancora a lungo, spulciando un catalogo che in sé pare il sogno di un bibliofilo: soffermarsi ancora sui Versi postumi di Giovanni Camerana; sull’inviato speciale Luigi Barzini, padre dei moderni reportages; sulla memorabile prolusione rettorale di Andrew Carnegie, Per l’Arbitrato fra le Nazioni, tradotta in italiano da Cesare Lombroso; su Luigi Arnaldo Vassallo, il Gandolin di Sanremo che scriveva e disegnava (La famiglia de-Tappetti è un titolo caro a molti); sulla cronistoria I miei tempi di Angelo Brofferio, concepita in dieci volumi (ne uscirono otto soltanto); su Antonio Beltramelli e sul suo romanzo Gli uomini rossi, decorato con slancio napoletano da Filiberto Scarpelli; sull’ode conviviale Per un brindisi di Guglielmo Imperatore, intonata da Ceccardo Roccatagliata Ceccardi; su Ugo De Amicis, il figlio suicida d’Edmondo… Ma si rischia di non finirlo più, per davvero, questo sentito omaggio a Renzo Streglio, idealista nevrastenico, folle artista dell’editoria italiana fra Otto e Novecento.

Alla signora Giovanna Viglongo si deve un ringraziamento particolare per aver concesso tempo, materiale e suggerimenti preziosissimi.

1 T. Grandi, Renzo Streglio, Editore. In “Armanach Piemonteis”, Torino, Viglongo, 1974; pp. 45-49: il testo uscì anche stampato a sé, in forma di estratto. Allievo di Arcangelo Ghisleri, studioso di Cattaneo, Grandi coltivò con ardore scientifico una dilagante passione per Mazzini, che lo avrebbe accompagnato in tutto il corso della sua lunga vita; esordì come poeta, ma poi fece il direttore di giornale, il pubblicista, l’industriale… Avendo da giovane lavorato come compositore nello stabilimento ciriacese di Streglio, poté stendere, novantenne (era nato nel 1884), poche ma preziose pagine, dettate dal ricordo diretto, seppur remoto.

2 E. Bottasso, L’editoria. In Torino, città viva. Da capitale a metropoli. 1880-1980, Torino, Centro Studi Piemontesi, 1980; Vol. II, p. 910.

3 G. De Rienzo, Guido Gozzano. Vita breve di un rispettabile bugiardo. Milano, Rizzoli, 1983; pp. 39, 49, 54, 68, 130 e 235.

4 Giovanni Tommaso Mullatera, Le memorie di Biella. Edizione critica condotta sulla originale e ripetuta sul manoscritto torinese per cura di Emanuele Sella e Melchiorre Mosca; con storiografia del biellese, giunte, varianti, note e un indice dei nomi. Torino, Renzo Streglio, 1902 (Biella: coi tipi di G. Amosso). In 4°, pp. XLIV, 8, 272.

5 G. Bergami, Nascita e vicende redazionali del «Campo». In “Armanach Piemonteis”, Torino, Viglongo, 1987; p. 91: anche questo testo è stato pubblicato come estratto.

6 Il 7 ottobre 1901, nel Ristorante Stazione di Torino, fu imbandito un ricco banchetto in onore di Renzo Streglio, per celebrare la recente nomina: resta un bellissimo menu di gusto liberty, stampato dallo stesso Streglio.

7 Successivamente, intorno al 1905, fu aggiunta la sonora dicitura: “Fournisseus de S. A. R. et I. la Princesse Laetitia de Savoie-Napoleon Duchesse D’Aoste”.

8 Lo stabilimento tipografico di Venaria si trovava in via Trucchi 18-20, mentre a Torino faceva parte del gruppo Streglio anche una “Eliotipia Artistica Industriale” in corso Valdocco 19.

9 Nelle registrazioni anagrafiche di Torino Giovanni Lorenzo Streglio non risulta più censito dal 1911: dovette dunque abbandonare la città senza segnalare l’emigrazione o l’eventuale trasferimento.

10 Il volume si intitola: Versi di Giusto Calvi. Pubblicazione postuma per cura degli amici, Torino-Genova, Casa Editrice Renzo Streglio (finito di stampare il 1° marzo 1909).

11 F. Cognasso, Vita e cultura in Piemonte dal Medioevo ai giorni nostri, Torino, Centro Studi Piemontesi, 1983 (ristampa anastatica di un’edizione del 1969); pp. 382-386.

12 “Oltre ai volumi di letteratura – precisa Terenzio Grandi –, la Casa Streglio pubblicò un’ampia serie di manuali per lo studio delle lingue moderne, tutti dovuti a un prof. Lysle. E libri di storia, oltre il Brofferio, cioè volumi di Ilario Rinieri sulla vita e le opere di Silvio Pellico; i costituti del conte Confalonieri ed il principe di Carignano ecc.”.

13 Intorno al 1901 ebbero inizio diversi periodici dal taglio provinciale e dalla breve vita: “L’aurora: giornale di Ciriè, amministrativo, commerciale, letterario”; “Il collegio-convitto: periodico per la rèclame dei collegi-convitti dell’Italia e dell’estero” (periodicità varia); “Il progresso del Canavese e delle valli Stura” (settimanale); “La Stura: giornale settimanale di Ciriè e delle valli di Lanzo”. “…e delle valli di Lanzo”; “La Triennale: Rivista-ricordo illustrata dell’Esposizione Triennale di Belle Arti in Torino (Maggio-Settembre 1896)”; “Numero unico per la cinquantaseiesima Esposizione della Società Promotrice di Belle Arti di Torino (Maggio-Giugno 1897). Nel 1902 uscì “La Quadriennale: rivista illustrata della Esposizione di Belle Arti (18 numeri) e nel 1906…

e nel 1906 “Rassegna di terapia” (pubblicata da Streglio per poco meno di un anno, ma sopravvissuta a Roma fino al 1908).

14 Cfr. G. Bergami, Op.cit., e Maria Rosaria Manunta, I periodici di Torino 1860-1915, Vol. I, A-L, Torino, 1995 (Comitato di Torino dell’Istituto per la storia del Risorgimento italiano).

15 Il marchese Gustavo Balsamo Crivelli (Torino 25 febbraio 1869-15 dicembre 1929) era un uomo elegante, un raffinato e colto poseur, ma forse non seppe dare il giusto piglio al “Campo”; egli “non aveva del resto la stoffa del combattente o del focoso pamphlétaire, né egli pensava a un giornale impegnato in prima fila, come sollecitava Cena, nella denuncia documentata e intransigente ‘contro i malfattori nell’arte, nell’amministrazione del patrimonio archeologico e artistico, nell’insegnamento ecc.’” (Cfr. G. Bergami, Op.cit., p. 94).

16 G. Prezzolini, Diario, 1900-1941, Milano, Rusconi, 1978; p. 74.

17 Efisio Giglio Tos (Chiaverano 2 gennaio 1870-Torino 6 gennaio 1941), giunto da autodidatta a varie lauree e precoce presidente dell’Associazione Universitaria Torinese, partendo da un nucleo di tremila giovani accorsi a Torino il 15 novembre 1898 per fondare la “Federazione internazionale degli studenti”, raccolse insieme decine di migliaia di universitari di tutto il mondo, accomunati dal progetto pacifista di affratellare le nazioni senza modificazioni di confini fra Imperi e Stati. Un terzo degli studenti italiani si iscrisse alla “Corda Fratres” (nome della Federazione), il cui inno venne scritto da Pascoli, e che ebbe il sostegno del Re, dei Ministri della Pubblica Istruzione, del Presidente della Repubblica francese e l’adesione di Guglielmo Marconi, Gabriele d’Annunzio e quanti credevano nell’utopia di fermare la corsa forsennata verso un macello terrificante.

18 Aldo A. Mola, Corda Fratres. Storia di una associazione internazionale studentesca nell’età dei grandi conflitti, 1898-1948, Bologna, Clueb, 1999.