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Noemi Veneziani (classe 1991), bibliofila, editor e articolista, coopera con Maremagnum e con la Virginia Woolf Project. In occasione del Salone della Cultura 2020, ha partecipato come relatrice alla conferenza Donne bibliofile: una passione in crescita.

Giornata mondiale dell’ambiente

Nel mese di maggio, da poco concluso, abbiamo ricordato due date estremamente importanti nella lotta al cambiamento climatico per la salvaguardia della nostra salute e di quella del pianeta: la Giornata europea del mare (20 maggio), a seguire, la Giornata internazionale per la biodiversità (22 maggio).

Quest’oggi, 5 giugno, ricorre la Giornata mondiale dell’ambiente[1] pertanto, come di rito, sono state selezionate alcune voci di attiviste che si sono meritate un posto d’onore nella difficile lotta per la salvaguardia degli ecosistemi terrestri e marini. Sono giovani e vengono da ogni parte del mondo e le loro storie sono state raccolte nell’ultimo libro scritto da Christiana Ruggeri[2] edito da Giunti Editore: Green Girls.

Immagine tratta da Green Girls di Christiana Ruggeri con illustrazioni di Susanna Rumiz, Giunti Editore, aprile 2021

Adenike Olandosu, nigeriana, classe 1995, lotta contro l’aumento delle temperature che provoca inevitabilmente la desertificazione di numerosi specchi d’acqua: il Lago Chad ne è un esempio.

«Non importa quale razza, sesso, tribù, nazione o età abbiamo. Tutti possono essere coinvolti nella lotta per la giustizia climatica.»[3]

E tutti, come sostiene Leah Namugerwa, devono essere consapevoli del fatto che i Paesi maggiormente colpiti dalle conseguenze del cambiamento climatico sono proprio quelli con meno emissioni; l’Africa, continente in cui si registrano periodi di siccità più lunghi del normale alternati a piogge particolarmente abbondanti, è uno di questi.

In più, l’opera dell’uomo che sovrasfrutta le risorse minerarie del terreno e incentiva il disboscamento non fanno altro che mettere sempre più in pericolo interi ecosistemi che, al loro collasso, danno vita a un fenomeno di cui non siamo abituati a parlare e che, solitamente, fatichiamo addirittura a comprendere: si inizia a parlare di sfollati climatici, intere comunità costrette a lasciare le proprie case per sopravvivere.


Iniziativa curata da Leah Namugerwa.

Come Leah, anche Winnie Asiti, kenyota, lotta contro la deforestazione alzando la propria voce insieme a quella di tante altre donne come lei: «Penso che molte donne attiviste portino al dibattito sui cambiamenti climatici l’intero aspetto degli impatti umani. Le donne sono in grado di relazionarsi col meteo estremo, specialmente quelle che provengono da comunità o da Paesi in cui gli effetti del #climatechange sono già evidenti. In Kenya, ad esempio, si alternano periodi d’inondazione alla siccità.»[4]

Ancora una volta intervengono le popolazioni indigene che sanno prendersi cura dell’ambiente in cui vivono meglio di chiunque altro, nel rispetto di un ecosistema che li accoglie e dà loro il sostentamento necessario alla vita. In queste comunità, come in quella messicana in cui cresce Xiye Bastida, le tradizioni sono tutt’oggi stelle polari che guidano il cammino di coloro che sanno guardare e ascoltare: «Se ti prenderai cura della Terra, lei si prenderà cura di te.»[5]

La Terra è la casa comune che ci ospita e ci fornisce tutto ciò di cui abbiamo bisogno per sopravvivere, l’unica cosa che chiede in cambio è di essere protetta e rispettata come essa fa con noi, sottolinea la giovane indigena.

Come lei, dall’Australia, l’aborigena Amelia Telford decide di scendere in campo e lottare a fianco della sua affezionata terra: «Chiedo giustizia climatica per tutti e per la mia gente, come testimone degli effetti dei cambiamenti climatici nella terra dei Bundjalung, nel nord del Nuovo Galles del Sud, in particolare per l’erosione delle coste.»[6]

Protezione dunque per il mare e per tutti coloro che vivono sulla terra ferma come piante e animali, tra cui gli essi umani; le prime vessate dalla piaga di incendi sempre più frequenti, i secondi minacciati da fenomeni violenti la cui aggressività è aumentata dall’inquinamento a cui contribuiscono in larga parte le numerose miniere di carbone a cielo aperto disseminate in tutto il continente.

Seed.
Network fondato e coordinato da Amelia Telford e costituito da giovani indigeni australiani in lotta per il clima.

Tornando a sottolineare la questione dello sfruttamento del terreno e della possibilità di costruire un’economia sostenibile, l’argentina Chiara Sacchi s’impegna per sensibilizzare l’opinione pubblica circa la filiera che sta dietro la produzione alimentare spingendo, ancora una volta, alla consapevolezza e all’informazione, perché, solo così, possiamo fare la differenza.

«Piccole azioni, come eliminare il cibo spazzatura, il cosidetto junk food, tagliare il più possibile gli alimenti trasformati, separare i nostri rifiuti, partecipare alle marce climatiche, scegliere gli alimenti dai produttori locali, artigianali e sostenibili, che sono forse maggiormente colpiti dalla crisi climatica.»[7]

Continuando a parlare di forme di energia nuova e pulita, la messicana Tere Gonzales Garcia e l’indiana Licypriya Kangujam India, sono un vero esempio.

La prima brevetta una lampada a bassa illuminazione e a zero impatto ecologico; si tratta di “bottiglie di luce” che possono garantire benessere e sicurezza là dove l’oscurità, padrona assoluta, crea situazioni pericolose e di disagio.

«Siamo riusciti – Liter of Light méxico – a dimostrare che il semplice è straordinario e può cambiare la realtà. Una bottiglia riciclata può diventare una lampada solare che migliora completamente la vita di coloro che vivono in una casa.»[8]

Immagine tratta da profilo Twitter di Tere Gonzáles García: @globaltere

Un progetto analogo con l’aggiunta di un elemento vegetale, quale una pianta, è ciò su cui lavora la giovane Licypriya portando all’attenzione dei potenti, e non solo, la vulnerabilità della razza umana chiedendo d’introdurre nelle scuole una disciplina dedicata all’educazione ai cambiamenti climatici.

«Porto una pianta in una scatola, la collego con una pipa a una maschera e respiro l’aria pulita. Se i bambini trasportano queste piante indossabili, metteranno in risalto la nostra preoccupazione e la loro protesta attirerà l’attenzione sull’inquinamento.»[9]

Questi progetti si collocano a dovere all’interno dei punti necessari per la sopravvivenza dell’uomo sulla Terra indicati nell’Agenda 2030 che prevede, oltre alla lotta al cambiamento climatico e alla conversione all’energia rinnovabile, anche l’abbattimento dello spreco dei rifiuti e una drastica diminuzione della povertà nel mondo.

Continuando a trattare di piante e dell’importanza che la diffusione di corrette informazioni circa il tragico fenomeno del cambiamento climatico assumo nella vita quotidiana di tutti noi, la ribelle Howey Ou, da Guilin sita nel Sud-Est del grande continente cinese, risponde alla censura imposta dal governo in carica sostituendo ai cartelli e ai presidi, che le vengono prontamente vietati, alberi piantati nelle zone più spoglie della città.

«Se la mia battaglia è contro le regole, allora le regole devono cambiare.»[10]

Note:

[1] La Giornata mondiale dell’ambiente è stata istituita nel 1972 dall’Assemblea generale delle Nazioni Unite in occasione dell’istituzione dell’UNEP (Programma delle Nazioni Unite per l’ambiente).

[2] Christiana Ruggeri, giornalista del Tg2 e scrittrice

[3] Green Girls, Christiana Ruggeri, Ill. Susanna Rumiz, Giunti Editore, aprile 2021, P.47

[4] Ivi, P.69

[5] Ivi, P.93

[6] Ivi, P.131

[7] Ivi, P.108

[8] Ivi, P.121

[9] Ivi, P.141

[10] Ivi, P.151

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