Wuz n. 10, dicembre 2002

Giuseppe Iannaccone


I ricercati delle edizioni

dei Guf

Nella fabbrica del consenso del fascismo, l’orientamento e la valorizzazione delle giovani leve sono indubbiamente recepite come necessità di decisiva importanza: per usare le parole di Mussolini, occorre innanzitutto “preparare spiritualmente tutta la gioventù italiana” e fare in modo che “il principio totalitario dell’educazione giovanile” risponda alla necessità del regime di “durare” ed “essere continuat[o] nel futuro”. A questo scopo il controllo dei goliardi italiani, avviato già dalla fine degli anni Venti, e il loro inquadramento nei Gruppi Universitari Fascisti avviene soprattutto grazie all’ideazione di una capillare rete di iniziative su un terreno squisitamente culturale: dalla creazione del teatro sperimentale dei GUF alla crescente attenzione per la cinematografia (l’allestimento dei Cine-Guf), all’istituzione di sezioni musicali e radiofoniche. I cosiddetti “Littoriali della cultura e dell’arte”, poi, offrono ai giovani l’occasione congeniale, specie nelle prove narrative e poetiche, ma anche in quelle filosofiche e artistiche, per mettersi in luce e consentono al regime di valutare gli orientamenti generali che vanno sviluppandosi in seno alla generazione di una futura classe dirigente. Si tratta di manifestazioni non di rado di eccellente spessore culturale, come dimostra una pure superficiale occhiata agli elenchi dei partecipanti, giovani di belle speranze divenuti in molte occasioni illustri interpreti del panorama letterario e culturale del dopoguerra.

In questo contesto, un importante tassello dell’elaborazione culturale in seno ai GUF è senza dubbio rappresentato dalla stampa universitaria, certamente in linea con le direttive politiche imposte dall’alto e tuttavia capace, soprattutto dallo scoppio della guerra fino alla caduta del fascismo, di presentare un documento letterario tutt’altro che trascurabile. Molte delle testate dipendenti dalle locali sezioni gufine ospitano, infatti, pagine di letteratura di notevole interesse: racconti, poesie, pezzi di critica letteraria e artistica si susseguono non casualmente, costituendo spesso l’elemento centrale delle riviste a scapito di una becera opera di semplice propagandismo politico.

In qualche caso, inoltre, accanto alla pubblicazione periodica, la sezione del GUF riesce a dare vita anche a un reparto editoriale, stampando volumi autonomi: parliamo, nella maggior parte dei casi, di edizioni di dispense e di testi universitari (di giurisprudenza, geologia, glottologia, geografia, filosofia ecc.) a uso esclusivo degli studenti delle facoltà dell’ateneo locale. Non mancano, tuttavia, anche iniziative editoriali di un certo valore, per quanto isolate nel mare magnum della produzione saggistica universitaria. È il caso di una raccolta poetica di Alfredo Orecchio (Lunario di Primavera, 1939), data alle stampe dai GUF di Messina con una tiratura di 200 esemplari numerati o di un saggio critico di Luigi Russo (Giacomo Leopardi: dalla Canzone All’Italia alla Canzone per le nozze della Sorella Paolina, 1943) edito dalla Sezione Editoriale del GUF di Pisa o, ancora, di un’antologia poetica di alcuni giovani napoletani, in cui spiccano i versi inediti di una giovane Anna Maria Ortese, appena reduce dalla vittoriosa partecipazione ai Littoriali femminili della cultura e dell’arte tenutisi a Trieste (Poesie di A. M. Ortese, Botta, Cammarosano, Cavallo, De Martino, Fiore, Lenza, [Napoli], GUF Mussolini – Sez. Editoriale, XVII-1939).

Discorso a parte meritano invece le iniziative editoriali sorte come diretta emanazione di tre delle più interessanti riviste dei GUF. “Posizione” di Novara, “Pattuglia” di Forlì e, soprattutto, “Rivoluzione” di Firenze organizzano delle edizioni specifiche, trascurando la saggistica universitaria e dedicandosi, invece, quasi esclusivamente alla letteratura e all’arte. Non a caso, si tratta delle testate gufine che annoverano tra i propri collaboratori abituali il più alto numero di scrittori, segnalandosi per la qualità culturale delle proprie pagine e offrendo un ampio spazio non solo agli scritti creativi, ma anche alle recensioni e alla critica artistica, senza tralasciare, con opportune traduzioni, la letteratura straniera. Le “Edizioni di Posizione”, dirette da Egidio Bonfante, che è il condirettore del “Mensile dei Fascisti Universitari di Novara”, prestano un’attenzione specifica all’arte, in sintonia con una precisa tendenza della rivista, che propone in ogni numero un’ampia rassegna di disegni e dipinti di artisti contemporanei: nel 1943 vengono pubblicati i Sedici Taccuini del pittore Renato Birolli, uno dei fondatori del gruppo di “Corrente”, con disegni e una nota del critico d’arte Umbro Apollonio. Allo stesso anno risalgono una monografia (edizione di 200 esemplari numerati) di Guido Piovene su Italo Valenti, anch’egli espressione pittorica dei fermenti culturali che animano l’ambiente milanese della fine degli anni Trenta, e una rassegna critica dell’opera di Picasso, Cinquanta disegni di Pablo Picasso (1905-1938) (edizione di 600 copie numerate), arricchita dagli scritti, tra gli altri, di Carrà, Savinio, Severini e Soffici. L’anno prima, invece, vengono pubblicate le Poesie di Luigi Capelli, con nota di Mario De Micheli, tirata in 200 esemplari numerati, impreziositi dai disegni del giovanissimo Gianni Testori.

Anche “Pattuglia”, il mensile del GUF di Forlì, riflette nelle proprie “Edizioni”, così come nelle pagine del periodico, la medesima propensione di “Posizione” a occuparsi, con saggi e analisi specifici, delle arti figurative e, particolarmente, di artisti contemporanei. Le sue poche pubblicazioni vedono la luce soprattutto nel 1943, quando gli esiti della guerra sembrano ormai definiti, prima però che il 25 luglio determini la contemporanea fine di una stagione politica e l’inevitabile chiusura delle iniziative culturali dei GUF. Col marchio della rivista forlivese viene stampato, oltre a un racconto di Vittorio Bonicelli (Tre conquiste), illustrato da otto disegni di Egidio Bonfante, l’Epistolario (a cura di Marco Valsecchi) fino ad allora rimasto inedito tra Dino Garrone e Edoardo Persico: entrambi scomparsi giovanissimi, il primo, novarese, fondatore, insieme a Berto Ricci, della rivista fiorentina “L’Universale”, figura divenuta ben presto simbolo (più di quanto non dica oggi la sua scarsa notorietà), con le sue irrequietezze e la sua concezione della cultura, di una intera generazione di intellettuali scomodi al regime fascista; il secondo, amico di Gobetti ed esponente di punta dell’architettura razionalista italiana.

Le “Edizioni di Pattuglia” pubblicano, inoltre, un testo di Paul Éluard (A Pablo Picasso), in 299 esemplari numerati, introdotto e tradotto da Mario De Micheli e danno ampia ospitalità tra i propri tipi alla firma di Gianni Testori, che cura nel 1942 un’edizione, anch’essa tirata in 299 copie numerate, di Manzù. Erbe e pubblica l’anno successivo, in un solo libretto introdotto da Walter Ronchi, due atti unici teatrali, peraltro mai messi in scena (La Morte. Un quadro), già usciti due anni prima sulle colonne di “Via Consolare” (anch’essa rivista del GUF di Forlì e quasi introvabile nelle collezioni delle emeroteche pubbliche). Al 1942 e al 1943 risalgono, infine, rispettivamente tre atti di Beniamino Joppolo, dal titolo Ritorno di solitudine (con una nota di Paolo Grassi) e Orfeo. Tragedia in un atto e un intervallo di Jean Cocteau, tradotto da Giorgio Strehler (299 esemplari numerati).

È, però, “Rivoluzione”, tra le riviste gufine quella che, pur nel breve lasso di meno di tre anni, tra il 1940 e il 1943, mette a punto un piano editoriale più preciso e determinato a perseguire obiettivi specifici, in particolare nel campo della narrativa. Qualche mese prima dell’avvio delle edizioni legate al suo nome, l’organo del GUF di Firenze premette a una breve rassegna antologica sulla “narrativa italiana d’oggi” (in cui, tra gli altri, vengono presentati scritti di Bilenchi, Delfini, Dessì, Vittorini e Landolfi) una dichiarazione che è insieme d’intenti e di poetica: “Mentre in Italia continua a propagarsi la trista invenzione di una impossibilità a narrare da parte degli scrittori e si rimane con ciò fissi al frammentismo vociano”, occorre comprendere che “la generazione giovane vive di un interesse narrativo” che “in un’Italia uscita da un travaglio sociale e in quanto sociale, spirituale” deve tramutarsi con urgenza “in un’espressione d’arte che non può essere che il romanzo” (a. I, n. 2, 5 febbraio 1940-XVIII, p. 3).

Di lì a poco, un’anticipazione editoriale annuncia: “Col 20 di Novembre ‘Rivoluzione’ inizia la pubblicazione di una serie di volumi di alcuni fra i giovani più rappresentativi nel campo letterario contemporaneo. L’iniziativa varrà a dimostrare la vitalità della nostra cultura in questo periodo di particolare importanza storica per la nostra Nazione” (a. II, n. 1-2, 5 novembre 1940-XIX, p. 2). A inaugurare la neonata casa editrice, nella collana “Narrativa”, al prezzo di L. 10, è il racconto di Antonio Delfini Il Fanalino della Battimonda, stampato in 320 esemplari numerati e dedicato a Carlo Bo. Il testo viene pubblicato a puntate sulla rivista prima di uscire in volume ed è il risultato dei contatti avuti dall’autore col movimento surrealista parigino in seguito a un viaggio nella capitale francese compiuto insieme all’amico Mario Pannunzio nella primavera del lontano 1932, tre anni dopo l’uscita del Secondo manifesto del Surrealismo. Nella premessa alla prima parte del racconto, Delfini ricorda il suo formarsi una “cultura (o vuoi, coscienza o subcoscienza) surrealista” e racconta l’ispirazione e la genesi dell’opera: “Una sera (a Modena) ormai esaurito da una vita sconclusionata e stupida (provinciale in effetti), sedutomi al tavolo dopo aver strimpellato il pianoforte (secondo la pratica lautreamontiana), presa in mano la penna, riempii ventidue pagine con virgole, punti e periodi, nel tempo di circa tre ore. Era nata la prima parte del Fanalino della Battimonda e la vergogna d’averlo scritto”. In effetti, secondo la testimonianza dell’autore, le critiche degli amici che leggono il manoscritto sono tutte negative: Landolfi gli confessa addirittura di “non aver mai letto cosa più infelice”; la proposta di “Rivoluzione” di pubblicarlo a distanza di alcuni anni dalla stesura può così liberare Delfini di uno “scartafaccio” che altrimenti non avrebbe esitato a distruggere (a. I, n. 6, 5 aprile 1940-XVIII, p. 4).

La collana “Critica” viene aperta all’inizio del 1941 dal saggio critico La poesia con Juan Ramon di Carlo Bo (che intraprende l’analisi della letteratura spagnola in contemporanea a quella della letteratura d’avanguardia francese) e poi proseguita dal volume di Mario Luzi Un’illusione platonica e altri saggi, che contiene, tra gli altri, un’importante interpretazione di Leopardi nel capitolo Vicissitudine e forma, destinato in un primo momento a dare il titolo a tutto il libro. La pubblicazione del testo di Luzi nelle “Edizioni di Rivoluzione” non sorprende, data la collaborazione del poeta e critico alla rivista: una presenza che segna un’ulteriore tappa della sua frequentazione dell’ambiente intellettuale fiorentino, nel cui arcipelago editoriale ha mosso con assiduità i primi passi, da “Frontespizio” a “Letteratura” a “Campo di Marte”.

Altri tre sono i saggi che compongono la collana “Critica”: nel primo, Parabola di Hauptmann (1941) Rodolfo Paoli parte dall’analisi del grande drammaturgo insignito nel 1912 del Premio Nobel per affrontare il panorama della letteratura tedesca contemporanea. Il secondo, edito nel 1942, è Foscolo traduttore di Sterne di Luigi Berti; l’anno successivo esce Eloquenza dei sentimenti (in edizione numerata) di Giancarlo Vigorelli.

Mentre la collana di “Politica” è rappresentata da un solo volume, Il bene comune di Dino Del Bo, quella di “Poesia” è inaugurata dall’importante raccolta di Mario Tobino Veleno e amore, pubblicata nel 1942 come edizione numerata, con una tiratura di 350 esemplari e con ritratto dell’autore eseguito da Mario Marcucci. Si tratta di un libro importante, che dà seguito ad una parabola di scrittura iniziata anni prima sotto il segno della poesia e che anticipa solo di qualche mese la definitiva consacrazione critica dell’autore ottenuta con la narrativa, a partire dall’uscita de Il figlio del farmacista, presso le milanesi “Edizioni di Corrente”. Veleno e amore rappresenta uno dei momenti fondamentali dell’esperienza ermetica di Tobino, approfondita dalla “continua ricerca di un linguaggio al tempo stesso sostenuto e antiletterario, fluido e ricco di risonanze, teso a raggiungere i confini del prosastico senza però rinunciare per questo all’elegante pregnanza di un dettato essenziale e intensamente espressivo” (E. Ragni, T. Iermano, Scrittori dell’ultimo Novecento, in Storia della letteratura italiana, vol. IX, Il Novecento, Roma, Salerno editrice, 2000, p. 952). Particolarmente significative sono le poesie in cui si avverte l’esperienza del deserto della Libia, sul cui fronte Tobino è inviato fino ai primi del 1942: qui la continua presenza della morte e della sofferenza, ma soprattutto il tono fermo e asciutto richiamano le liriche di guerra di Ungaretti: “Soltanto, tra queste tende, / nei soldati con noi / nacque un umano amore / verso noi uomini / che eravamo facili a morire, / nacque tra noi un’amicizia, / che distingueva i nostri sguardi. / Tra queste tende dove / un sabbioso dolore / ci accomunava”.

È, però, coerentemente con gli intenti programmatici enunciati sulla rivista, la narrativa il campo privilegiato delle “Edizioni di Rivoluzione”. Nella collana a essa riservata, infatti, oltre al romanzo di Delfini, vengono ospitati altri sei volumi prima della chiusura forzata dell’esperienza editoriale: Un uomo solitario (1941) di Giuseppe Mesirca, scrittore oggi quasi del tutto dimenticato, formatosi nel clima di “Solaria”, Avventure nel parco (1942, con ritratto dell’autore a firma di Ottone Rosai) di Piero Santi, La malinconia di Giovanni Leoni, Estate al mare di Paolo Cavallina, che è il condirettore della rivista. Nel 1941, inoltre, vengono pubblicati due libri che occupano un posto di rilievo nella letteratura del Novecento italiano: La siccità di Romano Bilenchi, in 400 esemplari numerati, con dedica a Mario Luzi e Alla periferia (edizione tirata in 500 copie) di Carlo Cassola.

 
I racconti che compongono La siccità, in particolare quello che dà il titolo al libro e La miseria, portano alle estreme conseguenze la tendenza all’essenzialità tipica dell’arte di Bilenchi, in un quadro simbolico, di cui la siccità e la miseria, appunto, rappresentano i dati ineludibili di una condizione umana fatta di avversità della natura e disperazione sociale. Mentre la guerra è già iniziata, lo stile del narratore toscano evoca una verità assoluta, fungendo “come strumento di rivelazione […] di una ragione ‘eterna’ e imperscrutabile manifestata dalla ferita esistenziale che divide l’uomo dalla realtà” (R. Luperini, Il Novecento, tomo secondo, Torino, Loescher, 1981,p. 536).

Alla periferia è il volume d’esordio di Carlo Cassola. È in questa sede che vengono raccolti i suoi primi racconti, precedentemente presentati sulle pagine di “Letteratura”. Si tratta di brevi prose, in cui si sente l’influenza dell’ambiente fiorentino e della poetica ermetica, che in Cassola si traduce nel gusto dell’essenzialità, dell’armonia lirica della narrazione, nell’aspirazione a far coincidere arte e vera vita, il naturale e il sentimentale. L’accoglienza critica al libro è piuttosto discorde e non manca chi, come Mario Alicata dalle colonne di “Primato”, accusa l’autore di esser privo di rigore ideologico e sensibilità sociale e di costruire un racconto che appare piuttosto un “freddo esercizio letterario”, insidiato da una troppo facile elegia crepuscolare e da un calligrafismo di maniera. La difesa di Alla periferia avviene proprio su “Rivoluzione” a opera di Marco Di Liberto, che invece sottolinea come la “prosa solitaria” di Cassola “sottintende un preciso impegno e una fede letteraria in una narrativa autonoma, dove la fantasia esprima immediatamente i suoi toni ed umori” (a. III, n. 10-11, 10 giugno 1942-XX, p. 6).

 
Le due ultime pubblicazioni delle “Edizioni di Rivoluzione” non sono, però, né romanzi, né raccolte di racconti. Infatti, pochi giorni prima della seduta del Gran Consiglio, che determina le dimissioni forzate di Mussolini, è finito di stampare (esattamente il 20 luglio 1943) il secondo titolo della collana poetica: nelle 34 pagine de I visi Alessandro Parronchi approfondisce, sotto il segno della raffinatezza formale, la sua originale interpretazione di un ermetismo di stampo quasi neoclassico; contemporaneamente esce una monografia d’arte che avrebbe dovuto essere il primo di una serie di testi dedicati alla pittura: il volume di Piero Santi, Gli autoritratti di Ottone Rosai è un’elegante edizione tirata in 300 esemplari numerati, venduta al prezzo di L. 40, con 18 tavole in bianco e nero, introdotte da 26 pagine di introduzione a firma del curatore.

 

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