La prima cosa che impressiona è la forza narrativa, densa e avvolgente grazie ad uno stile colto e nel contempo fluido e sincero.
La capacità descrittiva sembra accompagnare il lettore in maniera prepotente e didascalica nei personaggi più che nei fatti, e lo fa in maniera generosa e mai invadente, lasciando spazio all’immaginazione dell’intimo e all’introspezione, va a scandagliare i caratteri dei singoli personaggi senza mai risolverli definitivamente.
Il luogo, l’osteria della Serpa, è un luogo semi-fantastico dove tutto accade o non accade secondo regole somministrate da Amalia, l’ostessa che celebra il suo culto per il piacere attraverso le preparazioni culinarie nella cucina. Il desiderio viaggia veloce tra le mura dell’osteria, attraverso i gusti, i sapori ed il vino, danza tra i tavoli sui piedi scalzi di Amalia che impone a tutti gli avventori la sua ingordigia di vita, che ne subiscono la sua bellezza ed il suo modo libero di esprimerla.
Solo due “occhi magri”, quelli di Bart, senza pretese, provano a sottrarsi alla liturgia della sacerdotessa, provano a sottrarsi al mondo, perché al mondo ritengono di non appartenere.
Il terzo personaggio portante è Paolo. Per ragioni professionali deputato alla valutazione delle altrui personalità e quasi inadatto a gestire la propria.
Sulla figura di Paolo è incentrato il tema dell’incapacità di capire il destino, di anticiparlo, della intempestività come determinatrice severa della vita.
Dinamica dalla quale non si salva nemmeno Amalia, come lei stessa scoprirà alla fine.
A questo giovano molto i riferimenti ad una musicografia colta, precisa, attenta a cogliere il momento e a farne da adeguata colonna sonora.
Il viaggio è psicologico, attraverso angosce moderne e metropolitane in una ambientazione rurale, con una spiccata capacità portante di ciascuno dei personaggi a trascinare la storia sulla esasperazione quasi caricaturale di se stessi, delle proprie manie, fobie, passioni, il tutto su un piano di contrapposizione simmetrica e antipodica degli antagonisti principali.
La potenza dello scrittore raggiunge l’apice nella descrizione dell’incontro tra Amalia e Bart. Una narrazione puntuale che restituisce una sequenza di fotogrammi che con delicata enfasi, elegante irruenza, sviscera dal profondo sensi e sensazioni, scavando nel profondo ben oltre la superficie della pelle.
Le solitudini corrono parallelamente sfiorandosi, e lievemente, sovrapponendosi.
Quando tutti gli attori si rendono conto, tardivamente, che il destino in realtà ha la forma della propria ignavia, delle proprie inadempienze nei confronti della vita, scatta una concitata corsa ai ripari.
E qui giunge la morte come pacificatore, la morte come salvamento.
C’è chi celebra la morte del proprio precedente “io” in una sorta di contrappasso, attraverso il quale diventa l’esatto opposto di ciò che è sempre stato fino a quel momento.
Una morte non molto diversa poi dalla morte biologica, come avviene a qualcun altro.
C’è poi chi celebra la morte dei sogni e dei propri desideri.
Il desiderio da appannare, sbiadire, sfarinare, fino a sopprimerlo.
Fino al raggiungimento di quell’equilibrio che hai tanto desiderato, come un cucchiaino sul bordo della tazzina. Quell’equilibrio che ti permette finalmente di respirare, quell’equilibrio che prende definitivamente il posto del desiderio stesso.

Recensione a cura di: Vincenzo Zoda
Autore: Walter Sabbatini
Editore: CasedeiLibri Editore, 2011

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