Wuz n. 8, ottobre 2002

Pasquale di Palmo

D’un voyage au pays des Tarahumaras

di Antonin Artaud

Il 10 gennaio 1936, profondamente segnato dall’insuccesso della rappresentazione della tragedia Les Cenci che avrebbe dovuto manifestare le sue teorie sul “teatro della crudeltà” al grande pubblico, Antonin Artaud si imbarca alla volta del Messico, con il proposito di “rigenerarsi” a contatto con le vestigia della cultura precolombiana. Fa scalo a L’Avana, dove assiste a una cerimonia voudou e dove riceve dalle mani di uno stregone cubano un pugnale dalla forma quantomai inusuale, una sorta di spadino di Toledo ornato da tre uncini a cui attribuisce poteri magici e dal quale non si separerà più fino al momento dello smarrimento dello stesso. Il 7 febbraio Artaud arriva a Città del Messico dove, in seguito all’interessamento di alcuni intellettuali messicani come Luis Cardoza y Aragon, tiene una serie di conferenze presso l’Università di quel paese e collabora ai giornali locali quali “El Nacional”.

Nell’agosto del medesimo anno, grazie a un credito concessogli dalle Belle Arti con l’appoggio di quella stessa Università, Artaud si avventura dapprima in treno e poi, con l’aiuto di una guida indigena, a cavallo verso la Sierra Tarahumara, dove vive una tribù di indios che celebra strani riti primitivi e che fa largo uso di peyotl, un cactus dagli effetti allucinogeni. La Sierra si trova nella regione di Chihuahua, in una zona montagnosa e pressoché inaccessibile, a circa 1.200 chilometri a nord-ovest da Città del Messico. Il raffinato esegeta dell’opera artaudiana Marco Dotti nota che in “raramuri il nome di questa popolazione significa ‘dal piede veloce’ e deriva, probabilmente, dall’abilità che possiede nel cimento di un gioco indigeno che consiste nello spingere un pezzo di legno con i piedi, durante la corsa”.

Artaud si fermerà presso la tribù dei Tarahumara fino ai primi giorni dell’ottobre successivo e sarà profondamente segnato sia dall’esperienza che vivrà a contatto con gli usi e i costumi di questa popolazione sia dalla suggestione di un paesaggio ricco di simboli e figure ancestrali. A tal riguardo Florence de Mèredieu, nel volume intitolato Antonin Artaud. Voyages (Blusson, Paris, 1992), sostiene che “Artaud distingue […] di primo acchito tra l’aspetto essoterico del Messico e la sua dimensione propriamente esoterica”.

Il resoconto che trarrà da questo viaggio consiste nella pubblicazione di una delle sue opere più compiute e importanti, quel D’un voyage au pays des Tarahumaras che esce dapprima in forma anonima, per espressa volontà dell’autore, nel numero 287 del 1° agosto 1937 della prestigiosa “Nouvelle Revue Française”. La copertina della rivista, sobria ed elegante, riporta nel sommario, al posto del nome dell’autore, tre asterischi, secondo le indicazioni manifestate dallo stesso Artaud al direttore della stessa, l’amico e confidente Jean Paulhan, in una breve lettera indirizzatagli il 27 o 28 maggio 1937, probabilmente da Parigi: “Ho deciso di non firmare il Voyage au pays des Tarahumaras. Il mio nome deve sparire”.

Qualche giorno prima, il 18 maggio, Artaud aveva tenuto un’esaltata conferenza alla Maison d’Art di Bruxelles, producendo reazioni spaventate e ostili da parte del pubblico (secondo certuni avrebbe parlato del suo viaggio in Messico, secondo altri degli effetti della masturbazione sui gesuiti). In seguito a quella performance, a cui assistettero allibiti anche i genitori della sua fidanzata Cécile Schramme, il progetto di matrimonio con la stessa naufragò miseramente.

In quel periodo Artaud era entrato in una profonda crisi di carattere mistico-religioso, accentuata dal fatto che si era convinto che il bastone dai 13 nodi e irto di punte cui si accompagnava sempre, regalo del suo amico René Thomas, fosse quello appartenuto a san Patrizio, patrono d’Irlanda (389-461 d.C.). Il santo, secondo la leggenda, avrebbe ricevuto in sogno direttamente dalle mani di Cristo questa canna piena di simboli magici. Artaud pensava quindi di avere tra le mani il cosiddetto baculus Jesu, un bastone dai poteri soprannaturali e taumaturgici che avrebbe dovuto necessariamente riportare in Irlanda al fine di poter salvare i suoi abitanti dalla catastrofe e dalla rovina. Lo scrittore non si separava mai da questo bastone che aveva fatto ferrare alla base, in maniera tale che venendo a contatto con il selciato producesse scintille perché, come si legge ne Les Nouvelles Révélations de l’être (Denoël, Paris, 1937), “questo bastone porta al 9° nodo il segno magico del fulmine; e 9 è la cifra della distruzione con il fuoco […]”. Durante la notte, lo interpone nel letto tra il suo corpo e quello della fidanzata Cécile Schramme affinché le loro membra non si tocchino.

Il viaggio iniziatico di Artaud in Irlanda costituisce, forse ancor più di quello messicano, uno dei capitoli più misteriosi e controversi della sua biografia, qualora si consideri che, dopo essere stato arrestato a Dublino presumibilmente per vagabondaggio, verrà rimpatriato in camicia di forza a Le Havre e da lì trasferito nell’ospedale psichiatrico di Quatre-Mares, a Sotteville-lès-Rouen. Da questo momento inizierà la sua odissea quasi decennale nei manicomi francesi. Dopo essere stato ricoverato per un breve periodo nella clinica parigina di Sainte-Anne, Artaud dal 1939 fino a gennaio del 1943 sarà ospitato nel reparto degli agitati di Ville-Évrard, dov’è in vigore un regime particolarmente restrittivo a causa della guerra. All’inizio del 1943 la madre ottiene, attraverso l’interessamento del poeta Robert Desnos, di trasferire il figlio nell’ospedale psichiatrico di Rodez. Dopo un iniziale periodo di apparente tranquillità, Artaud sperimenterà sulla propria pelle i metodi terapeutici del primario dell’istituto, il dottor Gaston Ferdière, e sarà costretto a subire un numero impressionante di elettrochoc: cinquantuno in poco meno di tre anni e mezzo di internamento.

In nove anni complessivi di detenzione in vari istituti – precisamente dal 16 ottobre 1937, poco dopo l’uscita in rivista del suo scritto sui Tarahumara, al 25 maggio 1946, giorno in cui abbandonerà la clinica di Rodez – l’aspetto di Artaud, la cui bellezza è documentata dai diversi ruoli che interpretò come attore in film importanti come La passion de Jeanne d’Arc di Carl Theodor Dreyer o il Napoléon di Abel Gance, è diventato quello di un vecchio: pesa intorno ai 50 chili a fronte di un’altezza di m 1,71 ed è quasi completamente sdentato.

Quando Henri Parisot invita Artaud a pubblicare i suoi scritti sui Tarahumara, lo scrittore è ancora ricoverato in manicomio. Ha ripreso a scrivere e disegnare e ha inviato un numero inverosimile di lettere ad amici e conoscenti, lettere dai toni profetici e apocalittici, suggellate dalla costante richiesta di aiuto. Si tratta di delirio allo stato puro, in cui i suoi fantasmi si materializzano sulla pagina senza più alcun freno inibitorio, liberi di vagare da un’epistola all’altra come ectoplasmi. Per un certo lasso di tempo le missive sono firmate Antonin Nalpas, cognome ripreso dalla famiglia materna, in quanto Artaud sostiene di essere morto nell’agosto del 1939 a Ville-Évrard e che un altro spirito si sia impossessato del suo corpo, quello appunto di tale Antonin Nalpas. In altre lettere Artaud sostiene di essere la reincarnazione di qualche santo o del Messia e risulta pressoché inalterata la preghiera rivolta ai suoi interlocutori di procurargli dell’eroina, nella convinzione che si tratti dell’unica sostanza in grado di aiutarlo a superare qualsiasi problema di carattere fisico o psicologico.

È in questo peculiare contesto, dunque, che nel 1943 Henri Parisot avanza dapprima la proposta di raccogliere i suoi scritti sui Tarahumara a Robert-J. Godet, che vuole intraprendere la carriera di editore e che, in tale ottica, prende a sua volta contatto con Artaud. L’idea è quella di pubblicare una plaquette illustrata da Frédéric Delanglade, pittore amico di Artaud che soggiornava a Rodez e che era molto legato al dottor Ferdière. Artaud si fa inviare da Jean Paulhan alcune copie del numero della “Nouvelle Revue Française” che contengono il Voyage e compone appositamente un nuovo brano, intitolato Le Rite du Peyotl chez les Tarahumaras, a complemento delle prose originali. Ma il nuovo saggio non giungerà mai nelle mani di Parisot, in quanto viene “intercettato”, a insaputa dell’autore, dall’onnipresente dottor Ferdière.

Dopo anni il progetto non decolla e Parisot, a cui era stata nel frattempo affidata la direzione di una piccola collana curata per le Éditions Fontaine di Parigi, “L’Age d’Or”, orienta il suo proposito di pubblicare l’opera nella stessa collana. La storia della messa a punto del disegno editoriale è in parte rintracciabile nel carteggio che i due amici si scambiarono, anche se rimangono documentate soltanto le lettere che Artaud indirizzò a Parisot: infatti oltre alle Lettres de Rodez, la cui edizione originale apparve nel 1946 presso le edizioni G.L.M. di Parigi in una tiratura limitata, qualche missiva sparsa è contenuta all’interno del ponderoso – ma tuttora incompleto – progetto delle Œuvres complètes intrapreso dalle edizioni Gallimard ed approdato nel 1994 al XXVI volume.

Dopo vari ripensamenti, in seguito ai quali deciderà di eliminare alcuni brani che riguardavano la sua conversione al cattolicesimo, da poco abiurato alla stregua di ogni forma di religiosità possibile, il progetto prende finalmente corpo: sono trascorsi nel frattempo otto anni dalla pubblicazione del testo sulla “Nouvelle Revue Française”. Il volumetto, il nono della serie, è stato tirato in 725 esemplari numerati, di cui 25 su vergé d’Arches numerati da I a XXV e 700 su vélin blanc numerati da 1 a 700; sono stati inoltre stampati 25 esemplari fuori commercio, contrassegnati con le iniziali H.C. (hors-commerce). La plaquette, con in copertina una splendida illustrazione del pittore Mario Prassinos, consta di 40 pagine e misura mm 140 x 115. Il peso – poco più di una foglia! – è di appena 35 grammi.

Sul colophon si legge che il libriccino è stato finito di stampare presso la tipografia Grou-Radenez di Parigi il 15 settembre 1945, anche se nelle note al IX volume delle Œuvres complètes di Artaud, pubblicato nel 1971 e, in edizione aumentata, nel 1979, comprendente sia gli scritti sui Tarahumara sia le lettere di Rodez a Parisot, la curatrice Paule Thévenin avverte che “la data effettiva di stampa […] è più tardiva: essa dovrebbe situarsi attorno al 25 novembre 1945”.

La copertina è un piccolo capolavoro di arte grafica. Caratterizzata da un effetto cromatico davvero sorprendente, sul fondo esibisce un rosso stinto che tende quasi al rosa e che richiama l’indicazione, del medesimo colore, relativa al luogo di stampa: Paris. Sotto il nome dell’autore, nero come il nero delle figure di Prassinos, contorte nell’impeto di una danza febbrile, figura il titolo abbreviato in verde (Au pays des Tarahumaras) probabilmente per mancanza di spazio, mentre sul frontespizio campeggia il titolo intero (D’un voyage au pays des Tarahumaras). Per questo motivo nelle bibliografie consultate si può trovare evidenziato un titolo anziché un altro.

Rispetto al testo apparso su rivista, quello che confluisce nel volumetto si avvale di una lettera scritta ad Henri Parisot il 7 settembre 1945 dove Artaud giustifica il fatto di aver omesso il Supplément au Voyage, composto in clinica presumibilmente tra il 17 e il 24 gennaio 1944 che doveva, nell’idea originaria dell’autore, completare il progetto variegato sui Tarahumara: “Caro Henri Parisot, le ho scritto due lettere almeno tre settimane fa per dirle di pubblicare il Voyage au pays des Tarahumaras, ma aggiungendo una lettera da mettere al posto del supplemento al Viaggio dove ho avuto l’imbecillità di dire di essermi convertito a Gesù Cristo, mentre cristo è quel che ho sempre maggiormente abominato, e questa conversione è stata solo il risultato di uno spaventoso affatturamento che aveva fatto dimenticare a me stesso la mia natura e qui a Rodez mi ha fatto ingoiare, con il pretesto della comunione, un numero spaventoso d’ostie destinate a tenermi per il maggior tempo possibile, e se possibile eternamente, in un essere che non è il mio”.

La struttura dell’operetta si compone di due capitoli, intitolati La montagne des signes e La danse du peyotl, scritti di getto rispettivamente durante il soggiorno presso la tribù dei Tarahumara e subito dopo il suo ritorno a Parigi, a cui si aggiunge la lettera a Parisot di cui sopra. In La montagne des signes, Artaud descrive soprattutto la strana simbologia naturale che sovrasta il paesaggio della Sierra Tarahumara, dominata da forme e numeri ricorrenti, mentre ne La danse du peyotl si sofferma ad esaminare in particolar modo i riti praticati dagli stregoni dopo aver consumato il peyotl, con effetti allucinati e stranianti: “Vi è una storia del mondo nel cerchio di quella danza, racchiusa tra due soli, quello che declina e quello che sorge. E quando il sole declina gli stregoni entrano nel cerchio, e il danzatore dai seicento campanelli (300 di corno e 300 d’argento) lancia il grido di coiote, nella foresta”.

Il peyotl (Lophophora Williamsii) viene ingerito attraverso le corone essiccate, chiamate impropriamente “bottoni di mescal”, dopo che sono state ammorbidite con la saliva e provoca un’ebbrezza che consiste nella perdita della percezione spazio-temporale. Questa pianta è legata, nella mitologia dei Tarahumara, all’insieme delle forze vitali e della loro principale divinità, il Ciguri, e sin dall’antichità veniva associata al sole, alla pioggia, al mais e al daino, simboli che solo apparentemente potrebbero sembrare contrastanti: il sole è infatti il fuoco che genera il fumo che forma le nuvole da cui nasce la pioggia che bagna il mais che mangia il daino, animale con il quale i Tarahumara hanno un rapporto di tipo totemico. In Antonin Artaud (Éditions de La Table Ronde, Paris, 1971), biografia a tratti lacunosa di Jean-Louis Brau, leggiamo che “L’ingestione del peyotl corrisponde […] per i Tarahumara ad un rito d’identificazione totale con la razza, di rientro in se stessi, concezione fatta per sedurre Artaud che si sente ‘separato’ da se stesso”.

Non a caso dunque Artaud si misurerà fino alla morte con il ciclo degli scritti sui Tarahumara, raccolti in un volume postumo, Les Tarahumaras, Marc Barbezat, L’Arbalète, Décines, (Isère) 1955, e poi confluiti nel citato IX volume delle Œuvres complètes, a cura di Paule Thévenin, amica e confidente del poeta.

Qualche mese dopo la pubblicazione del Voyage, ad Artaud viene concesso di stabilirsi in una stanzuccia della clinica del dottor Achille Delmas, a Ivry-sur-Seine, poco distante da Parigi. Lo scrittore ha libertà di movimento anche se il suo aspetto fisico è diventato disarmante: i capelli si sono diradati, lo sguardo appare vitreo e assente, il volto è scavato dalla sofferenza patita nei manicomi, il corpo sembra quello di uno scheletro ambulante, il “corpo senza organi” che lui stesso aveva concepito come metafora di una condizione umana irriconoscibile e precaria. Artaud sente di essere stato letteralmente “crocifisso” dalle istituzioni, contro cui continuerà sistematicamente ad inveire in maniera risoluta e dissacratoria.

Niente e nessuno si salva da questo delirio iconoclasta: strutture psichiatriche, governi, chiesa, Dio, a cui è stata abolita perfino l’iniziale in maiuscolo, faide politiche e letterarie, ogni forma di credo religioso. La sua vis polemica è più violenta persino di quella espressa nei libelli antisemiti di Céline o nelle descrizioni degli ambienti degradati della banlieue parigina di Genet. Ma si dovrà aggiungere a questa colata inarrestabile di improperi il ricorso a una coprolalia sfrenata, che non ha precedenti negli specimen letterari non solo del Novecento. Le sue scariche fecali sommergono tutto e tutti, provocando a più riprese reazioni di scandalo e di protesta da parte del pubblico dei benpensanti. Si arriverà addirittura a censurare una sua trasmissione radiofonica, il cui titolo fin troppo eloquente, Pour en finir avec le jugement de dieu (K éditeur, Paris, 1948), fa presagire fin troppo bene il contenuto blasfemo delle composizioni ivi raccolte.

Non tardano d’altronde a mancare anche i riconoscimenti. Nel 1948 gli viene assegnato il premio Sainte-Beuve in occasione dell’uscita di uno dei suoi libri più celebrati, Van Gogh le suicidé de la société (K éditeur, Paris, 1947) e molti intellettuali – da Gide a Breton, da Queneau a Gallimard che approva il progetto di pubblicazione della sua opera omnia – si interessano al suo “caso”.

Ma non è che l’epilogo. In seguito a continui disturbi intestinali, Artaud si sottopone a una serie di accertamenti diagnostici che evidenziano un tumore al retto, ormai inoperabile. Viene trovato morto dal giardiniere della clinica, seduto ai piedi del letto, la mattina del 4 marzo 1948, nella cameretta di Ivry-sur-Seine (giusto sei mesi dopo, il 4 settembre, avrebbe compiuto 52 anni). Sembra che in mano stringesse una scarpa.