Wuz n. 5, maggio 2003

Giuseppe Iannaccone

I ricercati

delle edizioni Lettere d’oggi

Di certe figure della letteratura italiana del Novecento è come se sfuggisse la fisicità. Si prova un’evidente difficoltà quando si cerca di misurarne l’incidenza, perché gli unici appigli oggettivi, cioè i loro sporadici libri, le creazioni concrete del loro ingegno non li identificano affatto, trame assai poco visibili di una tessitura intellettuale spesso segreta e silenziosa. Sembra che l’identità che dovrebbe distinguerli sia in realtà una parvenza aleatoria e sfuggente, riconoscibile più per riflesso altrui che per meriti propri. Non che si neghi loro la presenza o un legittimo diritto di cittadinanza nella società letteraria, ma è come se si muovessero solo in un perenne cono d’ombra fatto di incontri e sodalizi preziosi ma discreti, in una zona oscura, di cui si immagini la profonda incidenza sui gusti e gli orientamenti culturali, ma non altrettanto una tangibile creatività, una misurabile consistenza. Sono i letterati, per usare la felice espressione di Montale, che amano “vivere negli interstizi della cultura”, dediti più a scoprire e ispirare il talento altrui che non a suscitare o esaltare il proprio.

Talvolta può accadere che il nome di uno di questi appartati intellettuali dica ancora oggi qualcosa, forse perché legato intimamente a un’unica iniziativa di cui si serba il ricordo, mentre le attività restanti navigano in un orizzonte indistinto e indecifrabile, come gli effetti di un attivismo continuo, magari, ma senza paternità. Prendiamo il caso di Giambattista Vicari (Ravenna 1909-Roma 1978): un romanzo, qualche opera di saggistica, tanti interventi giornalistici e una militanza assidua e decennale nell’universo editoriale, ma per i più la risposta all’inevitabile “chi è?” non può che riferirsi a una sola impresa, quella de “il Caffè politico e letterario”, la formidabile rivista che dal 1953 al 1977 ebbe il merito di divulgare e analizzare la produzione satirica e grottesca: chi voglia scorrerne le annate, oltre a individuarne il ruolo fondamentale nella riscoperta di classici come Collodi, Merlin Cocai (alias Teofilo Folengo) e Pontano, vi troverebbe collaborazioni eccellenti, sia sotto forma di interventi critici che narrativi: da Calvino a Buzzati, da Arbasino a Palazzeschi a Manganelli, ma anche Eco, Parise, Sanguineti, Pagliarani, giusto per indicare una sommaria campionatura.

Ma al di fuori del “Caffè”, pochi potrebbero associare Vicari a altre iniziative. Ma – e qui sta il punto – quelle iniziative ci furono e furono tutt’altro che trascurabili. Tra queste, l’impresa per cui noi ora lo ricordiamo è quella che lo vide a capo di una delle più intelligenti iniziative editoriali degli anni Quaranta: tanto più perché i due anni in cui questa si concentrò brillantemente, il 1942 e il 1943, tutto erano – si converrà – fuorché i più adatti a concepire nuove strategie editoriali, a segnalare promettenti scoperte letterarie, a coniugare amore per la scrittura e cura tipografica. Furono invece proprio queste le caratteristiche di “Lettere d’oggi”, la “rivista mensile di letteratura”, che sotto la direzione di Vicari, affiancato da Giovanni Macchia, aveva preso il testimone da “Ansedonia”, un’altra delle più originali testate culturali di quegli anni. Aperto e impreziosito da disegni e acqueforti di pittori di prim’ordine (Bartolini, Purificato, Gentilizi, Omiccioli, Testori, per citare qualche nome), ogni numero della rivista regalava ai lettori i contributi di alcune delle più originali voci della narrativa del tempo. È proprio a questi, ai suoi più assidui collaboratori che Vicari pensò di offrire nel 1942 una vetrina editoriale che non li costringesse a elemosinare per vedere pubblicati i loro lavori: proponendo loro nel contempo edizioni sobrie ma eleganti, accompagnate sempre dai disegni e dalle illustrazioni originali di alcuni tra i più validi pittori e incisori del momento.

Le due collane in cui si articola il catalogo delle edizioni di Lettere d’oggi sono la “Collezione Romanzi brevi” e la “Biblioteca minima Tempus”, quest’ultima riservata a saggi e racconti e così chiamata in onore al “vecchio Kronos, emblema della rivista”, come specifica il direttore all’amico Ezra Pound in una lettera del 1942. Il risvolto di copertina di tutti i titoli dei Romanzi brevi chiarisce gli intenti della neonata avventura editoriale: “Allo scopo di offrire una valida testimonianza della vitalità della odierna narrativa italiana, Lettere d’oggi pubblica questa collezione di romanzi brevi, dovuti a molti di quegli scrittori che rappresentano le ultime e perciò più fresche e più nuove esperienze della nostra letteratura. La collezione consterà di alcune serie, di dieci volumi ciascuna”. Ma gli esiti disastrosi della guerra disattendono questa indicazione e la collezione si arresta alla prima serie, al settimo titolo. I libri annunciati di Brancati, Cassola, Delfini e Pratolini, tra gli altri, troveranno ospitalità altrove, ma la raccolta, pur nella sua esiguità, presenta più di un motivo d’interesse. Innanzitutto, a inaugurarla non è un nome qualunque: il primo titolo è infatti La spiaggia di Cesare Pavese (in copertina, un particolare di un disegno di Antonio Vangelli), alla sua seconda prova narrativa dopo Paesi tuoi; del volume, così come dei successivi della collana viene allestita un’edizione speciale su carta colorata e destinata, al prezzo di 25 lire, ai “soli prenotatori”, a quanti cioè garantiscono l’acquisto del libro prima della sua uscita. A differenza dell’opera d’esordio, l’ambiente qui ritratto da Pavese è quello di una borghesia insoddisfatta e meschina, prigioniera delle convenzioni e delle ambiguità del suo stile e dei valori che incarna: il matrimonio di Clelia e Doro è squadernato dall’inquietudine e dalla nostalgia del loro rispettivo passato; il richiamo che esercitano la spiaggia e le colline dell’infanzia rappresentano l’irresistibile simbolo “di una libertà e di una felicità perdute, dell’evasione cercata e inutilmente tentata” (G. Grana, in Novecento. I Contemporanei, Milano, Marzorati, 1979, vol. VII, p. 6292): da questo punto di vista, il romanzo che pure non è esente da difetti, come la critica immediatamente nota, già anticipa come temi centrali della poetica pavesiana la suggestione del mito paesaggistico, in cui si consumano retaggi e attese private, e l’istinto inconscio della fuga nei luoghi dell’infanzia come ricerca di salvezza e recupero di un’idillica innocenza.

Il secondo titolo della collana è Una educazione sbagliata di Enrico Emanuelli: il libro che è in realtà una riedizione di un racconto lungo stampato dalla bottaiana “Primato” due anni prima come Una sorte terrena è offerto al pubblico in una veste essenziale con copertina singolarmente senza disegni, anche se all’interno compare un ritratto dell’autore ad opera di Domenico Cantatore. Si tratta di uno dei lavori meglio riusciti dello scrittore piemontese: la storia di Giulio, diciassettenne introverso e ipersensibile, reso inadatto alla vita e alle relazioni sociali dalle sue angosce e dalle sue titubanze, si sviluppa secondo cadenze incalzanti e simboli allucinanti che richiamano le atmosfere e le angosciose fatalità delle pagine kafkiane.

Ma tra tutte le proposte di Lettere d’oggi, quella che riscuote un maggior seguito commerciale è Esterina di Libero Bigiaretti (in copertina un disegno di Vangelli), di cui viene stampata nel 1943 una seconda edizione dopo che la prima è andata esaurita in pochi mesi. Nel suo romanzo d’esordio (in precedenza aveva pubblicato due raccolte poetiche) lo scrittore di Matelica descrive in prima persona il tormento del protagonista pirandellianamente tormentato dal dubbio se la relazione adulterina che ha determinato la fine del suo matrimonio sia stata la causa oppure l’effetto della crisi del suo matrimonio: nell’analisi impietosa della decadenza morale del protagonista, si delinea “una disposizione narrativa […] tesa a individuare l’interiorità dei personaggi, a scrutarne con lucidità, che potrebbe definirsi ‘illuministica’ per lo straordinario rigore che la caratterizza, le pieghe più riposte della psicologia, nell’intento, che sarà una costante, di enuclearne e giustificarne i ‘perché’ del comportamento” (E. Ragni).

Tra la fine del 1942 e il luglio 1943 escono, poi, gli altri quattro “Romanzi brevi”: nell’ordine, L’abito verde di Enrico Morovich (il disegno sulla copertina è opera di Domenico Purificato), Berthe in riva al fiume di Renato Giani, La gioventù perduta di Beniamino Dal Fabbro (una seconda edizione sarà pubblicata nel 1945 da Bompiani) e Il cortile di Vicari, con illustrazioni di Arnoldo Ciarrocchi: Pound, che pure non era affatto tenero nei confronti dei collaboratori della rivista (“tu non m’hai convinto del valore della maggioranza dei vostri letteredoggisti”, scrisse una volta a Vicari nel dicembre 1943), non lesinò parole d’elogio per le qualità letterarie dell’amico e per il suo esperimento narrativo, che definì come un’“elegia tremenda” e sconvolgente, suggerendone addirittura la traduzione in inglese.

L’altra collana, la “Biblioteca Minima Tempus”, si apre, invece, con un libro che non esiste. Ad iniziarla doveva essere, infatti, la riedizione dei Discorsi militari di Giovanni Boine, una vecchia opera interventista uscita nel 1915 dalla “Libreria della Voce” e i cui contenuti patriottici sembravano evidentemente di facile attualità. Ma la ristampa, ancora data per imminente alla fine del 1942, non viene in realtà mai realizzata e il titolo della collana, al quale viene assegnato il numero due, risulta alla fine effettivamente il primo: si tratta del Viaggio in Grecia di Mario Praz, che raccoglie i suoi resoconti per la prima volta in un unico volume a distanza di undici anni dalla loro prima pubblicazione sulle colonne dell’“Ambrosiano”. Il terzo volume (ma in realtà il secondo) è una prima mondiale di Ezra Pound, che scrive in italiano la sua Carta da visita, una serie di riflessioni sulla natura della moneta, sul dominio dell’usura, sulle cause della guerra in corso: nel risvolto della copertina rosa con disegni di Franco Gentilini, una massima del grande e controverso poeta americano che è già tutto un programma: “Ci si deve sbarazzare dei burattini. Si deve distinguere fra costruzione intellettuale europea e veleno”.

Al pari dei due primi libri della serie, anche tutti gli altri sono di piccole dimensioni, non superano mai le cento pagine, hanno una tiratura massima di 1.500 copie a cui si aggiungono solitamente 100 esemplari numerati. E poi, l’immancabile (o quasi) disegno su copertina monocromatica. È il caso, ad esempio, dei ritratti di De Chirico e Timpanaro eseguiti da Ottone Rosai che vivacizzano lo sfondo giallo della copertina del libro di Raffaello Franchi: Istmo. Ritratti letterari è una galleria critica di scrittori e pittori viventi da Montale a De Chirico passando per Palazzeschi, Govoni, Bacchelli e tanti altri. Ma è anche il caso del secondo volume che Bigiaretti consegna a Vicari (il saggio Paese di Roma è illustrato da Orfeo Tamburi) o del racconto di Carlo Bernari Il pedaggio si paga all’altra sponda (il disegno in copertina è di Franco Gentilini): si tratta, in realtà, come l’autore specifica, del risultato della “fusione di quattro novelle pubblicate in varie riprese nelle riviste: ‘Circoli’, ‘Pan’, ‘Quadrivio’, tra il 1934 e il 1936”, ambientate in una Napoli periferica, terrosa e consunta che ricorda quella plumbea e piovosa di Tre operai. Interessanti anche i racconti di Giorni sul fiume di Edilio Rusconi, che mostra nell’occasione le sue qualità di narratore prima di dedicarsi al giornalismo e all’attività editoriale e quelli di Delitto sullo scoglio, l’opera prima di Manlio Cancogni: il brano che dà il titolo alla raccolta è una confessione in prima persona di un giovane contorto e complessato che per invidia di un adolescente a cui arridono fortuna e felicità, lo uccide facendolo precipitare da uno scoglio senza che nessuna se ne avveda.

Qualche mese prima del libro di Cancogni, Lettere d’oggi aveva dato alle stampe come ottavo titolo della “Biblioteca Minima Tempus” un originale diario di guerra: con Giorni aperti (il sottotitolo, che compare solo nel frontespizio è Itinerario di un reggimento al fronte occidentale) Giorgio Caproni rievoca, per una volta in prosa, la sua esperienza militare con un linguaggio pacato e del tutto antieroico, riducendo fatti ed eventi a una semplicità che non ha nulla di ampolloso ed enfatico: nel suo quieto e spontaneo ricordo “si avverte” – ha scritto Bàrberi Squarotti – “intenzionalmente polemica nei confronti della retorica bellica del tempo” (G. Bàrberi Squarotti, in Novecento. I Contemporanei, op., vol. IX, p. 8459). Ed è proprio, forse, questa sua misura immediata e distesa a suggerire una specie di excusatio non petita a Caproni stesso, che introduce il racconto avvertendo il lettore che “si trova di rimpetto a uno svago” e aggiungendo “per evitare equivoci, che la guerra vera sul vero fronte occidentale fu una cosa naturalmente ben più dura e incisiva nella sua brevità, un evento in cui la virtù del popolo non rimase smentita. Molti dei nomi qui eccitati sono infatti, ormai, al di là di ogni umana frontiera: è ad essi soltanto che devo chieder perdono per aver ricavato appena qualche vivace tinta da tanta loro fatica”.

Meritano, poi, una segnalazione anche quattro traduzioni di opere straniere che il catalogo delle edizioni di Lettere d’oggi propone, a partire dal romanzo di Flaubert Un cuore semplice, tradotto in italiano da Franco Fortini, e dal libro di von Arnim, Il manichino tragico (sulla copertina celeste, interrotta da una fascia gialla che evidenzia il titolo, è riprodotto un disegno di Salvador Dalì) fino ad arrivare a Suggestions di Poe, a cura di Luigi Berti e all’Oceanografia del tedio dello storico dell’arte spagnolo Eugenio D’Ors introdotto da Oreste Macrì. Ma vogliamo chiudere con chi avevamo cominciato, con un libro di racconti surreali scritto da Vicari (Il libro dei sogni è il titolo, pubblicato fuori collana) e dedicato a Giovanni Macchia, che presenta in appendice una bellissima raccolta di disegni originali di Fazzini, Purificato, Maccari, Tamburi, Guttuso e altri.

Esauritesi le esperienze del mensile e della casa editrice, che ne avevano rivelato le doti di organizzatore culturale, Giambattista Vicari, nel corso degli anni successivi avrebbe continuato a promuovere iniziative editoriali (l’effimera Editrice Atlante, ad esempio: solo sette libri stampati, tra il 1952 e il 1953, ma Pratolini, Rea, Soldati, ancora Emanuelli e Pound col suo Secondo biglietto da visita) e a vestirsi – come scriverà con una punta di rimpianto – dei panni poco gratificanti di “piccolo imprenditore letterario”, di “assistente perpetuo al lavoro altrui”: panni che gli avranno tolto – è vero – “ogni velleità di trasformarsi in partecipante attivo” (in Ritratti su misura di scrittori italiani, a cura di Elio Filippo Accrocca, Venezia, Sodalizio del Libro, 1960, p. 428), ma che altresì ci hanno trasmesso la vitalità di uno dei più vivaci e acuti animatori della letteratura italiana degli ultimi decenni.

NOTA BIBLIOGRAFICA

Una testimonianza del lavoro intellettuale di Vicari, con precisi riferimenti al progetto culturale ed editoriale di Lettere d’oggi, è nel carteggio con Ezra Pound (Il fare aperto, a cura di Anna Busetto Vicari e Luca Cesari, Milano, Archinto, 2000). Per un ulteriore approfondimento, rimando al sito internet dell’Archivio e centro studi “il Caffè” www.ilcaffeletterario.it

LE EDIZIONI DI LETTERE D’OGGI

“Collezione Romanzi brevi”

Libero Bigiaretti, Esterina, 1942

Beniamino Dal Fabbro, La gioventù perduta, 1943

Enrico Emanuelli, Una educazione sbagliata, 1942

Renato Giani, Berthe in riva al fiume, 1942

Enrico Morovich, L’abito verde, 1942

Cesare Pavese, La spiaggia, 1942

Giambattista Vicari, Il cortile, 1943

“Biblioteca Minima Tempus”

Carlo Bernari, Il pedaggio si paga all’altra sponda, 1943

Libero Bigiaretti, Paese di Roma, 1942

Manlio Cancogni, Delitto sullo scoglio, 1942

Giorgio Caproni, Giorni aperti, 1942

Golfiero Colonna, Bagno virile. Diario della guerra in mare, 1942

Eugenio D’Ors, Oceanografia del tedio, 1943

Gustave Flaubert, Un cuore semplice, 1942

Raffaello Franchi, Istmo. Ritratti letterari, 1942

Edgar Allan Poe, Suggestions, 1942

Ezra Pound, Carta da visita, 1942

Mario Praz, Viaggio in Grecia, 1942

Bruno Romani, Avventure, 1942

Edilio Rusconi, Giorni sul fiume, 1942

Gino Vicentini, La camera magica, 1942

Achim Von Arnim, Il manichino tragico, 1942

“Fuori collana”

Giambattista Vicari, Il libro dei sogni, 1942