Ho sempre trovato Wells uno scrittore dalla forte portata poetica. Mi piace il suo modo di trattare il mondo, gli uomini, e quanto va al di là delle loro forze e conoscenze. In un certo senso mette tutto sullo stesso piano, ed è un piano avventuroso e poetico assieme.

Nella breve – due paginette – excusatio non petita del curatore, si spiega perché fra I grandi narratori Rizzoli, siamo nel 1933, sia stato inserito Wells, per la precisione il suo I primi uomini nella luna, traduzione di Decio Cinti (titolo originale The first men in the moon, diventata in italiano, nelle traduzioni successive, “sulla” luna anziché “nella”).

Si ricorre ad un – di per sé condivisibile – elogio di Wells, presentato non solo come scrittore del fantastico ma come portare di un’antropologia e di una filosofia, “fantasioso e fecondo”, ironico talvolta, audace (parola che nel ’33 doveva avere una certa qual eco).

Dice il personaggio, riguardo gli avvenimenti che narrerà, che l’hanno reso non più giovane (nonostante ne abbia ancora l’età) ma non più saggio. Curioso poi che l’avvio del romanzo sia in Italia, dato che è italiano il bislacco Cavor, lo scienziato che con la sua invenzione permetterà l’esplorazione della luna e dei suoi misteriosi abitanti.

@Massimiliano Varnai

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