Dauli, perdizioni e scomparse

Amo così poco i romanzi dalle copertine stuzzicanti e dai titoli «specchietto per allodole», che non mi prenderei davvero la briga di segnalare ai lettori della Rivista d’Italia questa Perdizione del Dauli, se attraverso a mille ingenuità, controsensi, sciatterie stilistiche, impurità di lingua, sconnessioni di architettura non si rivelasse un giovane di sicuro ingegno….” Così scriveva nell’aprile del 1920 Ger[olamo] L[azzeri] sulla «Rivista d’Italia».

La stuzzicante copertina (anonima nel libro) riproduceva una delle varianti del quadro Il Peccato, del secessionista bavarese Franz Von Stuck (Fig. 1), dipinto in svariate versioni tra il 1891 e il 1908 (Figg. 2 e 3), e il libro che Lazzeri recensiva era il romanzo d’esordio di Gian Dauli (Giuseppe Ugo Nalato), Perdizione appunto, pubblicato dalla Modernissima di Icilio Bianchi.

In questo caso non ci sono enigmi sull’esistenza del volume, le cui edizioni possono essere ricostruite piuttosto agevolmente, ma resta qualche incognita sulla sua diffusione.

Perdizione è un grande successo. Tra il 1920 e l 1947 ne vengono stampate (e vendute) oltre centomila copie, in diverse edizioni, molte delle quali sono oggi facilmente reperibili. A quanto mi risulta, la Modernissima ne pubblicò quattro edizioni: due nel 1920, una nel 1922 e una nel 1932, che porta l’indicazione “dal 14° al 20° migliaio(Fig. 4). Non ho notizie di censure o sequestri del libro fino al 1934, quando, in conseguenza di una circolare governativa, la nuova edizione Aurora di Perdizione, appena pubblicata, fu sequestrata e, per tornare in libreria, Dauli fu costretto a eliminare dal testo le parti che descrivevano l’omosessualità di un vescovo.

Fig. 4

Resta tuttavia da chiarire per quale ragione l’illustrazione di copertina scompaia dopo le prime due edizioni e soprattutto perché gli esemplari di queste edizioni siano così difficilmente reperibili. L’ICCU censisce solo una copia della prima edizione (peraltro priva della copertina originale) presso l’archivio dell’autore, conservato alla Bertoliana di Vicenza, mentre l’unico esemplare in vendita da me rintracciato è stato quello proposto da un catalogo dello Studio Bibliografico Orfeo di una decina di anni fa. Per la seconda edizione il discorso non cambia molto. Un solo esemplare è censito dalla Biblioteca Universitaria di Catania e non mi risulta mai apparsa sul mercato antiquario.

Avendo avuto modo di confrontare le due edizioni, posso affermare che la seconda è una nuova edizione a tutti gli effetti, con il testo ricomposto. Diversa è la grafica di occhietto, frontespizio (Figg. 5 e 6) e colophon, diverso è il prezzo (6.50 vs. 6 Lire) e maggiore è la dimensione (195 vs. 190 mm.), un intervento che consentì di portare il numero delle pagine da 364 a 336 e di ridurre il volume di due sedicesimi.

Fig. 5
Fig. 6

È legittimo mettere in dubbio la veridicità dell’indicazione di 10° migliaio che si trova al frontespizio della seconda edizione, ma non si può dubitare della sua pubblicazione in tempi molto ravvicinati e quindi del rapido esaurimento della prima. E allora, come mai le copie residue di entrambe le edizioni sono oggi così rarefatte?

Certo, Gian Dauli non è uno di quegli autori che attira l’attenzione di librai e collezionisti e i libri della sua ‘letteratura popolare’ sono stati spesso, in passato, trascurati da biblioteche e librerie, ma è pur vero che le altre sue opere – comprese quelli firmate Ugo Caimpenta – compaiono spesso nei cataloghi e sono oggi comunque conservate in numero consistente nelle biblioteche, quindi evidentemente le ragioni di questa scomparsa sono altre.

La prima spiegazione possibile è appunto quella della censura, legata alla copertina del libro o al suo contenuto. Sappiamo che Icilio Bianchi, nel corso della sua attività editoriale, ebbe spesso a che fare con denunce e sequestri che lo costrinsero a frequentare i tribunali del regno, ed è plausibile immaginare che anche in questo caso un intervento censorio abbia prodotto la distruzione di gran parte delle prime due tirature. Plausibile, anche se per ora non dimostrato.

Lucio Gambetti

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