La fortuna di lavorare nella Bompiani, che ho percepito fin dall’inizio, è stata, tra le altre, quella di aver ereditato il patrimonio letterario di Valentino Bompiani e dei suoi collaboratori, che è ancora oggi la colonna portante del catalogo Bompiani. In particolare penso ai Classici del Novecento, introdotti da Valentino Bompiani.

Ricordo una volta in cui mi ha raccontato di essere andato a fare visita all’editore francese Gaston Gallimard, non appena finita la guerra (vigeva la legge per cui era vietato pubblicare autori nemici durante la guerra). Valentino era riuscito comunque a passare l’embargo con vari escamotages con il Ministero di Cultura Popolare ed era tornato in Italia con in valigia nientepopodimeno che Albert Camus, André Gide e Antoine de Saint-Exupéry.

Lo stesso aveva fatto in America, perché durante la guerra, o anche prima, aveva importato degli autori che successivamente avrebbero vinto il Premio Nobel. Anche Gide lo vinse dopo. Comunque in America dove c’era la plutocrazia, nemica ancor prima di entrare in guerra, era andato per William Faulkner, il suo autore preferito, ma era già stato preso. Tornò comunque con nomi di un certo rilievo come, per esempio, John Steinbeck, James Cain, l’autore de Il postino suona sempre due volte, Erskine Caldwell ecc. E questi sono rimasti sempre nel catalogo Bompiani.

Valentino decise di affidare le traduzioni a nomi illustri della letteratura italiana contemporanea: Cesare Pavese, Guido Piovene, Alberto Moravia. L’unico problema, nonostante l’estrema bravura nella scrittura di questi autori, era la loro conoscenza approssimativa dell’inglese, perché l’inglese, soprattutto quello letterario, nasceva da radici diverse da quelle del parlato contemporaneo.

Possiamo dire che alla Bompiani abbiamo vissuto di rendita. Ma, da un certo punto, su alcuni titoli ci siamo posti la domanda: “È ancora leggibile questa traduzione?”. La risposta è stata no. Non solo, abbiamo anche scoperto che, per ragioni di censura, certe parti erano state tagliate. È il caso, per esempio, di Furore di Steinbeck. Innanzitutto Furore era stato importato con il pretesto di mostrare che anche negli Stati Uniti, nonostante la democrazia plutocratica, esistevano i morti di fame, gli sfollati, le banche fallivano e via dicendo. Una storia, tra l’altro attualissima. Abbiamo quindi abbiamo chiesto a un bravo traduttore, Sergio Claudio Perroni, di ritradurre il libro: ne è uscita una versione esmeplare, un quinto più lunga rispetto all’edizione precedente e che ne fa oggi uno dei Classici del Novecento più venduto del catalogo Bompiani.

Mario Andreose

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