Wuz n. 5, giugno 2002

Olivia Barbella

I ricercati delle edizioni

della Voce



“Sarà dentro il mese dato alla luce come nostra edizione il volume di Gaetano Salvemini: Il Ministro della mala vita, contenente un vivace studio documentato sulle condizioni elettorali nel Mezzogiorno. Vi si trovano riuniti scritti di N. Colajanni e G. De Felice. A questo volume per nostra o per altrui edizione, ma sempre con la stessa direzione seguiranno altri volumi delle questioni vive del nostro paese” (in Le edizioni della “Voce”. Catalogo, a cura di Carlo Maria Simonetti, Firenze, Giunta Regionale Toscana/La Nuova Italia, 1981, p. V). Con queste parole nel marzo 1909 – a qualche mese dalla nascita della rivista “La Voce” –, Giuseppe Prezzolini annuncia il progetto per la fondazione di una casa editrice, la cui attività conoscerà un avvio parziale nel corso del 1910 (anche se il primo documento attestante l’attività editoriale vociana, nello stesso 1909, è La salvezza è con noi, un modesto opuscolo di contenuto religioso confezionato artigianalmente e di semplice fattura tipografica), e un andamento continuato solo nel 1912.

La collana “Questioni vive”, inaugurata appunto dal libro di Salvemini (gratificato da un notevole successo di pubblico), viene continuata dall’editore Vincenzo Bonanni di Ortona a Mare, il quale, però, non si rivela in grado di portare avanti l’impegno assunto e arresta la serie dopo l’uscita dei primi tre volumi, sui sedici previsti. Nelle intenzioni dell’ideatore, le “Questioni vive” dovrebbero esprimere una letteratura civile, attenta a indagare i punti critici della situazione politica e sociale attraversata dal paese in quel momento. Il progetto editoriale prezzoliniano, volto a raccogliere i contributi dei numerosi autori che gravitano intorno alla rivista, esclude programmaticamente di orientarsi a una produzione di largo consumo: prodotto librario e pubblicazioni periodiche sono piuttosto strumento di organizzazione culturale e di aggregazione di giovani intellettuali pronti a intervenire e incidere, con un ruolo non secondario, nella vita della nazione. Guidati da queste intenzioni, i vociani danno il via a una produzione libraria originale, dai contenuti volutamente provocatori, agile e sobria nella veste tipografica e monocromaticamente austera nel colore delle copertine.

Tali concezioni sono peraltro coerenti con l’impostazione della rivista culturale “La Voce”, fondata a Firenze da Prezzolini alla fine del 1908 e da lui diretta fino al novembre 1914, a eccezione del periodo fra l’aprile e l’ottobre del 1912, in cui la direzione passa a Giovanni Papini. Settimanale prima, quindicinale dal 1914, esprime posizioni varie, anche se i collaboratori condividono un’istanza antipositivista, spiritualista e vicina all’idealismo di Croce e Gentile; e una recettività nei confronti del cattolicesimo modernista e delle varie tendenze filosofiche irrazionalistiche, vitalistiche e “negative” contemporanee. La rivista, per i suoi intenti educativi e i suoi interessi politico-sociali, ospita inchieste su temi scottanti di attualità relativi alle condizioni materiali del mondo moderno, alla struttura del capitalismo, alla scuola, alla questione meridionale, alle varie tendenze politiche, al rapporto fra i sessi, ai problemi del suffragio universale, delle regioni, dell’impresa di Libia e dell’irredentismo.

Il proposito che accomuna i numerosi collaboratori – tra cui Croce e Gentile, Prezzolini stesso, Papini, Amendola, Soffici, Salvemini, Slataper, Jahier, Boine, Rebora – è dare “voce”, appunto, a una nuova cultura capace di agire sulla modernità. Ma non vengono a mancare contrasti e defezioni: nel 1911 Salvemini si stacca dal gruppo per dar vita a “L’Unità”; altrettanto fa Amendola, che fonda con Papini il periodico “L’Anima”; nel 1913 Papini e Soffici fondano insieme “Lacerba”, vicina alle posizioni dei futuristi. I dissensi esplosi tra gli animatori della rivista a proposito della questione libica prima e della guerra mondiale poi, portano infine alla spaccatura dellla “Voce” in due tronconi: uno letterario, diretto da De Robertis (fino al 31 dicembre 1916), con sede a Firenze, e uno politico, diretto da Prezzolini, a Roma, a sostegno dell’intervento italiano nel conflitto europeo.

“La Voce” derobertisiana, detta anche “La Voce bianca” dal colore della copertina, è una rivista antologica all’insegna della qualità letteraria: raccoglie scritti creativi di Ungaretti, Cardarelli, Campana, Onofri, Baldini, Bacchelli, e testi critici di De Robertis, Serra, Cecchi e altri, tendenti a eludere interferenze etiche, politiche o sociali e a promuovere, invece, una poetica fondata sul culto dell’intuizione lirica, della parola e dello stile.

Ma torniamo all’attività editoriale della “Voce”. Tra il 1910 e il 1911 esce la prima serie dei “Quaderni della Voce”, ispirati per contenuti e veste tipografica ai “Cahiers de la Quinzaine” di Ch. Péguy: diretti da Prezzolini, sono concepiti come rivista mensile, in vendita a 95 centesimi. I tredici volumetti delineano bene il progetto culturale perseguito dai vociani: ai titoli di attualità politica e sociale (L’università italiana a Trieste di Ferdinando Pasini e Il Trentino veduto da un socialista di Benito Mussolini) si affiancano traduzioni di narrativa straniera (i Racconti di Cechov) e saggi di critica letteraria quali Rudyard Kipling di Emilio Cecchi, Arthur Rimbaud di Ardengo Soffici e Scritti critici di Renato Serra. Autori e curatori dei volumi sono selezionati solo, o quasi, tra gli animatori della rivista; ogni numero della rivista ospita dal canto suo un riquadro pubblicitario dedicato a un testo dell’uno o dell’altro collaboratore.

Questa prima serie reca la sigla della Casa editrice italiana gestita a Firenze dai fratelli Attilio e Antonio Quattrini (noti nel settore per le loro edizioni popolari a grande tiratura, sono curatori del giornale settimanale “Il romanzo Quattrini” e pubblicano diverse collane di letteratura), anche se la proprietà letteraria delle opere appartiene alla “Voce”. Il rapporto dei giovani vociani con i Quattrini, poco sensibili alle istanze dell’avanguardia e inclini piuttosto a soddisfare le esigenze del vasto pubblico – a parte la “Biblioteca popolare dei grandi autori”, diretta da Massimo Bontempelli -, non è affatto pacifico. I dissensi riguardano le irregolarità da parte della casa editrice nella distribuzione dei volumi nelle librerie; l’inadeguatezza nella cura dei “Quaderni”, che vengono addirittura mandati in stampa senza revisione delle bozze (come nel caso dell’introduzione di Slataper alla Giuditta di Hebbel); il rifiuto, sempre da parte dell’editrice, di due volumi di Papini e di Soffici.

Prezzolini riesce a liberarsi dall’impegno con la Casa editrice italiana solo quando questa fallisce; il 19 novembre 1911 può dunque costituirsi a Firenze la “Società anonima cooperativa Libreria della Voce”, con un consiglio di amministrazione composto da Prezzolini, Salvemini, Amendola, G. Donati e G. Nencioni. La Società si propone di farsi editrice della rivista e delle pubblicazioni della “Voce”; di avere “un proprio magazzino di deposito e vendita aperto al pubblico, ma inteso soprattutto a facilitare ai suoi soci mediante sconti, vendite rateali e a termine, da disciplinarsi con apposito regolamento, l’acquisto dei mezzi di cultura”; di assumere in deposito e in amministrazione libri e riviste di altri; di promuovere “la diffusione della cultura in Italia”; di ripartire gli utili tra i soci. La libreria che l’affianca non ha fini commerciali, “di speculazione”, ma intende vendere “unicamente libri sani e seri” (l’atto costitutivo della Società si legge in Le edizioni della “Voce”. Catalogo, a cura di Carlo Maria Simonetti, Firenze, Giunta Regionale Toscana/La Nuova Italia, 1981, pp. 173-181).

A orientare, fin dalla nascita, l’attività delle “Edizioni della Libreria della Voce” – espressione della Società anonima – è l’intenzione di pubblicare titoli consoni al più ampio progetto culturale e politico coltivato sulle pagine della rivista. Il marchio dell’editrice, disegnato da Ardengo Soffici e raffigurante un contadino intento a vangare, esprime simbolicamente un programma preciso: l’intenzione è di “vangare un terreno troppo sfruttato: l’Italia; e quindi seminar nuova cultura” (Giuseppe Prezzolini, La Voce (1908-1913), Milano, Rusconi, 1974, p. 12).

Il primo volume edito dalla Libreria è Lemmonio Boreo di Soffici, che nel gennaio 1912 inaugura la seconda serie dei “Quaderni”, proposti con una linea grafica di copertina immutata rispetto a quelli della serie precedente. I titoli della collezione, usciti tra il 1912 e il 1915, sono nove: quello già citato di Soffici, e poi Le memorie di un candidato di Salvemini, Un uomo finito di Papini, Il mio Carso di Slataper, Crotcaia di Dostoevskii, Lo spaventacchio di Pea, Il peccato di Boine, Discorso su Giovanni Papini di Prezzolini, Resultanze in merito alla vita e al carattere di Gino Bianchi di Jahier. Questa seconda serie dei “Quaderni” segna una svolta rispetto alla prima, nel senso di un drastico avvicinamento a una dimensione preminentemente – quasi esclusivamente, anzi – letteraria: alcuni di quei volumetti sono per di più tra le opere letterarie più significative di quegli anni.

I titoli di narrativa indicano la ricerca di un nuovo modello di romanzo da opporre a quello diffuso dall’editoria maggiore, considerato banale e quasi solo prodotto commerciale. Si configura, di quaderno in quaderno, una letteratura non meramente funzionale a esigenze di intrattenimento, bensì fondata sul resoconto di un’esperienza intellettuale autobiografica e sulla memoria privata, alla ricerca di una nuova dimensione esistenziale e morale. Le opere di Soffici, Papini, Slataper, Boine e Jahier contribuiscono a rigenerare il panorama letterario contemporaneo con un tipo inedito di scrittura tendente al genere diaristico, al giornale intimo vissuto e scritto in prima persona con una prosa espressivamente personale.

Lemmonio Boreo (1912) rimane la più significativa tra tutte le opere di Ardengo Soffici. Il pittore e scrittore toscano è in quel periodo uno degli esponenti più oltranzisti e intelligenti dell’avanguardia, mentre più tardi, rinnegando il suo passato, si ergerà a rigido fautore del “ritorno all’ordine” (formula che conia nel 1928, quando la parola “ordine” ha connotazioni ormai incontestabilmente fasciste) come ritorno a una classicità mitizzata. Lemmonio Boreo è un romanzo leggibile in chiave autobiografica, in cui il narratore segue la vicenda tra epica e picaresca di un “eroe popolare giustiziere”, che attraversa la campagna toscana compiendo svariate azioni teppistiche, con un sistematico compiacimento per il gesto violento e risolutivo: “Al di là dei propositi dell’autore, si tratta di un inquietante documento di populismo reazionario, che sembra già prefigurare atteggiamenti tipici dello squadrismo fascista” (Giulio Ferroni, Storia della letteratura italiana. Il Novecento, Torino, Einaudi, 1991). Sebbene al di fuori della serie dei “Quaderni”, la Libreria pubblica altri testi di Soffici: Cubismo ed oltre (1913), con illustrazioni di Cézanne, Picasso, Braque, Soffici, Boccioni, Carrà; e BIF&ZF + 18. Simultaneità. Chimismi lirici (1915). Si tratta di una raccolta poetica sperimentale di estrema libertà formale, in cui lo scrittore si cimenta con la trasposizione dei calligrammi di Apollinaire; ed è l’opera più esplicitamente futurista dell’autore (il volume, in folio, viene stampato in 300 esemplari dalla tipografia di Attilio Vallecchi).

Il triestino Scipio Slataper, trasferitosi a Firenze nel 1908, è tra i primi più attivi collaboratori della “Voce” fino al 1912, quando se ne stacca. Il mio Carso (1912), dedicato alla memoria dell’amica “Gioietta” (morta suicida nel 1910), è un’opera singolare, difficilmente ascrivibile a un genere letterario tradizionale: strutturata in tre parti, vi si svolge una narrazione senza trama di tipo intimamente autobiografico, aperta e frantumata, che alterna momenti di lirismo vibrante a riflessioni morali, in un discorso che slitta continuamente da un tempo all’altro e da un destinatario all’altro. Il linguaggio è teso e asciutto, i periodi si rincorrono paratatticamente, brevi e nervosi. La tensione è tra il richiamo di una forza originaria e “barbarica”, rappresentata dal paesaggio carsico, e l’opposto richiamo della civiltà, della vita urbana, del lavoro e dell’impegno costruttivo. L’opera va letta, secondo l’interpretazione dell’autore stesso, come “poema della giovinezza forte, con i suoi turbamenti, scoraggiamenti e propositi” (come scrive in una lettera a Marcello Loewy del 5 gennaio 1911, in Epistolario, a cura di G. Stuparich, Milano 1950, p. 91), all’insegna di un vitalismo trionfante e panico. Esaurite in poco tempo le 2.000 copie della prima edizione, il libro viene presto ripubblicato.

Con Il peccato (1914) Giovanni Boine sperimenta la forma del romanzo, narrando una vicenda intellettuale, sentimentale e religiosa in terza persona, ma con l’evidente proposito di costruire una sorta di autobiografia indiretta. Il protagonista, confinato nell’angusto ambiente della provincia ligure e coinvolto in una peccaminosa relazione amorosa con una monaca, è tormentato dall’insofferenza verso le convenzioni sociali vigenti, da difficili scelte morali, da tensioni religiose irrisolte e da oscure vibrazioni erotiche. Con quest’opera, in bilico tra la poesia, il racconto e il frammento, e connotata da una prosa lirica e ritmica, Boine ha creato un genere letterario nuovo.

Piero Jahier, nato a Genova nel 1884 e vissuto a Firenze fin dall’infanzia, ha una vita difficile, specialmente in seguito al suicidio del padre: impiegato presso le Ferrovie dello Stato, collabora alla “Voce” dal 1909 con lo pseudonimo di Gino Bianchi, e dal 1911 è gestore della Libreria della Voce. Parteciperà come volontario alla guerra, vivendola su posizioni di tipo democratico. Traspone la sua autobiografia in personaggi che sono tipici esponenti di un mondo piccolo-borghese, in cui stenti e malessere sono all’ordine del giorno. Le Resultanze in merito alla vita e al carattere di Gino Bianchi (1915) esprimono lo squallore della vita impiegatizia e i tormenti esistenziali del protagonista, “impiegato di concetto”: al sistema burocratico e all’aridità dell’esistenza borghese vengono contrapposti, con una protesta dal tono amaro, i diritti a una vita spontanea e “vitale”. Dal punto di vista stilistico, l’autore tende all’abolizione della distanza tra verso e prosa.

Né Il peccato né il Gino Bianchi si esauriscono dopo pochi mesi dalla prima edizione, come invece avviene per Un uomo finito di Papini (il volume, uscito nel marzo del 1913, in luglio ha già esaurito le 2.000 copie della prima edizione, e viene subito ristampato). È il diario di una crisi esistenziale, e la testimonianza di una ricerca della verità, all’insegna di un aspro anticonformismo: “ritmato come una composizione musicale in ‘movimenti’ che vanno dall’‘andante’ iniziale all’‘allegretto’ conclusivo, Un uomo finito è quello che promette il titolo, una lunga variazione sul tema dello scacco personale, in cui però una pronuncia tonante, da dichiarazione di guerra, non concede nulla all’afflizione”. (Giovanni Falaschi, Autobiografie e memorie, in Franco Brioschi, Costanzo Di Girolamo, Manuale di letteratura italiana. Storia per generi e problemi, vol. IV, Torino, Bollati Boringhieri, 1996, p. 753). Il punto è che né Boine né Jahier sono scrittori popolari come lo è Papini; la loro letteratura è espressione sofferta di un io narrativo tanto forte da trasformare la prosa romanzesca in sottile confessione con se stessi, a discapito della comunicazione con il pubblico dei lettori. I loro sono “romanzi” che, sia per lo stile complesso e di non facile lettura, sia per il contenuto, non possono raggiungere un’ampia divulgazione, contrariamente alle previsioni iniziali della casa editrice.

Anche al di fuori della serie dei “Quaderni” vengono pubblicate opere importantissime, come il secondo libro di Saba, Coi miei occhi (1912), divenuto in seguito Trieste e una donna. Lo scrittore triestino alla fine del 1910 aveva fatto uscire a Firenze, a proprie spese, usando per la prima volta il nome di Umberto Saba, il suo primo volume di versi, Poesie, che ottenne scarsa risonanza; nel 1911 inviava alla rivista “La Voce” il suo manifesto poetico, Quello che resta da fare ai poeti, che viene però rifiutato. La poesia voluta dall’autore è diretta e naturale, “onesta” perché vicina alle cose; lontana da ogni pretesa di guidare il cammino della storia e da ogni ricerca di perfezione astratta e assoluta; voce sincera del cuore, lontana dagli artifici e dal formalismo esasperato di tanta letteratura contemporanea. In Storia e cronistoria del Canzoniere, Saba lamenterà la scarsa, anzi nulla, fortuna di Coi miei occhi, individuandone cause precise: “Il libretto non ebbe fortuna. La stessa casa editrice (‘La Voce’) lo osteggiò, meglio diremo, lo sabotò, in tutti i modi possibili. Per esempio si ‘dimenticava’ di inviare il volume ai pochi richiedenti […] Oppure, essendo uscito presso la medesima casa editrice e quasi contemporaneamente, il libro di un altro triestino (Il mio Carso di Scipio Slataper) ogni numero della “Voce” pubblicava un trafiletto, che diceva: Leggete Il mio Carso, il primo libro di poesia scritto da un triestino. Di quello di Saba invece non si fa parola, o il meno possibile” (Cfr. Alberto Cadioli, Letterati editori, Milano, Il Saggiatore, 1995, p. 66).

Eppure, nonostante le preferenze, o perlomeno le differenze nel trattamento promozionale accordato ai collaboratori vociani, è significativo che si scelga di pubblicare le raccolte di versi di giovani poeti allora poco noti o alle prime esperienze, ma destinati a diventare tra i maggiori del Novecento. I Frammenti lirici di Clemente Rebora (1913) non vengono compresi dalla critica del tempo per la novità dei contenuti e soprattutto per la scabra concentrazione del linguaggio; mentre Pianissimo di Camillo Sbarbaro (1914) attira sull’autore l’attenzione della critica. Entrambi i libri sono riconducibili a un orizzonte stilistico di tipo espressionistico.

La terza serie dei “Quaderni” propone, nel 1915, solo due titoli: Maschilità di Papini e L’inaugurazione della primavera di Govoni. Per i tipi della Libreria, inoltre, si pubblicano, tra il 1912 e il 1915, gli “Opuscoli della Voce”, che comprendono volumi di attualità politica e sociale e polemiche economico-politiche; inoltre la collana dei “Maestri moderni” (1914), con i quattro volumi dedicati a Cézanne, Rousseau, Picasso e Degas. Hermaphrodito di Alberto Savinio (1918) è, invece, un curiosissimo diario fantastico che alterna prose e versi in italiano e in francese.

Oltre ai problemi finanziari dovuti alla gestione, alle difficoltà del periodo bellico e alle tensioni con i collaboratori, la fine della Libreria diretta da Prezzolini si deve anche all’intervento di Attilio Vallecchi. Il tipografo fiorentino, che già aveva collaborato ad alcuni volumi della seconda serie dei “Quaderni”, nel 1916 entra nel consiglio di amministrazione, e grazie ai suoi mezzi economici vi conquista rapidamente un ruolo di primo piano: assumendo nel suo catalogo i titoli della Libreria usciti dalla propria tipografia farà dell’eredità vociana il nucleo iniziale della casa editrice che porterà il suo nome.

Prezzolini si trasferisce dunque a Roma, dove prosegue, col sostegno finanziario di Giovanni Pirelli, la propria attività editoriale e fonda l’Istituto bibliografico italiano con l’idea di sviluppare un servizio di informazione bibliografica. Il 21 maggio 1919 viene costituita, con sede in piazza Trinità dei Monti 8, la “Società Anonima Editrice La Voce” (Prezzolini ne è amministratore delegato), che ha finalità simili a quelle della Libreria. La rinnovata casa editrice romana riprende la pubblicazione di una nuova serie della biblioteca popolare di pedagogia “Scuola e vita”, iniziata nel 1914 a Catania dall’editore F. Battiato e diretta da Giuseppe Lombardo-Radice. La collana annovera studi di pedagogia e sui problemi attuali della scuola italiana nei suoi diversi gradi, testi scolastici, volumi di filosofi e pedagoghi gentiliani, scritti di Croce e Salvemini. La casa editrice, recuperando il senso della tradizione vociana degli inizi, torna anche a discutere intorno al problema della questione meridionale, ad affrontare il problema politico delle relazioni tra l’Italia e le terre irredente, e quello dei rapporti con l’Europa. Il tentativo è di allargare l’azione che era stata della Libreria, rivolgendosi anche a un destinatario “popolare”: in questa prospettiva vanno considerate le riviste “Il nuovo contadino” e il “Giornale del popolo agricoltore” (1919), diretto da Jahier, che può godere dell’appoggio e della copertura finanziaria di 15.000 abbonamenti garantiti dall’Associazione agraria toscana.

Il proseguimento della terza e quarta serie dei “Quaderni della Voce”, pubblicati dalla nuova editrice tra il 1919 e il 1922, comprende testi storico-politici con particolare riferimento alla guerra e ai problemi del dopoguerra (Dopo Caporetto e Vittorio Veneto di Prezzolini, Dopo la vittoria di Gentile), opere dei caduti (Cose e ombre di uno di Carlo Stuparich) o ricordi di essi (Scipio Slataper di Giani Stuparich), saggi di storia italiana (La politica estera di Francesco Crispi di Salvemini, Italiani e Jugoslavi nel Risorgimento di Anzilotti), volumi di denuncia su questioni di attualità (Troppi avvocati di Calamandrei, Gli ideali di un economista di Einaudi), ma anche qualche opera letteraria, come Sulle orme di Renzo di Carlo Linati (1919), La ferita non chiusa di Boine (1921), Ragazzo di Jahier.

Ragazzo è l’autobiografia intellettuale e morale che lo scrittore ligure aveva pubblicato a partire dal 1910 sulla “Voce” e sulla “Rivista ligure”, e ora in volume nel 1919. Jahier trasferisce sulla pagina l’irrequietezza che lo indusse adolescente a “tastare il mondo”, in un ambiente familiare affollato di figure e ridotto alla povertà dalla morte del padre, pastore valdese. “Nel libro sono rappresentate tutte le escursioni della scrittura lirica, dal poemetto in prosa alla salmodia – esemplata sui versetti biblici con cui l’autore ebbe consuetudine fin dall’infanzia – al verso vero e proprio”. (Giovanni Falaschi, Autobiografie e memorie, cit., p. 751).

Tra il 1919 e il 1922 vivono anche altre collane: la “Biblioteca di coltura superiore”, che ripresenta La lotta politica in Italia di Oriani; “La giovine Europa”, diretta da U. Zanotti-Bianco, che comprende, oltre allo studio di Salvemini su Mazzini, saggi su diversi paesi dell’Adriatico e dell’Est europeo; “La questione meridionale”, con volumi – tra gli altri – di P. Villari e G. Fortunato e la “Biblioteca di propaganda del gruppo nazionale romano”. Altre collezioni sono di carattere letterario, come quella di letteratura straniera “Il libro per tutti” e le “Opere di Renato Serra”. Nel corso del 1920 La Voce si fa anche editrice della rivista letteraria “La Ronda”, nata a Roma l’anno precedente, e resasi autonoma nel 1921.

Ma la Società ha vita travagliata, soprattutto per la continua mancanza di denaro, tanto che nel settembre 1920 Prezzolini giunge a un accordo con i soci e a un contratto che prevede il ritorno a Firenze: la direzione della Società passa a Odoardo Campa, nuovo consigliere delegato e finanziatore diventa Gino Cesana, mentre Prezzolini mantiene solo la direzione dei “Quaderni”, che si concludono con la quarta serie nel 1922. L’anno seguente si avviano delle trattative con Enrico Bemporad per delle coedizioni La Voce-Bemporad, ma il tentativo resta allo stadio preliminare; nel 1925 poi Prezzolini si trasferisce a Parigi lasciando a Roma la direzione della casa editrice a Curzio Malaparte. In quest’ultima fase vengono varate la “Biblioteca di filosofia contemporanea”, diretta da Campa; la “Biblioteca storica toscana”, a cura della R. Deputazione di storia patria (che presenta solo due volumi di Volpe nel 1923); “I breviari della Voce”, con alcuni classici della letteratura; “I partiti politici in Italia”, con soli due titoli nel 1923; “I problemi del fascismo”, diretta da Malaparte, con testi che segnano la direzione verso la quale avrebbe inteso muoversi l’editrice. Sotto la direzione malapartiana escono anche le riviste “La conquista dello Stato”, da lui diretta, “Vita artistica. Cronache mensili di arte”, e soprattutto la rivista fondata con Bontempelli e diretta da quest’ultimo: “900. Cahiers d’Italie et d’Europe”.

Nel frattempo si avvicina al mondo culturale-editoriale Leo Longanesi, che nel 1928 rileverà le edizioni della Voce: con il volume L’Arcitaliano di Malaparte resta sulla copertina e sul frontespizio delle edizioni di Longanesi la denominazione LA VOCE, ma scompare il caratteristico marchio vociano inciso da Soffici. Termina così la stagione dell’editoria vociana.

(Fonti imprescindibili per la stesura del presente articolo si sono rivelati: Alberto Cadioli, Letterati editori, Milano, Il Saggiatore, 1995, pp. 29-68; Nicola Tranfaglia – Albertina Vittoria, Storia degli editori italiani. Dall’Unità alla fine degli anni Sessanta, Roma-Bari, Laterza, 2000, pp. 152-161.)