Wuz, n.1, gennaio-febbraio 2005

 

Hilarius Moosbrugger

 

Giacomo Debenedetti :

i ‘Racconti critici’

 

 

 

"Che cosa fece Verdi ? Smaltì, stringendolo tra le sue mani ossute di contadino, tutto il ciarpame del mondo melodrammatico; sventrò quelle pittoresche marionette di avventurieri, galanti, zingare, trovatori senza terra, gobbi, assassini, vergini recluse, peccatrici minate dal mal sottile – e scoprì, attraverso i loro drammi fattizi e congestionati, gli accenti unici e insostituibili del cuore.
Pensate a quel trovatore e a quella zingara che, d’un tratto si trasformano in un figlio e in una madre…o a quel padre accigliato che irrompe fra le feste del demi-monde di una Parigi di maniera e al figlio ricorda che : ‘di sprezzo degno / se stesso rende chi pur nell’ira / la donna offende’.
O finalmente a quel piccolo nome di gommeux, spasimante romantico e sentimentale, che d’improvviso si trasfigura, afferrato nel vortice del più nudo e lacerante grido d’amore che abbia mai squarciato un petto di   donna : Amami Alfredo !".
Se vi proponeste di leggere dei saggi critici, difficilmente immaginereste di venir presi dalla vivacità  dell’intreccio e dalle immagini profuse che, accoppiate all’intelligenza e alla capacità  dell’autore vi avvolgono in un vero e proprio racconto così avvincente da attrarvi per pagine e pagine.
Eppure così è quando il critico guida e narratore è Giacomo Debenedetti.

Enfant prodige, precocissimo primo della classe, studi di matematica, di legge, di lettere, alpinista sul Bianco e sul Cervino, ebreo, antifascista amico di Gobetti, Giacomo Debenedetti nasce a Biella il 25 giugno del 1901.
Persi nel 1917 padre e madre, a distanza d’un mese l’uno dall’altra, è accolto da uno zio a Torino. Qui ha inizio il suo cammino di suscitatore d’idee, di autore, di organizzatore di cultura, universitario, uomo di mondo, charmeur, affascinante intellettuale, dal dopoguerra della prima grande guerra al miracolo economico degli anni successivi alla seconda.
Nel 1920 Torino era la Torino di Gobetti e di Gramsci, di ‘Rivoluzione liberale’ e di ‘Ordine Nuovo’, del ‘Baretti’ e di ‘Primo tempo’.
Racconta Natalia Ginzburg in Lessico famigliare : "La Paola era innamorata di un suo compagno d’università  : giovane, piccolo, delicato, gentile, con la voce suadente. Facevano insieme passeggiate sul lungo Po e nei giardini del Valentino; e parlavano di Proust, essendo quel giovane un proustiano fervente : anzi era il primo che avesse scritto di Proust in Italia. Scriveva quel giovane, racconti e saggi di critica letteraria".
Debenedetti a Torino, oltre ad amoreggiare con Paola Levi, era al centro di un mondo che stava aprendo una nuova fase di vita intellettuale in contrasto con il provincialismo dell’epoca precedente.

" Fu allora, e precisamente nel 1922, che un nostro piccolo gruppo diede vita alla rivistina ‘Primo tempo’, di cui uscirono pochi numeri. Essa pur essendo sorta in modo autonomo, veniva naturalmente a inquadrarsi nel più vasto movimento cui aveva dato inizialmente vita Piero Gobetti prima con ‘Energie Nuove’ e poi con la ‘Rivoluzione liberale": così Sergio Solmi sulla ‘Fiera Letteraria’ del 1968.
E’ l’avvio di Debenedetti critico. ‘Primo tempo’ è rivista letteraria mensile, con redazione e amministrazione in corso San Maurizio 36, a Torino. E’ stampata presso l’ Officina Tipografica di Valentino e C. Responsabile della testata è Felice Gonella. Del consiglio di redazione fanno parte Giacomo Debenedetti, Mario Gromo, Emanuele F. Sacerdote, Sergio Solmi. Debenedetti diventerà  direttore dal numero 7/8 del 1923.
Il programma iniziale era di 12 numeri, ridotto poi a 7 fascicoli : quattro numeri semplici (1,2,3,6) e tre doppi (4/5, 7/8, 9/10). Il periodo d’uscita va dal 15 maggio 1922 (n.1) al 1923 (n. 9/10 s.d.).
Il formato è in 8°, 32 pagine di testo, logo con caratteri disegnati da Felice Casorati.
I numeri 2 a pag. 33; 4/5 a pag. 97, 115, 135; 6 a pag. 160; 7/8 a pag. 177 portano illustrazioni : una silografia di Gigi Chessa, un guazzo e due incisioni di Nicola Galante, un’incisione anonima, un nudo di donna di Casorati.
Saba, Montale, Sbarbaro, Ungaretti, Grande sono tutti accolti, quasi primizie, sulla rivista che vuol proporre nomi e liriche nuove.
Debenedetti d’altra parte, definisce nel saggio d’apertura Constatazioni il suo punto di vista sulla nuova letteratura; scrive di Croce, di Michelstaedter, e nell’ultimo numero fissa ne La poesia di Saba la presentazione del poeta che "sta conseguendo la fama vera".
Tanto è così che di Saba ‘Primo tempo’ edita nel 1923 Preludio e canzonette con la stessa grafica della rivista. Sarà  l’unica opera delle Edizioni Primo tempo, tanto breve è la vita della testata e l’impresa editoriale.

Cessato ‘Primo tempo’, Debenedetti non smette di scrivere di critica letteraria. Collabora al ‘Baretti’, a ‘Convegno’, a ‘Solaria’, a ‘Pegaso’.
Allo stesso tempo diventa romanziere. Prima su ‘Convegno’ e per le edizioni del ‘Baretti’ poi, esce nel 1926 a Torino Amedeo.
Libro di quattro racconti, il titolo viene dal primo, è il primo esempio di     quell’ insieme di narrazione, filosofia e critica che ha così marcato la natura creativa di Debenedetti.
L’opera è dedicata alla memoria dei genitori e porta in exergo una citazione da La vie de Mozart di Stendhal : "Mon cher Mozart, il y a beaucoup trop de notes là -dedans. J’en demande pardon à  Votre Majesté, lui repondit Mozart très sèchement, il y a précisément autant de notes qu’il en faut". Significativa citazione per presentare il suo modo di raccontare che non perde mai di vista considerazioni e notes.

Diverse le opinioni all’uscita di Amedeo e varia la sua fortuna, forse non priva di dubbi agli occhi di Debenedetti stesso. Da Solmi : "E che mai sono i racconti di Amedeo altro che saggi critici, ricavati sulle pagine di psicologia fluttuante che offrono le ipotesi anonime della vita ancora informe ?". A Saba : "In fondo è quasi un appunto di vita quello che io ti faccio. Una passione ti è mancata, la quale come un fulmine ti abbia schiarito la tua strada". Al giudizio "tremendamente negativo" di Italo Svevo : "Lessi qualche poco e mi dispiacque".
Quest’ ultimo rimase addosso a Debenedetti che non riuscì a metabolizzarlo mai, tanto che in occasione della ristampa di Amedeo da Scheiwiller, nel 1967, l’editore informava che l’autore avrebbe voluto, provocatoriamente, riportare il giudizio di Svevo sulla fascetta del volume. Non successe, naturalmente. All’opposto la prefazione di Giacomo Noventa diceva : "Amedeo è stato giustamente definito l’esame di coscienza del più intelligente fra gli intelligenti torinesi del tempo di Piero Gobetti".
Tutte opinioni che sembrano concordare sul fatto che la scrittura creativa di Debenedetti era pur sempre legata a ciò che lui stesso dice di sè : "Io sono un critico, tenuto a riconoscere il fatto poetico come rivelazione (credo) del senso della vita e del destino".

Dopo Amedeo, l’opera e la vita si incrociano continuamente in Debenedetti. Succede spesso ovviamente. Ma nel caso suo, scrittura ed esistenza, hanno una presenza nei ricordi, nelle memorie, fin negli studi su di lui, rara a trovarsi in altri autori.
La ragione sembra essere l’importanza della personalità  dell’uomo Debenedetti, a complemento d
ella sua intelligenza e delle sue idee. Non solo studioso perciò, ma quasi protagonista di una continua passeggiata amorosa, come ai tempi della voce suadente al Valentino, che coinvolge studenti, lettori, amici e, probabilmente, anche i nemici.
Per parlare dei suoi libri sembra opportuno parlare delle sue vicende.
Si potrebbero proporre tre periodi : dal 1927 al 1950 la sempre maggior affermazione del critico, la guerra, la persecuzione razziale; dal 1950 al 1956 le due esperienze universitarie a Messina ("isola felice" la definisce Walter Pedullà ); dal 1957 al 1967 la libera docenza, l’università  a Roma, la nascita del ‘Saggiatore’, la bocciatura a professore di ruolo, la crisi con la casa editrice, la morte.

Gli anni dal 1927 a tutta la guerra vedono l’attività  critica di Debenedetti intensificarsi attraverso varie collaborazioni. La prima raccolta dei suoi Saggi critici appare nel 1929 per le edizioni di ‘Solaria’, di per sé prestigioso avallo editoriale.
L’anno successivo Debenedetti si sposa con Renata Orengo, compagna piena di charme e tenacia, che non solo lo affiancherà  nell’ambiente culturale sempre vivace attorno a loro, ma, a lungo, curerà  la pubblicazione delle opere postume del marito.
L’ottobre del 1937 segna una svolta con l’entrata in vigore delle leggi razziali. Debenedetti si sposta da Torino a Roma dove è meno conosciuto e dove è più facile lavorare sotto pseudonimo.
Qui la sua vita non è meno attiva che a Torino. Collabora al ‘Meridiano di Roma’ con una rubrica settimanale di letteratura. Traduce il Mulino sulla Floss di George Eliot per la ‘Romantica’ di Mondadori. Affronta l’entrata in guerra, consapevole del pericolo, ma senza patemi. Nel 1943 si trasferisce con la famiglia a Cortona in casa Pancrazi, per evitare l’imprigionamento sicuro.

Sono i momenti più difficili, durante i quali rischi e ansietà  si rivelano fin nei particolari apparentemente meno importanti.
Il figlio di Debenedetti, Antonio, racconta nel bel libro Giacomino un episodio che a chiunque ami i libri dà  un brivido di infelicità .
La biblioteca di Debenedetti era forse il bene più prezioso per lui; un amico di casa -Sergio Amidei il futuro sceneggiatore- si offrì di metterla in salvo : "State tranquilli ai libri ci penso io -fece sapere Amidei- e per evitare inconvenienti di identificazione, temendo un controllo nel magazzino dove avrebbe trasportato i volumi, con una lametta da rasoio e molta pazienza, tagliò tutti frontespizi su cui era scritta una dedica con nome e cognome di mio padre. Finirono così bruciate le firme di Gide, Malraux, Martin du Gard, Croce, Borgese e tanti altri. Giacomino con la passione e la faziosità  dell’autentico bibliomane non seppe mai perdonargli quelle mutilazioni".

La fine del conflitto trova Debenedetti di nuovo a Roma, e iscritto al PCI. Tratto comune di molti intelletuali di allora, la sua è una convinzione profonda e senza esitazioni. Non altrettanto felice il rapporto con i poteri di quel partito, in particolare nelle successive vicende universitarie.
Dal punto di vista letterario, molto più rilevante è l’apparizione di 8 ebrei (Roma, Atlantica editrice, s.d.) e 16 Ottobre 1943 (uscito prima sulla rivista ‘Mercurio’ nel 44, poi in volume, Roma, OET, 1945).
Sono due testi molto particolari di Debenedetti. Tra narrativa e memoria sono testimonianze, ancor oggi commoventi, della tragedia della persecuzione razziale, riportata senza retorica, ma con una sensibilissima partecipazione.
Nel 1945 esce la seconda serie dei Saggi critici (Roma, OET) e fitti di pubblicazioni sono gli anni fino al 1950.

A questa data, tornante davvero fondamentale nella sua vita, Debenedetti è chiamato a insegnare all’università  di Messina.
Il figlio Antonio ricorda : "L’insegnamento interviene, nell’opera di Debenedetti, come un’astuzia della provvidenza. Fino al momento di venir chiamato a Messina e di scoprirsi docente (alla soglia dei cinquant’anni) Debenedetti era stato prigioniero della sua scrittura di ispirato metaforista come dei vezzi di una maga esigente e ingegnosa, il rapporto con gli studenti però, riesce a rompere il sortilegio. Dà  inizio a una liberazione dai risultati imprevedibilmente positivi. Perchè fino a quel momento Debenedetti non è cresciuto dentro, non è cresciuto umanamente. Sarà  la cattedra a operare il miracolo, anzi la ‘piccola guarigione’ (come aveva previsto Saba) del male di ‘scrivere troppo bene’ ".
Oltre al significato psicologico dell’ insegnamento universitario di Debenedetti, è da notare la quantità  di lavoro prodotto in quegli anni e la qualità , il tono, che dalle lezioni vissute si travasa in quelle scritte.
I sei anni di Messina non vertono soltanto sulla letteratura del ‘900, ma su Verga, Pascoli, Alfieri, Montaigne; e dal 1958, trovano continuità  all’università  di Roma, con Niccolò Tommaseo, la poesia ermetica, la storia del romanzo italiano del primo dopoguerra.
Le lezioni, che saranno pubblicate postume dalla moglie Renata, rivelano uno stile ‘parlato’, diventato famoso tra gli allievi di Debenedetti. Non erano lezioni comuni, non soltanto per il contenuto, ma per la capacità  di attrazione del professore, affascinante e contagioso e tale da far affluire studenti da altri corsi, riempiendo l’aula e riempiendo d’invidia i colleghi disertati.
Questa non fu l’ultima, tra le ragioni della diffidenza che il mondo accademico portò a Debenedetti. Era un ‘diverso’ e la diversità , motivo del suo successo di scuola, giocò a suo sfavore in carriera.

Una cartolina di Alberto Mondadori, in Svizzera a disintossicarsi, (la veduta è il lago Lemano, il testo "A presto, il tuo Giovanno Castorp del fegato") segna l’inizio dell’attività  editoriale di Debenedetti con il ‘Saggiatore’, quella che è stata definita "uno splendido coraggioso disastro che avrebbe lasciato un segno di indelebile novità  nella storia dell’editoria italiana".
Il mese di marzo 1958 è la data di partenza della nuova casa editrice. La sede è a Milano, in via Crivelli. Il nome doveva essere ‘Sagittario’, segno zodiacale di Mondadori; si può supporre l’ influenza di Debenedetti per quello definitivo, legato a Galileo e agli Essais di Montaigne.
Le collane della casa editrice sono diventate dei classici. Due soprattutto : ‘La Cultura’ e ‘Biblioteca delle Silerchie’.

”La Cultura’ è il centro del ‘Saggiatore’. Sul catalogo della casa Debenedetti scrive : "L’ idea iniziale era come il progetto di una strada, concepito dapprima su una mappa. Dalla mappa, trasportandoci sul terreno, abbiamo messo i picchetti a segnare il tracciato".
Il primo dei ‘picchetti’ è la terza serie dei Saggi critici di Debenedetti stesso, uscito nel maggio del 1959. Via via seguono le opere di Arnheim, Husserl, Jaspers, Klee, Lévi-Strauss, Sartre, Gropius, Thibaudet, Jung, Shonberg, Wilson e tanti altri.
Gli argomenti : antropologia, critica letteraria, filosofia, scienza, pittura, sociologia, musica, psicoanalisi. La collana viene suddivisa in nove sezioni, con sopraccoperte di altrettanti colori . "Un campionario di discipline, stili, direzioni di ricerca e vicende umane che ritrae i fronti in movimento della cultura contemporanea".

La ‘Biblioteca delle Silerchie’ invece, è la collana del ‘Saggiatore’ più personale di Debenedetti. Non solo come ideazione, ma per la scelta dei titoli, la realizzazione grafica e, soprattutto, la redazione delle ‘note’, brevi introduzioni, a mezzo tra prefazione e risvolto di copertina, capolavori di presentazione nel loro essere succinti e completi.
Il significato del nome della collana è spiegato in una ‘lettera all’editore’ del febbraio 1959 : "Le Silerchie è una via, una strada di campagna che si stacca dalla naz
ionale Camaiore-Lucca, si inerpica sulle Apuane, poi diventa sentiero tra i boschi. Nell’ ideare una collana di brevi libri attraenti e spesso illustri come il paesaggio della Versilia, mi è parso di invitare il lettore a una poetica passeggiata".
Il numero totale delle opere della collana è 104 : dal n.1, Thomas Mann, Lettera sul matrimonio, al n. 104, Eschilo, Le Coefore.
I volumi curati da Debenedetti però, sono 102, finiscono con Poesie dell’albergo Wentley di John Wieners.
I volumetti sono cartonati, formato 12 x 18,5 con copertina a colori. Dal 1962 tutte le collane del ‘Saggiatore’ passano da cartonate a brossura, tirannia del risparmio, e naturalmente anche ‘Le Silerchie’ seguono la stessa sorte.
Citare titoli si potrebbe a iosa, tanto felice e interessante è la raccolta. Mi concederei il piacere di non fare elenchi (si trova facilmente descrizione e catalogo completo), ma di indicare solo tre opere : il n. XXIX, Umberto Saba, Epigrafe – ultime prose, prima edizione postuma degli ultimi scritti di Saba, dicembre 1959, con una nota di Debenedetti assai più estesa del normale; il n. XLI, Niccolò Tommaseo, Il supplizio di un italiano in Corfù, aprile 1960; il n. XLVII, Alberto Savinio, Maupassant e l’ altro, settembre 1960.
Non c’è bisogno di dire che la collezione completa è una deliziosa impresa.

Il periodo dal 1960 al 1967 è come accelerato nella vita di Debenedetti. Vita universitaria, vita culturale e mondana, viaggi a Budapest, Leningrado, Mosca, Cracovia, Berlino, New York.
Nel 1963 esce Intermezzo, nuova raccolta di saggi critici, pubblicata da Niccolò Gallo e Vittorio Sereni in quella raffinata collana che è ‘Il Tornasole’ di Mondadori.
Nel 1965, a Venezia, Debenedetti legge, in una conferenza, il saggio Commemorazione provvisoria del personaggio uomo, poi uscito su ‘Paragone’.
L’attività  incessante sembra un presagio, dice la necessità  di fare presto. Le sventure incombono. L’ università  gli nega la cattedra di ruolo, massima ingiustizia in vita, grande ragione di successo postumo. Si rompe il rapporto con il ‘Saggiatore’, una frattura male aggiustata con  Alberto Mondadori. Ottanta sigarette al giorno acuiscono enfisema e affezione cardiaca.
Giacomo Debenedetti muore a Roma, nella sua abitazione, il 20 gennaio 1967.

 

Riferimenti bibliografici

Giacomo Debenedetti, 1901-1967, a cura di Cesare Garboli, Milano, Il Saggiatore, 1968
Ottavio Cecchi, Incontri con Debenedetti, Milano, Transeuropa, 1998
Giacomo Debenedetti, Preludi. Le note editoriali alla ‘Biblioteca delle Silerchie‘, a cura di Michele Gulinucci, Milano, Theoria, 1991
Antonio Debenedetti, Giacomino, Milano, Rizzoli, 1994
Walter Pedullà , Il Novecento segreto di Giacomo Debenedetti, Milano, Rizzoli, 2004

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