Guardarsi dai romanzi smilzi, può essere che siano, per lor natura, più audaci e ficcanti di altri. È il caso di questo libro uscito in peno Sessantotto, I divini mondani, di Ottiero Ottieri, editore Bompiani. Un libro più alto (in altezza si intende, non in foliazione) che largo, si potrebbe dire, che non arriva a cento pagine, e che contiene una narrazione descrittiva e sincopata assieme, ipermontata, con tagli vertiginosi di trama ma non di senso, la “contrazione” di un romanzo normale, ci dice la quarta di copertina, eppure da considerarsi né come un romanzo breve né come un racconto lungo.

Una foto quadrata dell’Ottieri con sigaretta in bocca sta in cima al pezzo in quarta, in cravatta nera, mentre in piena copertina ci scruta quasi maligna una Venere di Lucas Cranach, a seno nudo e vistoso cappello nero, con ornamenti verdi, certamente poco rassicurante. Un libro che pare nervoso di suo, irrequieto, sin dalla sua presenza di oggetto, dal carattere con cui sono scritti autore e titolo, dal modo di offrirsi al lettore.

Dentro, le inquietanti figure dei divini mondani, il loro modo – unico e disturbante – di passare il tempo, di stare al mondo, schiaffati lì, a farsi vedere ma non comprendere.

@Massimiliano Varnai

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