Da tempo il nome di Steve McCurry ha scavallato, passando dall’esser conosciuto nell’ambito ristretto della sua arte-professione, la fotografia, il reportage, raggiungendo la fama da nome noto, conosciuto ai più. Nel 1989 però, quando Rizzoli pubblicava I giorni del Monsone, lui era “soltanto” un pluripremiato fotografo di reportage. Per questo la comunicazione del libro verte più sul suo oggetto – i giorni del monsone per l’appunto – che sul suo autore. Così le splendide fotografie sono accompagnate da pagine scritte dallo stesso McCurry, corredate da una cartina, che servono a dare le coordinate necessarie a comprendere la portata e le dinamiche dell’evento monsone. E, soprattutto, il suo legame con il divino, con il dio che decide se inviare un buon monsone, che porterà prosperità benessere, o punire con un monsone catastrofico e infecondo. Si legge: “Durante la mia esperienza (…) sono entrato in relazione con alcuni principi fondamentali della vita. Qui le popolazioni vivono  in contatto diretto con le condizioni atmosferiche. (…)Nei periodi di siccità aspettano, quando piove si adattano. Se cadono malati, muoiono. E si preoccupano molto più dell’aldilà che del presente”.

@Massimiliano Varnai

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