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D’Annunzio a Parigi: i libri e la Gioconda

Il fascino del Vate in Francia

di Giuseppe Scaraffia

articolo tratto da e per gentile concessione di «la Biblioteca di via Senato», mensile di Bibliofilia e storia delle idee, (n. 104 – aprile 2019)

D’Annunzio sapeva trasformare in casa ogni luogo. Persino la suite del lussuoso Hotel Meurice fu presto sepolta sotto una valanga di cuscini e di stoffe preziose acquistati a credito. Chi, dopo avere ricevuto da un messaggero nero una busta violacea con l’invito, si presentava per una cena o per un déjeuner dinatoire alle due e mezzo, restava colpito dalla raffinatezza della tavola e dall’estrema cortesia del poeta.

Anticipando le mode di molti anni, i piatti venivano serviti su un tavolo protetto solo da una lastra di vetro, senza tovaglia. Cavallini di porcellana bianchi e neri galoppavano intorno ai bicchierini grigio fumo di foggia romana, in cui venivano versati gli aperitivi. D’Annunzio presiedeva seduto spesso tra due incantevoli dame, stupendo i francesi con la sua assoluta padronanza della loro lingua. Ma quello che più impressionava gli ospiti era il passaggio continuo dalla spontaneità alla recitazione, dalla semplicità alla posa. Raccontava le storie più incredibili e affascinanti senza lasciare capire se ci credesse anche lui. Prima di cadere sotto il suo fascino, le donne guardavano stupite il fisico deludente di quel celebre seduttore. Il viso, sotto la testa calva, era avvizzito, il naso grosso e gli occhi cerchiati da aloni bluastri. Ma, appena cominciava a parlare, quell’uomo minuto diventava irresistibile. Non era soltanto quello che diceva, ma come lo diceva. «Udivo la sua voce, per la prima volta: scandita, metallica, e insieme carezzevole, dava di per sé una sensazione analoga a quella che suscitano le sue liriche più prestigiose: di trasognamento», osservò Sibilla Aleramo. Nel Libro segreto (1935) d’Annunzio confessava: «Modulo la mia voce per sedurre, per incantare, per domare».

Alla fine del pranzo, mentre si sorseggiava caffè turco o tè di verbena nello studio, d’Annunzio sciorinava i suoi tesori, dalla collezione di profumi custodita in un cofano antico a due improbabili reliquie: un flacone di olio di rose di Lucrezia Borgia e la boccetta da profumo di Machiavelli. Un giorno si vide Rilke, indifferente ai gridolini d’ammirazione delle invitate, affondato in una poltrona, immobile e «come trasformato nella sua ombra» osservare con malinconica ironia tutto quell’entusiasmo. Alcuni dei libri che d’Annunzio leggeva «alla luce gialla di piccole clessidre illuminate dall’interno» erano stati rilegati dal famoso Léon Gruel (1841-1923) e avevano sul dorso e sul recto un piccolo labirinto in oro.

Nel 1913 Ferruccio Busoni, in forse per una collaborazione artistica con d’Annunzio, lo trovò all’11 di rue Bassano – sei stanze al terzo piano – avvolto in una vestaglia giapponese che gli sembrò stranamente femminile. Il poeta era pallidissimo e la concentrazione invecchiava i tratti del viso. «Sto appunto scrivendo un libro: L’homme qui a volé la Gioconda, perché la Gioconda è in casa mia e la restituirò al Louvre non appena il libro sarà pubblicato». Mentre lo ascoltava Busoni si chiedeva, come già altri in varie circostanze, se il poeta fosse convinto di quello che stava dicendo oppure stesse elaborando ad alta voce un progetto letterario.

L’uomo che ha rubato la Gioconda proviene da una famiglia di pitttori mistici che risale a 600 anni fa. Egli me la portò ad Arcachon. Sulla figura della Gioconda si erano accumulati tanti secoli di adorazione e di amore, che il sentimento di tante migliaia di uomini aveva, in fine, fatto partecipe il quadro della sua propria vita. Però era necessario uccidere un uomo perché la Gioconda si appropriasse direttamente di un certo elemento del sangue proveniente dal cuore; l’azione mistica riuscì e io ho vissuto quattro giorni con la Gioconda. Il mio potere non durò più a lungo ed essa si dissolse. Sul quadro è rimasto solo il paesaggio e nel paesaggio solo il suo sorriso; nel paesaggio è rimasto impresso il gesto del suo sorriso ma la figura è scomparsa. Al Louvre il quadro verrà restituito in questo stato.

Aggiunse che ad Arcachon, dove aveva una villa, avrebbero lavorato bene insieme perché il paesaggio era fluttuante, «le nubi sono le onde, e le onde la foresta, ed essa è inafferrabile». L’immensa cultura dello scrittore turbava i colleghi. Mentre parlavano Busoni aveva notato che dai libri del padrone di casa uscivano strisce di carta: «con tutta probabilità egli sfrutta i passi segnati, quando gli fanno bisogno – per il suo proprio libro».

Un’altra sera d’Annunzio l’aveva invitato a cena a un’ora insolitamente avanzata. La russa che era con loro, probabilmente la bellissima contessa Nathalia de Goloubeff, era molto più alta del poeta, ma, contrariamente a quello che si diceva delle sue intemperanze, era rimasta tranquilla. Aveva sussultato solo quando il Vate aveva annunciato di avere solamente due anni di vita. Mentre la russa lo fissava terrorizzata, Busoni era scoppiato in una risata, mentre d’Annunzio, invece di offendersi, si era limitato a sorridere, replicando: «Sì, ma è così».

Nei primi mesi del 1914 anche il nuovo appartamento ammobiliato al 47 di Avenue Kléber aveva subito il trattamento dannunziano a base di velluti e cuscini. «Creava un’atmosfera insieme da bottega di un antiquario e laboratorio di un alchimista». Solo l’abate Mugnier – il sacerdote snob prediletto dall’aristocrazia per il suo spirito e la sua cultura – abituato a sondare gli abissi delle anime, aveva notato la bruttezza dell’arredamento dietro i paraventi e le stoffe dorate. Sempre pronto a mettersi in sintonia con l’ospite d’Annunzio aveva sostenuto di essere sempre «in stato di fervore», per poi passare alla sua «impotenza a odiare», malgrado i molti attacchi subiti. Poi gli aveva mostrato dei vasi che asseriva di avere modellato di persona in un atelier in rue de Suffren. Sul pianoforte spartiti del Cinquecento fiancheggiavano quelli dell’amato Debussy, da lui chiamato «Claude de France». Alle pareti ritratti di contemporanee rivaleggiavano con alcune tele del Settecento. Antiche armi damascate convivevano pacificamente con eccentrici bibelot su cui il padrone di casa era pronto a narrare aneddoti fiabeschi. Come Balzac sapeva trasformare i suoi acquisti attribuendoli ai più grandi maestri fino a convincersene lui stesso. Così in breve un anonimo quadro del Settecento era diventato «il mio piccolo Watteau». A chi si meravigliava che un noto superstizioso come lui tenesse in mostra sul camino le piume di pavone, spiegava premurosamente che portavano sfortuna solo se erano 999. Ma il mobile più curioso era il pungiball con cui il poeta si allenava quotidianamente, salvo nasconderlo, al momento delle visite, sotto una vecchia parrucca arancione.

[continua]

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