Wuz n. 6, luglio-agosto 2002

Armando Audoli

 

Die Verwandlung di Kafka

 
 

“Gregor Samsa, svegliandosi una mattina da sogni agitati, si trovò trasformato, nel suo letto, in un enorme insetto immondo. Riposava sulla schiena, dura come una corazza, e sollevando un poco il capo vedeva il suo ventre arcuato, bruno e diviso in tanti segmenti ricurvi, in cima a cui la coperta da letto, vicina a scivolar giù tutta, si manteneva a fatica. Le gambe, numerose e sottili da far pietà, rispetto alla sua corporatura normale, tremolavano senza tregua in un confuso luccichio dinanzi ai suoi occhi”.

Il misconosciuto germanista fiorentino Rodolfo Paoli – un precoce studioso di Kafka, non ancora trentenne al tempo della sua prima versione italiana de La metamorfosi, uscita per i tipi di Vallecchi nel 1934 – tradusse così uno degli incipit narrativi più folgoranti e famosi di tutti i tempi.

Franz Kafka aveva compiuto, da un mese appena, il quarantunesimo anno d’età e godeva dell’attenzione di pochi critici perspicaci, quando morì di tubercolosi (il 3 giugno 1924) nel sanatorio austriaco del dottor Hoffmann, a Kierling. Per noi, oggi, la statura letteraria dell’autore del Processo è un dato acquisito, scontato, mentre non lo era affatto allorché, sulle pagine del“Convegno” (VI, 25 agosto 1928), il triestino Silvio Benco tenne a battesimo, con una concisa introduzione, l’esordio postumo di Kafka in Italia, presentando quattro brevi racconti tradotti da Giuseppe Menassé.

“Un maestro dell’attenzione angosciosa” fu, secondo Benco, il genio boemo: “Difficile – concludeva – rappresentarsi meglio di lui un mondo metafisico inserito fra cellula e cellula del nostro mondo quotidiano. Un’immensa tela di ragno è tesa attraverso tutti gli alberi di una foresta. E non una mosca vi soffre l’incertezza e l’agonia, ma qualche anima umana”.

Bella e giusta la metafora aracnèa; essa rimanda implicitamente a una dimensione psichica ossessiva e incombente, satura di un sordido brulicame d’insetti dai movimenti convulsi e imprevedibili; essa ci ricollega – con un rapido nesso inconscio – all’uomo-scarafaggio che osserva, supino e impotente al massimo grado, il tremolio incontrollato delle proprie sproporzionate zampette.

La metamorfosi, appunto. Die Verwandlung: Kafka ne stese il testo fra il 17 novembre e il 7 dicembre 1912. Il 17 novembre, un giorno d’inerzia e sconforto trascorso per lo più coricato, egli confessava alla futura fidanzata, Felice: “Oggi, comunque, ti scriverò ancora, anche se ho molte cose da sbrigare; metterò per iscritto, inoltre, una piccola storia che mi è venuta in mente a letto in mezzo a quello strazio, e che ora mi opprime nel punto più interno di me”. Il proposito di terminare di getto, in una sola sera, la composizione del racconto, già mentalmente concepito nella sua interezza, si rivelò subito illusorio.

Le missive delle settimane successive – che aggiornavano Felice sull’avanzare, lo svilupparsi e il cambiare della “piccola storia” kafkiana – permettono di ricostruire con precisione l’itinerario compositivo dell’opera. “Mi sono appena seduto per lavorare alla mia storia di ieri – appuntò il 18 novembre – chiaramente istigato da tutta questa disperazione. Oppresso da tante cose, in mezzo all’incertezza al tuo riguardo, assolutamente incapace di cavarmela con il lavoro in ufficio, pervaso […] dal selvaggio desiderio di continuare la nuova storia […]”. “È tarda notte – continuava il 23 – ho messo da parte la mia piccola storia, alla quale peraltro non avevo lavorato per due sere e che in silenzio comincia ad acquistare le dimensioni di una storia abbastanza lunga. […] Te la leggerò. Sì, sarebbe bello leggerti questa storia e intanto tenerti la mano, perché fa un po’ spavento. Si chiama Metamorfosi, ti farebbe davvero una bella paura”. E la notte seguente: “Carissima! Che storia straordinariamente ripugnante è quella che metto ora da parte per rinfrancarmi pensando a te. È già progredita di un pezzo oltre la metà, e in generale non ne sono scontento, ma incute uno sconfinato ribrezzo; queste cose, vedi, vengono dallo stesso cuore in cui tu vivi e che tolleri come dimora. Non esserne triste, perché, chissà, quanto più scrivo e mi libero, tanto più puro e degno diventerò forse per te, ma è certo che ci sono ancora tante cose da espellere da me e le notti non sono mai abbastanza lunghe per quest’opera, d’altronde così voluttuosa”. Il 24 novembre Kafka attribuiva il mancato completamento della Metamorfosi all’interruzione forzata per un breve viaggio di lavoro: “Parlando di conseguenze gravissime intendo dire che la storia, purtroppo, è già abbastanza danneggiata dal mio modo di lavorare. Una storia simile andrebbe scritta, con una interruzione al massimo, in due periodi di 10 ore, allora avrebbe il ritmo e l’impeto che le sarebbero naturali, e che domenica scorsa essa aveva nella mia testa”. Una volta tornato, e dopo una settimana abbondante di sforzi per la scrittura che non sgorgava, che non fluiva (“qualcosa rotola avanti torbido e indifferente, e la necessaria chiarezza lo illumina solo a tratti”; “la nuova storia, pur avviandosi alla fine, mi dà ad intendere da due giorni che mi sono incagliato”), Franz poté in fine annunciare a Felice il decesso di Gregor Samsa (5-6 dicembre): “L’eroe della mia piccola storia è morto poco fa. Se ti consola, sappi che è morto in pace e riconciliato con tutti”, e – fra il 6 e il 7 dicembre 1912 – il sospirato, insoddisfacente, epilogo del lavoro: “Carissima, ascoltami, la mia piccola storia è terminata, ma la conclusione scritta oggi non mi piace per nulla, avrebbe dovuto esser migliore, non c’è dubbio”.

Kafka spiritualizzava e macerava il corpo della scrittura sopra una colonna, in un isolamento ascetico, da stilita: la sua scrittura era tutta nervi e cervello, rifinita puntigliosamente con l’incontentabilità passionale dello stilista.

Un calvario fu il concepimento artistico, un calvario quello editoriale.

Nel marzo 1913 l’editore Kurt Wolff captò che nell’aria ci doveva essere una storia d’insetti: “Illustrissimo dott. Kafka – sondava il 20 marzo – Franz Werfel mi ha talmente parlato di un suo nuovo racconto (si chiama La cimice?), che ora mi piacerebbe proprio leggerlo. Vuole mandarmelo?”. Alle insistenti pressioni di Wolff, Kafka rispose con un netto rifiuto; egli intendeva, è noto, conservare La metamorfosi per la raccolta I figli. Anche quando Robert Musil, allora redattore della “Neue Rundschau”, gli fece la richiesta di qualche manoscritto, Kafka non ne volle sapere. Sul principio del marzo 1914, per&
#242;, probabilmente in vista del progettato trasferimento a Berlino, Kafka ebbe un ripensamento e inviò La metamorfosi a Musil, che pareva sempre determinato a pubblicarla. La determinazione dovette essere di quest’ultimo solamente, e non tanto della redazione, assai restia; lo scoppio della guerra e la chiamata alle armi di Musil abortirono definitivamente il progetto. “Caro Max – propose dunque Kafka all’amico Brod, nel marzo 1915 – […] ecco il manoscritto. Mi è venuto in mente che si potrebbe tentare, ora che non c’è più Blei, di pubblicare la storia nei ‘Weisse Blätter’. La data di pubblicazione mi sarebbe indifferente, l’anno prossimo o fra due anni”.

Edita da Georg Heinrich Meyer, la rivista “Die Weissen Blätter” – “organo delle nuove generazioni”, nonché uno dei segnali più rappresentativi del passaggio germanico dal tardo simbolismo all’espressionismo – riprese a uscire, dopo l’inizio del confitto mondiale, nel gennaio 1915, a Lipsia, sotto la direzione di René Schickele. Le Edizioni dei libri bianchi, pubblicate dalla rivista, erano poi uno dei principali organi editoriali dello stesso Wolff.

Approdata ai “Weisse Blätter” attraverso Max Brod, La metamorfosi apparve in una forma precaria e frettolosa sul numero di ottobre del 1915, senza l’approvazione e la revisione finale di Kafka. Meyer propose immediatamente una seconda edizione (la prima come volume a sé) in “Der Jüngste Tag”: la composizione e la stampa partirono all’istante, incrociando l’uscita del periodico. Il 15 ottobre Kafka era in grado di spedire le bozze corrette: “Accludo la correzione della Metamorfosi. Mi dispiace solo che la stampa sia diversa dal Napoleone [un’opera dello scrittore ebreo di Lipsia Carl Sternheim, che Meyer inviò come modello della serie]. La pagina del Napoleone è ben chiara e si offre bene allo sguardo, mentre quella della Metamorfosi è scura e compressa. Se si potesse cambiare qualcosa, mi farebbe molto piacere”. Le pretese di Kafka vennero soddisfatte, ed egli fu altresì accontentato a proposito di qualche dubbio relativo all’immagine per la coperta.

La collana “Nuovi narratori tedeschi”, quella scelta per La metamorfosi, recava sulle copertine o sui frontespizi illustrazioni tratte da disegni di Ottomar Starke (1886-1962), incisore di finissima qualità e pittore di decorazioni teatrali (lavorò, fra gli altri, per i teatri di Mannheim, Francoforte e Dusseldorf), nato a Darmstadt e noto come il maggiormente dotato fra gli allievi monacensi di Maximillien Dasio. Kafka si agitò con prevenuta diffidenza: “Mi sono preso un piccolo […], probabilmente inutile spavento. Mi è venuto in mente, siccome Starke è un vero illustratore, che forse potrebbe voler disegnare l’insetto. Questo no, per favore, questo no! Non voglio limitare la sua libertà d’azione, voglio soltanto avanzare una preghiera derivante dalla mia conoscenza, ovviamente migliore, della storia. L’insetto non può essere disegnato. Ma non può neppure esser mostrato da lontano. Se questa intenzione non sussiste, se, dunque, la mia richiesta è ridicola, tanto meglio. […] Se potessi fare una proposta per un’illustrazione, sceglierei scene come: i genitori e il procuratore dinanzi alla porta chiusa o, ancor meglio, i genitori e la sorella nella stanza illuminata, mentre la porta che dà nella stanza attigua, totalmente oscura, è aperta” (25 ottobre 1915).

Il libro [F. Kafka (in nero), Die Verwandlung (in rosso). Leipzig, Kurt Wolff Verlag, 1916; 214 x 136 mm, 73 pp.) uscì, finalmente, nel novembre del 1915 come doppio volume (22/23) della serie “Der Jüngste Tag”, stampato a Lipsia dall’officina tipografica Poeschel & Trepte in una tiratura prossima ai 1.000 esemplari, secondo quanto si evince dall’esame della registrazione del pagamento di Kafka. Neanche l’ombra dello scarafaggio a decorare la brossura (color crema e muta nel dorso) ornata da Starke: sullo sfondo, a destra, una porta con un solo battente aperto, e in primo piano, a sinistra, un uomo in vestaglia che si tiene il volto tra le mani.

Una curiosità: dopo il 1917 Wolff standardizzò l’aspetto della collana “Der Jüngste Tag” in una nuova veste, dalle copertine di carta nera con la finestra della titolatura blu notte; di tale versione ricopertinata per l’omologazione dei titoli in catalogo, oggi si possono trovare sul mercato numerosi volumi appartenenti alla giacenza del magazzino di Wolff, come pure alcune copie del capolavoro kafkiano.

Già, kafkiano… Quest’aggettivo ora così comune, entrato di forza nel linguaggio corrente, comune nell’indicare non soltanto ciò che è letterariamente riferibile al padre della Metamorfosi, ma anche (in un senso più esteso) a significare qualcosa di labirintico e mostruosamente complesso, qualcosa – nel claustrofobico rapporto fra il solipsismo psicologico dell’individuo e il burocratismo collettivo dei meccanismi sociali – di molto simile a un vicolo cieco, quest’aggettivo è il segno immediato e concreto dello straordinario successo mondiale di Franz Kafka; ed è singolare l’esser toccato, un consenso di siffatte proporzioni, a uno scrittore-filosofo che aveva fatto della debolezza, della sensibilità e della ritrosia quasi una bandiera da non sventolare, a un prosatore-poeta che tutto avrebbe voluto, fuorché la fama.

L’oblio piuttosto, la dimenticanza: l’unica alternativa agli spasimi della coscienza.

Rimandando, in ultimo, a una nota di Rodolfo Paoli (Mondadori, 1960): “Ma il successo, la fama Kafka pare non la volesse. Aveva disposto che alla sua morte tutte le carte – e specialmente gli abbozzi letterari – fossero distrutte, non solo, ma che i suoi racconti non venissero più ristampati, una volta che la prima edizione si fosse esaurita. Par di sentire, dietro la volontà di Kafka, un desiderio di annientamento, una specie di cupio dissolvi veramente nuovo in un uomo moderno”.