Sempre più spesso nelle descrizioni di volumi del Novecento letterario italiano che trovo nei cataloghi di molte librerie antiquarie leggo raro, molto raro, rarissimo o, addirittura, introvabile. Per la verità molti commentatori e collezionisti hanno già avuto modo di osservare quanto improprie siano queste diciture per volumi che hanno, al massimo, poco più di cento anni di vita, anche se certamente tale abitudine è sollecitata da appassionati, bibliofili e cultori del genere che sempre più spesso si chiedono e chiedono a specialisti e librai quanto rari siano i volumi che possiedono o che ricercano e, più frequentemente, quali siano i libri più rari del Novecento Italiano.

Condivido quanto diceva alcuni anni fa un collezionista eccellente come Elio Pagliarani rispondendo ad alcuni lettori che gli ponevano questa domanda, giudicata «un po’ futile e un po’ troppo da rotocalco, ma sfiziosa comunque»[1], e provo ad azzardare qualche risposta, anche se solo dopo avere fatto alcune precisazioni.

È vero che quasi sempre chi domanda quanto raro sia un particolare volume del Novecento si chiede poi, in ultima analisi, quale sia il valore commerciale del volume, o quanto debba prevedere di sborsare per un libro che magari sta cercando da anni e quindi compie più o meno consapevolmente l’equazione: libro prezioso uguale libro raro e viceversa. Ma, molto spesso, non è così. Ci sono libri che già quando escono dalle tipografie portano con sé il requisito del pregio, edizioni di lusso nate per collezionisti raffinati e spesso accompagnate da incisioni di artisti importanti che, non appena si esauriscono dal magazzino dell’editore, raggiungono prezzi da capogiro senza mai diventare effettivamente rari, e ci sono libri praticamente introvabili di autori di secondo piano che, quand’anche compaiano per caso su qualche catalogo, vengono quotati poche decine di euro.

In assoluto, la risposta alla domanda sui libri più rari del Novecento Italiano c’è, ed è conclusiva: i libri più rari del Novecento Italiano sono i tre libri-oggetto pubblicati da Emilio Villa e Gianni De Bernardi tra il 1961 e il 1963, in copia unica, a Roma, senza editore (per stampare una copia non c’è bisogno di un editore)[2]. Con una tiratura inferiore a una copia un libro non è più raro, semplicemente non esiste, è un libro-fantasma.

Bene, discorso chiuso? Ovviamente no. Non so quanto siano noti al pubblico questi tre volumi (volumi?), anche se sono regolarmente citati nelle bibliografie della poesia visuale e d’avanguardia, tuttavia ritengo che, anche qualora la loro esistenza fosse universalmente nota, l’interrogativo sui libri più rari del Novecento Italiano sarebbe comunque privo di una risposta.

Proviamo allora a restringere il campo d’indagine entro il quale effettuare la ricerca con alcuni postulati. Quando ci chiediamo quali sono i libri più rari e/o preziosi del Novecento Letterario Italiano, io credo che con rari dobbiamo intendere libri difficili da trovare sul mercato indipendentemente dal loro costo, con preziosi dobbiamo intendere libri che, per diverse ragioni, hanno dato un contributo significativo alla letteratura italiana di questo secolo, mentre con libri dobbiamo intendere oggetti nati e pubblicati prevalentemente come strumenti di lettura. Prevalentemente e non unicamente, perché spesso capita che in un libro testo e illustrazioni si armonizzino in modo tale che diventa difficile separarli e distinguere da cosa dipenda il suo valore.

Tali postulati ci consentono di escludere dai candidati, oltre ai volumi di Villa e De Bernardi sopra citati, anche volumi, magari rarissimi, pubblicati a proprie spese da scrittori sconosciuti, oppure scritti di autori affermati pubblicati in cartella con una suite di grafiche d’autore. Ma, purtroppo, ci obbligano anche a non considerare ‘libri’, volumi che da molti sono giudicati tra i più rari e preziosi del Novecento, come le lito-latte di Tullio D’Albisola e Marinetti[3] o il libro imbullonato di Depero[4]. Questi ultimi sembrano effettivamente essere libri a tutti gli effetti: dovrebbero essere conservati in biblioteca in mezzo ad altri libri (anche se c’è chi li tiene in una cassetta di sicurezza) e sono citati nelle bibliografie. Tuttavia, non credo si tratti prevalentemente di strumenti di lettura. La loro fortuna è legata prevalentemente al loro aspetto fisico, tanto coerente con la poetica futurista da farli diventare suoi simboli, parlano attraverso la loro forma, sono il libro che diventa opera d’arte, il ready-made di Duchamp, e in serie. E per questo, tra l’altro, sono venduti, oltre che dai librai, anche dalle gallerie d’arte. Ciò significa che, secondo una logica di classificazione, sono del tutto assimilabili ai volumi di Villa e De Bernardi citati all’inizio.

Mi rendo conto che sulle ragioni dell’esclusione dei tre libri (libri?) futuristi si potrebbe aprire una discussione infinita, ma io resto convinto che se i libri di Marinetti e D’Albisola fossero stampati su carta e il libro di Depero avesse una legatura in filo refe il loro valore, pur considerevole, sarebbe di molto inferiore. E, per la verità, c’è anche una controprova, visto che del volume di Tullio D’Albisola esiste anche una tiratura su carta legata con anelli a spirale, che vale circa un decimo di quella stampata su latta.

Infine, una considerazione generale. Quando parliamo di letteratura dobbiamo distinguere almeno quattro categorie: poesia, narrativa, saggistica e teatro. Tutti i librai e tutti i collezionisti sanno che, a parità di importanza, i libri di poesia sono tendenzialmente più ricercati di quelli di narrativa, ed entrambi sono molto più ambiti di quelli di saggistica e di teatro. Tra altre ragioni, alla base di questa ipotesi c’è la tesi secondo la quale i libri di poesia sono in genere più rari di quelli di narrativa. La tiratura iniziale, solitamente molto più ridotta per i primi, li rende fin dalla stampa più rari dei secondi. Tesi assolutamente inoppugnabile, che spesso regge anche alla prova dei fatti, ma non sempre verificata. Gli Ossi di Seppia[5] di Montale e Gli Indifferenti[6] di Moravia, per citare due monumenti del nostro Novecento, sono stati entrambi tirati in 1000 copie (anche se, forse, la tiratura degli Indifferenti è stata di 1300 copie), a quattro anni di distanza l’uno dall’altro, ma oggi è molto più difficile trovare sul mercato copie degli Indifferenti, nonostante il prezzo degli Ossi sia molto più alto. Ritengo che le ragioni per cui ciò avviene siano almeno due.

La prima di ordine generale, legata alle modalità di conservazione. Il libro di poesia una volta acquistato – o ricevuto per recensione – viene talvolta letto e, se considerato di qualità, conservato nella biblioteca dove di norma sopravvive per anni salvo alluvioni, bombardamenti o roghi. Infatti i libri di poesia, anche se rarissimi, sono quasi sempre intonsi, a parte gli strappi occasionali, le gore o le ingialliture della carta. I romanzi o le raccolte di racconti, al contrario, una volta acquistati e letti, vengono abitualmente riletti, prestati, donati, passano di mano in mano e spesso si estinguono per consunzione o perché non graditi all’ultimo lettore. È molto difficile trovarne di intonsi, a meno che non si tratti di fondi di magazzino, e, sovente, sono sepolti in mezzo a volumi di nessun valore.

La seconda è invece di circostanza, legata all’editore e alla distribuzione del volume. I volumi di Gobetti sono fin dalla fine del fascismo ricercati da collezionisti e appassionati come simboli dell’opposizione al regime e questo ne ha certamente favorito la loro conservazione. Certamente non si può dire la stessa cosa per quelli di Alpes, casa editrice di ispirazione popolare, legata al regime, distribuita capillarmente, i cui volumi sono ricercati solo da pochi anni e solo per qualche titolo. Non mi sembra assurdo supporre che, per tali ragioni, nel corso di questi tre quarti di secolo svariate copie degli Indifferenti siano andate perdute.

Quindi se è vero che i libri di poesia sono quasi sempre tirati in un numero di copie ridotto che spesso li rende rari, mi pare di poter dire che in molti casi la tiratura limitata è di per sé fattore che favorisce la conservazione del volume.

Mi rendo conto di avere già citato alcuni libri se non tra i più rari, certamente tra i più preziosi e significativi del Novecento Italiano, ma visto che, fin dall’inizio di questo scritto mi proponevo di provare a identificare quei volumi che, accanto al requisito del pregio e dell’importanza, avessero anche quello della rarità, proverò a stilare un breve elenco di qualche decina di libri il cui possesso, a mio parere, dovrebbe fare la gioia del collezionista accanito e l’orgoglio del libraio antiquario.

L’elenco è diviso in tre liste: i libri più rari, quelli più preziosi (anche se non particolarmente rari) e infine quei libri che hanno in sé il requisito del pregio insieme a quello di una relativa rarità. Naturalmente le liste si incrociano, ci sono libri presenti in una lista che potrebbero stare anche in una delle altre, ma tant’è.

A mio sindacabilissimo giudizio, un collezionista che li avesse tutti in biblioteca, potrebbe tranquillamente dedicare la sua attenzione a un altro argomento, mentre un libraio che compilasse un catalogo che li contiene tutti, potrebbe smettere da quel momento di fare cataloghi sul Novecento Letterario.

Sono esclusi le cartelle d’arte con grafiche originali, le conferenze (con una eccezione), gli estratti, gli spartiti, gli scritti tecnici, le edizioni per nozze, gli scritti postumi, i libri pubblicati all’estero, le riduzioni teatrali o cinematografiche. Esclusi i libri di autori ottocenteschi, anche se scritti nel Novecento, nonché i libri dell’Ottocento anche se scritti da autori novecenteschi (con una eccezione del 1899).

Di seguito presento un elenco ragionato dei libri che, a mio parere, possono essere considerati i più rari del Novecento. Sono libri di cui si è perduta ogni traccia oppure libri di cui, ad oggi, ho rintracciato un’unica copia. Mi rendo conto che la scelta è piuttosto aleatoria perché, oltre ai libri prescelti, ce ne sono almeno altrettanti di cui le copie rintracciate sono solo due o tre, ed è sufficiente che qualche libraio intraprendente ne scopra qualche copia per renderli meno rari di altri che invece qui sono stati esclusi. Ma un criterio con qualche elemento di oggettività doveva pur esserci…

LUCIO GAMBETTI
(Articolo Apparso sulla rivista Alai 1-2015.
Per gentile concessione di Alai – Associazione Librai Antiquari d’Italia)


Note

[1] Elio Pagliarani, nella rubrica Libri Rari, «Wimbledon», aprile, 1991.
[2] Emilio Villa – Gianni De Bernardi, Comizio. Libro a mano, Roma, 1961; Id., Tabula absphixoria. Libro di legno a mano, Roma, 1962; Id., Cècile sec-s-sile. Libro collage, Roma, 1963.
[3] Tullio D’Albissola, L’anguria lirica. Lito-latta. Roma, Edizioni Futuriste di Poesia, [1934]; Filippo Tommaso Marinetti, Parole in libertà futuriste tattili termiche olfattive. Lito-latta, Roma, Edizioni Futuriste di Poesia, 1932.
[4] Fortunato Depero, Depero Futurista, Milano, Dinamo Azari, 1927.
[5] Eugenio Montale, Ossi di seppia, Torino, Gobetti, 1925.
[6] Alberto Moravia, Gli indifferenti, Milano, Alpes, 1929.

Comments

    1. Buongiorno Stefano, l’articolo è un’introduzione. Poco alla volta, nella rubrica, stiamo pubblicando i libri segnalati da Lucio Gambetti.

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