Raffaele Crovi l’ho conosciuto. L’ho incrociato personalmente mi pare tre se non quattro volte, da ragazzo, ogni volta lui era a capo di qualche giuria e io andavo a prendermi qualche premietto letterario. Lui – negli ultimi anni della sua vita – rappresentava un superstite del Novecento, una figura da rispettare, ma anche un uomo di potere, secondo molti. Credo mi avesse preso bene, credo mi ben considerasse. Mi ricordo che a un premio Bevilacqua, con lui presente, raccontò che era andato da giovane a casa di Vittorini e gli aveva aperto Crovi. Comunque sia, non mi voglio addentrare troppo in questioni di geopolitica letteraria, sia stato – e sia – quel che sia, non m’importa. Solo prendo in mano questo UE Feltrinelli, la collana che com’è noto lanciò molti scrittori – una sorta di gettoni ancor più popolare e da battaglia, scrittori giovani, basso prezzo, alta tiratura. Qui uscì Carnevale a Milano. Era il 1959. Un racconto in stile a quegli anni, forse fin troppo pavesiano nei sintagmi e nei costrutti, ma certo leggibile e con una bella atmosfera. La foto di un giovanissimo Crovi, seduto su un muricciolo. L’impaginazione di Albe Steiner, un disegno di Masereel in copertina. Fra tutto, o nel tutto, c’è qualcosa che mi lega a questo libro, farei fatica a separarmene.

@Massimiliano Varnai

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