Romanzi e racconti di sport dal 1890 al 1980

di Hilarius Moosbrugger

Sul finire del 1887, a Roma, un giovane elegante e mondano giocava con un pallone ‘di ottimo cuoio e camera d‘aria inglese‘, uno dei primi esemplari importati in Italia.
Il gioco era chiamato football, l‘elegantone era Gabriele d‘Annunzio.
A Londra era nato il football, lunedì 26 ottobre 1863, nella Free Mason‘s Tavern (massoneria in evidenza) di Great Queen Street. Rappresentanti di club e scuole avevano accettato la proposta di un Mr. Morley di riunirsi in società : la Football Association.
In Italia arrivò ventiquattro anni dopo. Edoardo Brosio, torinese, rappresentante di commercio in Inghilterra, portò con sé il pallone, nel marzo dell‘87. Ecco perché d‘Annunzio ci giocava a Roma nell‘autunno dello stesso anno.
Il Vate non si innamorò del calcio, semmai di equitazione e scherma. La citazione però, può servire a indicare una data, anche se simbolica, del nascente legame tra sport e narrativa.

Proprio questo legame sarà  l‘oggetto del nostro articolo.
L‘opportunità  di scrivere a questo proposito si è presentata a ragione di una straordinaria collezione di testi sulla narrativa sportiva. Grazie alla raccolta (ventennale lavoro di Marco Dall’Occa, antiquario in Bologna) un argomento poco conosciuto, o addirittura misconosciuto, viene affrontato presentando autori e opere di un periodo di quasi cento anni di storia.

Per dare un‘idea dello sviluppo delle abitudini sportive degli italiani e contemporaneamente, degli scritti di sport, analizzeremo tre epoche della nostra storia: quella successiva all‘unità  fino all‘avvento del fascismo; il tempo del regime compresa la seconda guerra mondiale; l‘era della prima Repubblica e della rinascita economica.
E‘ opportuno anche chiarire di quale tipo di letteratura e di quali sport tratteremo.
La letteratura che ci interessa è sostanzialmente la prosa, racconti e romanzi. Accenneremo però anche ai libri di giornalismo sportivo redatti da autori importanti, appendice interessante, talvolta affascinante.
Per quanto riguarda gli sport il panorama è ampio, si potrebbe dire che tutti sono presenti, ma non c‘è dubbio che calcio, ciclismo, boxe e automobilismo sono in primo piano.
Va notato infine che svolgere questo argomento implica stabilire un legame con la storia sociale del paese: sport e politica, sport ed economia sono ovviamente binomi molto legati tra loro.
Attraverso i racconti si vedrà  il mutare della nostra società , e si potrà  seguire il cammino della reciproca influenza che sport e storia hanno avuto da noi.

L‘Italia, a cavallo tra fine ‘800 e primo ‘900 era rappresentata da scarsa aristocrazia; borghesia crescente; larga massa contadina, per lo più analfabeta, e certamente non sportiva.
Lo sport era praticato da piccoli gruppi, se non da singoli. Addirittura, secondo un giornalista scrittore molto noto del periodo successivo: ” Per i nostri padri, o per i fratelli maggiori”¦lo sport era una cosa da ‘matti‘”¦il caro popolo romano che passava le giornate aspettando la ‘quarta‘ dei giornali per leggere le ultime della crisi ministeriale, aveva preso l‘abitudine di chiamare i podisti col nome odoroso di puzzapiedi”.
E ancora: “Italia piccola e triste, carica di monumenti in redingote, nella cui capitale il gioco del calcio, italianissimo, dovevano essere i primi a giocarlo, con gran fuga di bambinaie e contravvenzioni di guardie municipali, i seminaristi inglesi, nei prati di Villa Borghese”. (O.Vergani, Vita al sole, Milano, 1929).

E la letteratura?

Poche le opere dedicate a protagonisti o a pratiche sportive, più di carattere didattico che di fantasia, primi approcci a temi che non erano ancora popolari, semmai tentativi di diffondere esperienze da iniziati.
Quattro libri si possono indicare, tipici di quel momento.

Il primo è un racconto del più prolifico autore popolare d‘allora, Edmondo De Amicis, Amore e ginnastica, uscito in Fra scuola e casa, da Treves nel 1892.
Protagonista è una donna, insegnante ginnica e talmente dedita all‘allenamento del corpo da affermare: “Una vera maestra di ginnastica non deve prendere marito, deve conservarsi come un soldato”. Strana concezione dell‘amore, ma le ginnaste cinesi di oggi potrebbero approvare.

Il secondo è Il tenente dei lancieri di Girolamo Rovetta, Baldini e Castoldi, 1896. Romanzo di costume, di una classe sociale elevata, dove l‘equitazione è lo sport trattato, peraltro solo di cornice.

Ancora De Amicis, con Gli azzuri e i rossi, Casanova editore, Torino, 1897.
Sentite l‘attacco: “Taci profano. Tu non puoi comprendere quanto noi godiamo coi sensi e con lo spirito, noi che impugnammo il bracciale nei nostri begli anni, allo spettacolo d‘una partita al pallone giocata da artisti di polso”. Non è football, non è il calcio fiorentino, è il trionfo della palla a mano, antesignana del volley.

La bicicletta di Alfredo Oriani è l‘ultimo, Zanichelli, 1902. E‘ una Bremian Bourg da corsa il veicolo in questione. Aiuta l‘autore a calmare il suo carattere iroso in grandi gite per Emilia e Romagna, gli propizia il fisico, ma non solo, visto che il protagonista di uno dei racconti dice: “Si lasciava cadere al di là  del manubrio dinanzi la grande ruota con una sicurezza da ginnasta”¦e ne rimaneva contento: quel piccolo esercizio gli manteneva il vigore e lo faceva ancora sembrare giovane alle donne. Molte lo ammiravano sinceramente”.
D‘altra parte, forse per lo stesso motivo, la bicicletta fu popolarissima tra gli scrittori romagnoli: da Pascoli che apparteneva alla Audax società  ciclistica di fine secolo, a Olindo Guerrini, Renato Serra, Marino Moretti, Alfredo Panzini.
L‘epoca era quella dell‘Italietta giolittiana, in cui lo sport era inevitabilmente personale, pur muovendo i primi passi verso una diffusione e popolarità  crescente.

Il segnale più evidente del cambiamento lo diedero le prime attività  sportive organizzate in quegli anni.
Automobilismo: 1899 nasceva la Fiat; 1902 il primo giro automobilistico d‘Italia; 1906 la prima targa Florio.
Ciclismo: 1908 alla Gazzetta dello Sport maturava l‘idea di lanciare il primo Giro ciclistico d‘Italia.
Calcio: a Torino nel 1898 si svolgeva il primo campionato nazionale di calcio. Quattro squadre protagoniste, tre torinesi e il Genoa Cricket and Atletic Club, il vincitore. Tra le torinesi la Juventus fondata nel 1897 dai fratelli Canfari, imprenditori del settore meccanico-automobilistico.
Lo sport quindi, iniziava ad acquistare un nuovo valore, non più solo salute o esercizio, ma forza, velocità , modernità .
Il movimento che avrebbe teorizzato tutto ciò e aperto uno sviluppo notevolissimo, sia al mondo sportivo, che alla cultura, alle abitudini personali, e alla politica, nasceva allora, si chiamava futurismo.

Nel primo Manifesto del 1909 si affermava il carattere aggressivo e dinamico dell‘opera d‘arte, della vita personale, del quotidiano, della folla.
Nel Programma politico futurista (‘Lacerba‘, 15 ottobre, 1913) si incitava: “Al culto del progresso e della velocità , dello sport, della forza fisica, del coraggio temerario e del pericolo, contro l‘ossessione della cultura, l‘insegnamento classico, il museo, la biblioteca, i ruderi”. Finalmente: “Il predominio della ginnastica sul libro”.
Il futurismo però, così presente nelle arti figurative non esistette quasi nella letteratura sportiva.
Di Marinetti si può citare il racconto in versi di una gara automobilistica (ma la collocò in Libia unendo la velocità  all‘esotismo), e la sua poesia sull‘automobile da corsa: “Veemente dio d‘una razza d‘acciaio / un‘Automobile ebbrrra di spazio / che scalpiti e frrremi d‘angoscia / rodendo il morso con striduli denti”.

Dopo la prima guerra mondiale l‘avvento del fascismo rappresentò la naturale evoluzione del futurismo. Molti dei valori espressi furono delegati all‘ideologia del regime, compresa la nota definizione: rivoluzione fascista.
E rivoluzionario fu il rapporto tra fascismo e sport.
Mussolini capì subito la grande potenzialità  che lo sport rappresentava per la sua idea. Dimostrava forza, organizzazione, evoluzione fisica e indottrinamento efficacissimo sia per i giovani che per le masse.
Nel ventennio non si lesinarono né mezzi né sforzi.
La struttura dello sport si avvalse di uomini abili e competenti: Ferretti, Turati, Arpinati, Giuriati, Starace.
Furono creati i Littoriali, il Coni, le federazioni delle varie discipline.
Ciclismo, automobilismo, calcio diventarono sport di massa e ottennero notevolissimi successi sia nazionali che internazionali.
La squadra nazionale di calcio vinse due campionati del mondo (1934-1938).
I Mussolini‘s boys, come venivano chiamati gli atleti, furono brillantissimi alle Olimpiadi di Los Angeles (1932).
Primo Carnera diventò campione del mondo dei pesi massimi (1933).
Learco Guerra, Alfredo Binda, Gino Bartali vinsero al giro d‘Italia e al Tour de France.
Tazio Nuvolari fu il massimo corridore automobilistico del tempo.
Non mancarono neppure risvolti curiosi, se non grotteschi. Il club di calcio Internazionale di Milano fu obbligato a cambiar nome prendendo quello di Ambrosiana perché il primo ricordava troppo il movimento socialista. Così, il Genoa club diventò Genova, senza assonanze inglesi.
Il cambiamento più significativo però, fu culturale, si creò il professionismo, nacquero i campioni.
La redditività  economica del successo non era neppur lontanamente paragonabile al livello di oggi, ma la fama, il protagonismo e l‘affetto per i vincenti furono maggiori di quelli odierni.
La popolazione italiana amò lo sport, benché lo praticasse poco. Non lo praticava, ma si identificava nei vincitori, facendoli diventare eroi.
La letteratura, in particolare la narrativa (i romanzi), in questo clima trovò notevolissimo campo d‘azione rispetto al passato, non solo quello remoto, anche quello recente.
Vediamo il carattere delle opere e quali furono e come si mossero, gli autori protagonisti.

La natura dei romanzi legati allo sport, apparsi negli anni del fascismo e della seconda guerra mondiale, fu particolare.
Era narrativa popolare, di stile facile, di intreccio spesso legato a storie d‘amore. Un protagonista maschile emerge e diventa campione incontrando varie avventure e difficoltà , una contro protagonista femminile, ammira l‘atleta, quasi sempre lo aiuta e alla fine lo sposa.
Lo sport, sia calcio, ciclismo, automobilismo o altro era la cornice dentro la quale si svolgeva il plot sentimentale. In sé, il gioco o la gara, non erano mai protagonisti; esistevano come complementi, anche ben descritti e tecnicamente accurati, ma non fine a se stessi.
L‘ambiente sociale coinvolto era medio-basso. Non si perdevano mai di vista i destinatari dei racconti, gli aficionados, la massa sedotta dalle imprese degli sportivi e pronta a comprare storie di ‘eroi‘ inventati.
E‘ interessante, a questo proposito, sottolineare alcuni titoli dei romanzi in questione:
Tre donne e un centrattacco, La signorina senza motore, La palla della principessa, La danza delle lancette, La freccia nel piede, Io, suo padre.
Si potrebbe continuare, data la numerosità  delle opere esistenti, ma la scelta è già  molto esplicativa. Si noterà  la presenza femminile, la sintesi ad effetto dell‘argomento, l‘approccio sentimental-romantico.
Se si osserva lo stile editoriale poi, e soprattutto le copertine dei volumi, si ha la conferma più evidente. Erano illustrate a disegno, talvolta da artisti conosciuti (Boccasile, Vellani Marchi) quasi mai fotografiche. I disegni riproducevano volti e corpi femminili, con l‘intento di una seduzione oggi ingenua, a quel tempo certamente efficace.
Ci furono naturalmente eccezioni, rare però, perché la maggior parte dei racconti fu di questa natura.

Gli autori a loro volta avevano una provenienza specifica, erano giornalisti-scrittori. Giornalisti di testate sportive, direttori o cronisti, che oltre a scrivere articoli e interviste, trasformavano il loro lavoro in letteratura.
Agili nella scrittura, abili nel toccare corde sensibili per una narrativa d‘evasione, furono anche certamente consci delle opportunità , soprattutto commerciali, che lo sviluppo dello sport offriva.
Erano ben inseriti nel sistema. E partecipi delle spinte al ‘positivo‘, ‘vincente‘, ‘italiano‘ che il regime incoraggiava.
Offrirono una sponda emotiva, molto efficace, alla diffusione dell‘ideologia prevalente, e unirono un ‘dilettevole‘ ben trovato alla strategia dell‘‘utile‘ che ovviamente perseguivano.

Dei tanti scrittori che proponiamo, nella sezione dedicata alle immagini, ne sceglieremo alcuni: a nostro parere i più significativi. Coloro che per primi hanno immaginato il tipo di letteratura che abbiamo descritto e l‘hanno trattata in tutta la sua estensione.
Il periodo esaminato è quello che corre tra il ‘20 e il ‘45.

Iniziamo con due autori , Giuseppe Titta Rosa e Franco Ciampitti, curatori di un‘antologia che è testo fondamentale per i racconti sportivi: Prima antologia degli scrittori sportivi, Carabba editore, 1934.
Titta Rosa nella prefazione dichiara gli intenti e mette le mani avanti.
Da una parte, indica i lettori che predilige, il target si direbbe oggi, con una analisi assai rivelatrice della loro natura: “Scolari delle medie, giovani del GUF, graziose tenniste e persino i loro papà  e professori: il pubblico insomma, l‘innumerevole pubblico che si occupa oggi di sport, lo fa o finge di farlo, riempie gli stadii, punta al giro d‘Italia, aspetta alla radio le notizie sportive”.
Dall‘altra, si pone la domanda: esiste una letteratura sportiva?
Il quesito è un po‘ retorico e Titta Rosa risponde risolutamente di sì.
Nello scegliere gli autori però, allarga a nomi che solo ‘occasionalmente‘ hanno scritto di sport. Ma sono tra i più importanti dell‘epoca: Massimo Bontempelli, Achille Campanile, Vittorio Beonio Brocchieri, Paolo Monelli, Umberto Saba.
Lo fa perché gli altri, i professionisti del settore, hanno bisogno di un rinforzo di qualità , di firme, si potrebbe dire.
Ciò non significa che la narrativa di sport non esiste. Esiste eccome, solo è minore, per scelta e per opportunità  di mercato.
Titta Rosa non può dirlo chiaramente e perciò rinforza il contenuto del paniere.

Proseguiamo.

Franco Ciampitti (1903-1983). Molisano, è il secondo curatore dell‘antologia. Ma è anche autore lui stesso di un romanzo, Novantesimo minuto, che ha avuto molto successo. Ha vinto nel‘32 il primo premio, al concorso della FIGC, e il titolo è diventato espressione proverbiale, tanto da durare ancor oggi in una nota trasmissione televisiva.

Emilio De Martino (1895-1958). Il più tipico dei giornalisti scrittori e il più convinto autore della moda sentimentale. Redattore sportivo del ‘Corriere della Sera‘, direttore della ‘Gazzetta dello Sport‘ è stato più che prolifico. Si possono ricordare: Il cuore in pugno, La freccia nel piede, La danza delle lancette, La squadra di Stoppa.
Calcio, automobilismo, boxe, ciclismo, tutto conosceva, tutto proponeva.

Carlo Brighenti (1902-1992). Editore, uomo d‘affari, poliedrico autore. Ricordiamo E‘ arrivato dal Brasile e soprattutto Il fascino dell‘HP (con prefazione di Tazio Nuvolari).
Brighenti fu anche attivissimo autore/editore di libri gialli (I gialli del gufo nero); produttore di albi di figurine (Gli indiani e i pionieri, Cacce alle belve); e perfino co-autore di un dizionario Greco moderno/italiano, pubblicato nei manuali Hoepli.

Romolo Moizo. Astigiano di Moncalvo, magistrato, ciclista, calciatore, tamburellista, autore di Hansa Scrum, una immaginaria e geniale autobiografia di un pallone di cuoio tedesco a stringa (era definito così perché sulla feritoia della valvola era applicato un laccio a chiusura). Vera memoria di un vecchio pallone glorioso, è libro totalmente diverso per argomento e stile: niente storie sentimentali.

Bruno Roghi (1894-1962). Nato a Verona, avvocato ma anche musicista, diplomato al Conservatorio di Milano. Soprattutto però, giornalista sportivo, redattore e direttore della ‘Gazzetta dello Sport‘.
Era appassionato di ippica e ciclismo, ma qui lo citiamo per un romanzo, Re pallone, pubblicato da Cappelli a Bologna nel 1933. E‘ il racconto, surreale e pieno di invenzioni, di 465 palle, sfere di vario colore e dimensioni: “Le palle più preziose e celebri di tutte le età “¦quella della fanciulla omerica morbida come un seno”¦la palla di Socrate”¦ la palla che permise al Bologna di vincere l‘epica sfida col Genoa”.
Diceva Brera: “Bruno Roghi teneva la Divina Commedia sulla sua scrivania, scriveva un ottimo italiano e aveva tanta fantasia da veder battere il cuore di Guerra nei suoi calzoncini”.

Alessandro Pavolini (1903-1945). Uno dei più famosi e crudeli esponenti del fascismo, fucilato assieme a Mussolini a Mezzegra ed esposto a piazzale Loreto.
In una vita così piena di potere e tragedie fu anche scrittore. Un suo libro di racconti, Scomparsa d‘ Angela, fu pubblicato da Mondadori nel 1940. Uno di questi è Portiere, descrizione delle ansie di un estremo difensore.

Alba de Céspedes (1911-1997). Scrittrice, poetessa, cubana da parte di padre fu autrice famosissima. Tra le innumerevoli opere trovò il tempo di scrivere Io, suo padre.
E‘ romanzo ambientato nel mondo della boxe. Racconta l‘ascesa di Massimo, che diverrà  campione, l‘amore con Eva, impari donna ricca e insensibile e soprattutto il personaggio di Romolo, padre saggio, che recupera Massimo riparandolo da Eva.

Bruno Roghi (1894-1962) ed Enrico Emanuelli (1909-1967), Il XXV Giro d‘Italia. Cronaca raccontata e romanzata, delle nozze d‘argento del Giro. Scritta a due mani, volle essere “L‘interpretazione sportiva ed umana delle più vive vicende che colorarono il Giro”. Tappa dopo tappa, un crescendo di suspense e retorica, fino all‘apoteosi finale della prima vittoria di Gino Bartali.

Questa carrellata d‘autori e opere dimostra la natura dei romanzi sportivi di quel tempo.
Permette anche di notare che molti di loro erano tutt‘altro che banali, anzi colti e intellettualmente ricchi di sfaccettature. Però la situazione del momento prevalse ed evidente fu l‘opportunità  di partecipare alla crescita veloce che lo sport permetteva.

Persa la guerra, finito il fascismo, l‘avvento della Repubblica e delle forze che avevano contribuito alla resistenza, cambiarono il clima della cultura in Italia.
Nel cinema, nella letteratura, nelle arti figurative, passando per il neorealismo, ci si avviò a forme creative più moderne e più sganciate da idealismi politici, semmai sensibili alle esperienze straniere, prima bandite ora ricercate.
Lo sport non fece eccezione. Le strutture istituzionali resistettero, ma tutto il mercato prese un impulso impressionante. Si ingrandirono squadre, club, scuderie, aumentarono i budgets e gli affari e, allo stesso modo, mutò il pubblico, nacquero le tifoserie. Di più, la gente da spettatrice delle varie discipline divenne praticante. Gli italiani furono calciatori, ciclisti, automobilisti e via via tutto il resto.

La letteratura sportiva mutò radicalmente anch‘essa. Prese due strade.

La prima portò alla creazione di opere originali legate alla personalità  degli scrittori che le scrissero, tutti maggiori.
Fu una narrativa libera da ideologie, che non trovò un mercato predisposto all‘accoglienza com‘era successo durante il fascismo e che fu espressione della passione personale degli autori per gli sport considerati. Inoltre, lo sport non rappresentò soltanto una cornice, nella quale far entrare storie in qualche modo preconfezionate, ma fu intrinseco al racconto. Anche il linguaggio ne fu influenzato, riproducendo in molti casi quello dello sport da cui derivava.
Sono molti gli scrittori di questo genere, ma ne proporremo tre, a nostro parere paradigmatici di questo approccio.

Giovanni Testori con Il dio di Roserio (1954).
E‘ una storia di ciclismo. Un corridore campione, durante una corsa importante, teme che un suo gregario lo tradisca e lo scavalchi in un momento di defaillance. Provoca perciò un incidente ed elimina fisicamente l‘amico rivale.
Racconto duro, con particolari fisici ed espressioni verbali di molto realismo : Testori si immedesima totalmente nel sottobosco delle corse ciclistiche.

Giovanni Arpino con Azzurro tenebra (1972).
Racconta di un campionato mondiale di calcio in Germania, della squadra italiana, e di tutto il clima difficilissimo di una competizione così importante, ma, soprattutto, della disfatta dell‘Italia, e delle caratteristiche di furberia, litigiosità  e fiacchezza degli azzurri.

Paolo Volponi con Il lanciatore di giavellotto (1981).
Damìn, adolescente chiuso e problematizzato, in crisi in casa e nella vita, cerca di trovare una motivazione nell‘atletica, il lancio del giavellotto appunto. Non ci riuscirà . Finirà  lanciandosi da un ponte, a chiudere la sua infelicità  con un‘ultima protesta.

Naturalmente anche altri autori hanno trattato nei loro libri momenti di sport. Li hanno però descritti come degli incisi, delle parentesi inserite nella narrazione, anche se di grande qualità .
Citiamo:
Bassani e il tennis del Giardino dei Finzi Contini; Soldati e la partita di calcio tra Juventus e Roma in Le due città ; Meneghello, ancora calcio, in Libera nos a Malo; Del Buono, in I peggiori anni della nostra vita; Primo Levi, ne La Tregua, o la partita di calcio tra italiani e polacchi, tutti ex prigionieri, tornati finalmente a vivere.
Come si può percepire, la narrativa sportiva del dopoguerra è stata di notevolissimo livello, ma non così numerosa. Niente di paragonabile con la produzione del periodo fascista. C‘era la radio, nasceva la televisione, l‘immaginario creativo lasciava il posto alla forza del visivo e ai commenti dei cronisti, sempre più presenti, sempre meno interessanti.

La seconda strada cui avevamo accennato, fu quella del giornalismo d‘autore, a metà  tra cronaca e narrativa.

Succedeva spesso che scrittori e giornalisti di successo fossero incaricati dai quotidiani (particolarmente da quelli non sportivi) di seguire corse ciclistiche, campionati di calcio o eventi di altri sport. Inviando le loro corrispondenze, gli autori non facevano solo cronaca, scrivevano pezzi di bravura, gli articoli diventavano racconti.
Li riunivano poi, per l‘edizione in volume e la vendita in libreria.
Fu una letteratura d‘occasione, rara nel complesso, di grande interesse.

Esempi?

Alfonso Gatto, Uno scrittore allo stadio, Vallecchi; Vittorio Sereni, Cronache milanesi, Meazza, Illustrazione Ticinese; Anna Maria Ortese, La lente scura (cronache del giro d‘Italia 1955), Marcos y Marcos; Dino Buzzati, Dino Buzzati al giro (1949), Mondadori; Orio Vergani, Caro Coppi, la vita, le imprese, la malasorte, gli anni di Fausto e di quell‘Italia, Mondadori.
Sono libri di valore, che rientrano a pieno titolo nel nostro assunto, e che, soprattutto, restano nella memoria dei fortunati che li hanno letti o li leggeranno.

Ci fu però un giornalista che ebbe il primato in questo campo: Gianni Brera.

Sentitelo:
“La prima parola della cui invenzione sono certo è intramontabile, dovevo parlare di Giuseppe Lippi, un podista fiorentino che si ostinava a gareggiare nonostante fosse vicino ai quarant‘anni “¦intramontabile è un concessivo e quindi un errore, perché non esiste il concessivo di un verbo intransitivo: e tramontare non è transitivo”¦ma evidentemente era necessario”.
“Ho persino l‘orgoglio di aver parafrasato Carlo Marx inventando il plus-calore“¦ chi non aveva plus-calore non poteva sognarsi di starnazzare dietro a una palla”.
“Non ho mai fatto la somma dei neologismi che sono andato via via perpetrando”¦mi domando se pedata sia neologismo”¦ non proprio, ma era nuovo per indicare, con qualche ironia, l‘esercizio del pedatare”.
Brera ha trasformato la cronaca in arte, ha inventato un linguaggio, ha creato dei personaggi elevandoli dal loro stato di campioni fino a farli diventare dei miti, talvolta eroici, talaltra sminuiti, sempre indimenticabili.

Poiché, oltre ad articolista sono anche bibliofilo, per finire vi indicherò una meraviglia che fa parte di questa raccolta.
E‘, ancora, di Gianni Brera.
Ha titolo Il sesso degli ercoli, edito da Rognoni editore, a Milano, nel 1959.
Sono sedici lettere scritte da Brera ad altrettanti personaggi dello sport. E‘ qui che Bartali diventa un ‘Bertoldo devoto‘, Boniperti ‘Marisa‘, Coppi ‘Faustin‘. Non ci sono Riva ‘Rombo di tuono‘ né Rivera ‘Abatino‘, ma ogni capitolo è una storia, ogni destinatario deve aver sentito un brivido nella schiena all‘apparizione del volume.
Ritrovare un testo così è molto difficile, ci vuole tenacia e un po‘ di fortuna. Ma è la riprova che vale la pena di cercare, metter libri da parte, e poi cercare di nuovo, man mano diventando conoscitori unici della materia.

Molti commentatori asseriscono che la letteratura sportiva quasi non esiste in Italia. Non è vero. Questa collezione, riunita in vent‘anni di lavoro, con quasi settanta volumi raccolti, è la miglior dimostrazione del contrario.

Bibliografia

L’autore di questo articolo si è avvalso della consultazione delle seguenti opere:

Sport e Fascismo di Felice Fabrizio, Guaraldi, Firenze, 1976
Storia dello sport in Italia di Felice Fabrizio, Guaraldi, Firenze, 1977
Letteratura e sport a cura di Carmen Di Donna Prencipe, Universale Cappelli, Bologna, 1986
La stampa sportiva in Italia di Paolo Facchinetti, Edizioni Alfa, Bologna, 1966
Sapere di sport a cura di Stefano Jacomuzzi, Guanda, Torino, 1983.

Scarica l’articolo completo d’immagini di “Gare e Campioni”

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