Wuz n. 10, dicembre 2002

Daniele Bresciani

Giacomo Leopardi,

la prima volta dei Canti

 

 

Non sfoggiano le sontuose illustrazioni di alcune opere dell‘Ottocento francese o inglese, né vantano l‘eleganza dei volumi usciti più o meno negli stessi anni dai torchi bodoniani. Le ricche legature qui lasciano il posto a brossure semplici, quasi dimesse, e le dimensioni non hanno nulla di imponente, visto che si tratta praticamente di tascabili. Eppure il fascino che le prime edizioni leopardiane esercitano sui bibliofili è innegabile: non si spiegherebbero, altrimenti, le cifre che molti collezionisti sono disposti a spendere per accaparrarsi una copia dei Versi, dei Canti o delle Operette morali. Chissà : forse, per una volta, il valore delle parole che scorrono su quelle fragili paginette assume più importanza di correnti letterarie alla moda, di litografie firmate, di copertine d‘autore. E del resto, anche se nella letteratura, e in particolare nella poesia, stilare classifiche è sempre rischioso, non è azzardato considerare Giacomo Leopardi uno dei più grandi poeti italiani di ogni tempo. Di certo lo è dell‘Ottocento, anche come forgiatore di nuove possibilità  di stile e di linguaggio: la forza delle sue parole è talmente dirompente che, come scrive Eugenio Montale, “dopo di lui per tutto il secolo fu pressoché impossibile scrivere versi”.
Nato nel palazzo di Recanati la sera del 29 giugno 1798, dal conte Monaldo e da Adelaide dei marchesi Antici, Giacomo Leopardi, come è noto, si avvicina prestissimo alle lettere, trascorrendo intere giornate nella biblioteca paterna, arricchendo la mente ma indebolendo, allo stesso tempo, il fisico. Egli stesso, nella celebre lettera del 2 marzo 1818 all‘amico letterato Pietro Giordani, scrive: “Io mi sono rovinato con sette anni di studio matto e disperatissimo [“¦]. E mi sono rovinato infelicemente e senza rimedio per tutta la vita, e rendutomi l‘aspetto miserabile, e dispregevolissima tutta quella gran parte dell‘uomo, che è la sola a cui guardino i più [“¦]”. In questi anni il Leopardi impara il greco e il latino, l‘ebraico e l‘inglese, il francese e lo spagnolo, legge i classici e comincia a comporre i primi versi e a tradurre, si dedica alla filologia. Molte, tra il 1816 e il 1817, sono le pubblicazioni di suoi saggi e traduzioni su riviste, che qui per ragioni di spazio non prenderemo in considerazione e che meriterebbero di essere trattate a parte, mentre nel dicembre del 1818, a Roma, presso Francesco Bourlié, vengono stampate le prime due canzoni in un volumetto di 32 pagine (28 numerate) a sé stante, All‘Italia e Sul monumento di Dante che si prepara in Firenze, con una lettera dedicatoria a Vincenzo Monti: è il primo passo del cammino verso la gloria. E il valore del Leopardi è già  evidente agli esordi, visto che il 25 giugno 1819 il Giordani scrive al Brighenti: “Egli è d‘una grandezza smisurata, spaventevole. Non vi potete immaginare quanto egli è grande e quanto sa a quest‘ora [“¦]. Immaginatevi che Monti e Mai, uniti insieme, siano il dito di un piede di quel colosso”.
Proprio ad Angelo Mai, filologo e primo custode della Biblioteca Vaticana, viene dedicata la canzone che inaugura il felice periodo bolognese del Leopardi: nel luglio 1820, presso Iacopo Marsigli, viene stampata Ad Angelo Mai quand‘ebbe trovato i libri di Cicerone della Repubblica, 16 pagine con una lettera di dedica al conte Leonardo Trissino. àˆ questo il preludio alle due importanti raccolte di poesie che verranno stampate negli anni successivi sempre a Bologna. La prima viene alla luce nel 1824 (anno importante, perché è quello in cui il Leopardi inizia a scrivere le Operette morali): si tratta delle Canzoni, composte presso Nobili, 196 pagine più 6 non numerate in-12°, nelle quali si trovano dieci canzoni (oltre alle già  pubblicate All‘Italia, Sul monumento di Dante e Ad Angelo Mai, appaiono qui per la prima volta Nelle nozze della sorella Poalina, A un vincitore nel pallone, Bruto minore, Alla Primavera, Ultimo canto di Saffo, Inno ai Patriarchi e Alla sua donna) accompagnate dalle Annotazioni (con l‘intento di rispondere alle critiche filologiche rivoltegli dall‘Accademia della Crusca) e dalla Comparazione delle sentenze di Bruto Minore e di Teofrasto. La seconda raccolta bolognese, invece, è del 1826: sotto il titolo di Versi, viene stampato presso la Tipografia delle Muse un volume in-8° di 87 pagine, dove, oltre alle canzoni, si trovano i primi idilli (tra i quali L‘Infinito, La sera del dì di festa, Alla Luna), e altre poesie.
Prima della stampa di una nuova raccolta poetica passeranno altri cinque anni. Ma nel frattempo, usciranno le Operette morali. I primi tre dialoghi appaiono nel tomo XXI di “Antologia”, nel gennaio 1826: si tratta del Dialogo di Torquato Tasso e del suo genio familiare, del Dialogo di Cristoforo Colombo e di Pietro Gutierrez e del Dialogo di Timandro e di Oleandro. Il Tommaseo, nel “Nuovo ricoglitore”, darà  notizia di questi lavori cogliendone subito il valore: “In questi Dialoghi è arguzia e sentimento profondo sotto leggerezza affettata. Lo stile è proprio: pregio assai raro; più raro dell‘eleganza, e senza cui l‘eleganza stessa è barbarie. E nel 1827, nella tipografia milanese di Antonio Fortunato Stella, viene alla luce la prima edizione a sé delle Operette morali: un volume in-8° di 255 pagine comprendenti le venti prose scritte nei tre anni precedenti. àˆ, quello con lo Stella, un sodalizio che dura molti anni: cominciato nel 1816, con le prime pubblicazioni di saggi leopardiani sullo “Spettatore”, prosegue per oltre un decennio. Anche se tra l‘editore e il poeta non mancano i momenti di contrasto, come ricorda ancora Montale, il quale scrive che se lo Stella “avesse appena allargato i cordoni della borsa, la nostra letteratura si sarebbe arricchita delle opere di Platone nella traduzione di Giacomo Leopardi”. E anche per le Operette morali non mancano le difficoltà . L‘editore milanese propone al Leopardi di pubblicarle nella collezione “Biblioteca amena”, ma l‘autore scrive il 6 dicembre 1826 allo Stella: “Colla schiettezza dell‘amicizia le confesso che mi affligge non poco l‘intendere il pensiero che ella ha di stampare le mie Operette morali nella “Biblioteca amena”, pensiero del quale io non avevo finora avuto altro cenno. Le opere edite non perdono nulla, entrando nelle Raccolte; ma io ho conosciuto per prova che le opere inedite, se per la prima volta escon fuori in una collezione non levano mai rumore, perché non si considerano se non come parti e membri di un altro corpo, e come cose che non istanno da s锝. Così alla fine lo Stella cede alle ragioni dell‘autore e le Operette escono come sappiamo. Rappresentano questi venti dialoghi la concezione della vita secondo l‘autore, la sua filosofia, e il Leopardi ne curerà  una seconda edizione, uscita nel 1834 a Firenze presso Piatti (e per una volta, cedendo a un vezzo editoriale, appariranno copie sia in brossura sia in cartonato), nella quale mancherà  il Dialogo di Sallustio e di un lettore di umanità , ma che sarà  arricchita dal Dialogo di un venditore di almanacchi e di un passeggere e dal Dialogo di Tristano e di un amico.
Proprio dai torchi fiorentini di Piatti esce, nel 1831, la terza raccolt
a di poesie, i Canti: un volumetto in-12° di 165 pagine, che venne stampato grazie a sottoscrizioni e che contiene 23 canti, preceduti dalla famosa dedica Agli amici di Toscana. In più, rispetto ai Versi di Bologna, ci sono poesie immortali quali Il Risorgimento, A Silvia, Le ricordanze, Canto notturno di un pastore errante per l‘Asia, La quiete dopo la tempesta e Il sabato del villaggio.
Ma sarà  a Napoli che l‘autore pubblicherà  l‘edizione definitiva delle sue poesie. Il Leopardi arriva in città  nel 1833, ospite di Antonio Ranieri, e continua a lavorare febbrilmente, anche se il suo stato di salute peggiora rapidamente. Come scrive nel suo diario il letterato tedesco Augusto von Platen, dopo una visita al poeta nel settembre 1834: “Il primo aspetto del Leopardi, presso il quale il Ranieri mi condusse il giorno stesso che ci conoscemmo, ha qualcosa di assolutamente orribile, quando uno se l‘è venuto rappresentando secondo le sue poesie. Leopardi è piccolo e gobbo, il viso ha pallido e sofferente, ed egli peggiora le sue condizioni col suo modo di vivere, poiché fa del giorno notte e viceversa. Senza potersi muovere e senza potersi applicare, per lo stato dei suoi nervi, egli conduce una delle più miserevoli vite che si possano immaginare. Tuttavia, conoscendolo più da vicino, scompare quanto v‘è di disaggradevole nel suo esteriore, e la finezza della sua educazione classica e la cordialità  del suo fare dispongon l‘animo in suo favore. Io lo visitai spesso”.
Nel luglio 1835, il Leopardi firma un contratto con l‘editore napoletano Saverio Starita, che si impegna a pubblicare in sei volumi tutte le opere del letterato recanatese. In realtà  sarebbero stati pubblicati solo due volumi. Il primo è, appunto, la celebre “edizione corretta, accresciuta e sola approvata dall‘autore” dei Canti: ancora una volta un volume di piccolo formato, in-12°, di 177 pagine, nel quale appaiono per la prima volta Il passero solitario, Consalvo, Amore e morte, A se stesso, Aspasia, Sopra un basso rilievo sepolcrale, Sopra il ritratto di una bella donna e Palinodia al marchese Gino Capponi. L‘altro volume pubblicato dallo Starita è il primo tomo della terza edizione delle Operette morali, che contiene i primi tredici dialoghi. Le due edizioni napoletane verranno poi vietate dal governo borbonico e gli esemplari stampati verranno sequestrati: ovvio che le copie sfuggite alla censura rappresentino oggi una rarità  bibliografica.
Il Leopardi muore a Napoli il 14 giugno 1837 nella casa di Antonio Ranieri. Sarà  proprio quest‘ultimo a curare l‘edizione Le Monnier del 1845 delle opere del poeta di Recanati e nel primo volume appariranno per la prima volta le due poesie scritte nel 1836 e che sarebbero dovute entrare in un‘edizione parigine dei Canti poi mai realizzata: Il tramonto della luna e La ginestra o il fiore del deserto.

Riferimenti bibliografici

Tutte le opere di Giacomo Leopardi, a cura di Francesco Flora, Arnoldo Mondadori Editore, 1940

Bibliografia Leopardiana, compilata da G. Mazzatinti e M. Menghini, Firenze, Leo S. Olschki Editore, 1931 (ristampata nel 1996)

Giacomo Leopardi, Canti, edizione critica di Emilio Peruzzi con la riproduzione degli autografi, Milano, Rizzoli, 1981

Giacomo Leopardi, Opere, a cura di Sergio Solmi, Milano-Napoli, Riccardo Ricciardi Editore, 1956

Giacomo Leopardi e Bologna. Libri immagini documenti, Bologna, Pà tron Editore, 2001