Wuz n. 10, dicembre 2002

Armando Audoli

Cara mamma, tuo Gabriele.

Lettere inedite di D’Annunziio

 

Non sembrava certo una di quelle sfingi fine secolo, quali Khnopff già dipingeva a Bruxelles, Luisa De Benedictis, madre e ispiratrice di Gabriele D’Annunzio, l’esagitato Lupetto della Maiella che a lei soltanto fu fedele senza riserve, fino all’ultimo respiro.
Carente di grazia estetica, ma dotata d’un forte carisma psichico, Luisa sapeva “chiudere alteramente in sé – parola dell’estatico poeta – quel che non può appartenere se non a lei sola”.
Ogni poeta, in quanto figlio dalla sensibilità esasperata, reagisce all’esubero castrante e meduseo dell’amore materno (specchio dell’avvolgente abbraccio vegetativo della natura rapace) con il rigurgito acido della propria virilità intellettuale, creativa: poi, se gli tocca in sorte il dono d’esser caro agli dei, può morire nel fiore della giovinezza, pallido Adone spirante, ricomponendo la perfezione ideale della Pietà cristiana; oppure, più prosaicamente, può sopravvivere a sé stesso, assistendo impotente al tragico spettacolo del declino biologico della madre, vera musa (vagheggiata pura e giovane per sempre) di un’arte troppo incandescente, pericolosa.
Il delicato e virginale Persio; il focoso Foscolo, greco come Diamantina; Baudelaire, sconvolto dalla gelosia per il militaresco patrigno Jacques Aupick; Oscar Wilde, che sublimò il matrizzare nelle proprie vertiginose eccenticità; l’aristocratico Marcel Proust, ansante adoratore dell’ebrea Jeanne Weil; Guido Gozzano, ossessionato dall’invecchiamento dell’invalida Diodata; il morbosamente casto Caraco e il suo canto funebre Post mortem; l’edipico Pier Paolo Pasolini; sono solo alcuni celebri esempi, una nobile cornice di poetico amor filiale, nella quale inquadrare la relazione di Gabriele D’Annunzio con la genitrice Luisa De Benedictis, così come emerge da un carteggio inedito di proprietà delle sorelle D’Annunzio, discendenti delle famiglie D’Annunzio e Flaiano. Tale carteggio, oltreché a solleticare la curiosità divagante dei bibliofili, si presta a cimentare lo studioso specialista in un esame più attento e approfondito, andando a infoltire la non poi così ponderosa mole superstite di corrispondenza dannunziana con la famiglia d’origine.
Si tratta d’un insieme di trentanove lettere autografe indirizzate dal Vate a donna Luisella, in un arco temporale teso fra il 1889 e il 1916, ossia fra l’epoca romano-abruzzese de Il piacere – il momento rovente di Barbara Leoni e degli estremi conflitti coniugali con la duchessina Maria Hardouin di Gallese, che da non molto, dopo Mario e Gabriellino, aveva partorito Veniero, il terzo e ultimo figlio, frutto probabilmente di una passione proibita (con il senatore Vincenzo Morello-Rastignac, col principe Maffeo Colonna Sciarra?) – e il periodo del poeta soldato, il periodo dell’eroismo ostentato e dei grandi voli, il periodo dell’ammaraggio presso Grado e della perdita dell’occhio destro, conseguenza d’un colpo alla tempia, preso battendo contro la mitragliatrice di prua durante la manovra. La corrispondenza è completata da una lettera di Luisa De Benedictis a Virginia Treves, da sette affettuose missive scritte alla medesima De Benedictis dalla nuora Maria Hardouin, e da una miscellanea di due cartoline, due dattiloscritti e nove lettere di D’Annunzio a diversi destinatari (fra i quali ricorrono l’avvocato di fiducia Teofilo D’Annunzio, che curò la successione della deludente eredità paterna, e il fratello minore Antonio), epistole vergate fra il 1884 (vi si legge il giubilante annuncio della nascita del primo figlio, Mario Felice) e il 1910, l’anno dell’innovativo Forse che sì forse che no.
Io, certo, non sono degno della tua immensa bontà, ma pure ti voglio tutto il mio bene. / Ti bacio i capelli, che Iddio conservi sempre neri e lucenti sul tuo capo adorato”: così Gabriele si congedava dalla madre in una lettera del maggio 1889, e così – da Milano, nel giugno 1901 – condivideva con lei l’angoscia dei debiti (iniziata precocemente intensa, fra il 1885 e il 1886, e culminata nella delirante tracimazione fin de siècle della Capponcina), vera e ossessiva costante d’un vivere inimitabile all’insegna dell’impellente necessità del superfluo, ritornello martellante per il corso dell’intero epistolario: “Non ti parlo di me e della mia tristezza, perché penso alla tua; e questo pensiero mi affligge più d’ogni altra cosa. / Avrò molto coraggio, e tu ne avrai anche; giacché hai sempre dimostrato tanta forza nel soffrire. / Pur nell’angoscia, un gran conforto mi viene dalla mia stessa volontà e dalla sicurezza del mio lavoro. Ho combattuto le ultime battaglie, e vedo ormai dinanzi a me il campo sgombro. Anche questa dura prova viene a temprarmi più fortemente. / Lavorerò, lavorerò; e verranno i giorni migliori che da tanto tempo speriamo, cara cara mamma. / Desidero indicibilmente di rivederti. Appena tutte queste tristi cose saranno definite, verrò alla vecchia casa, dove avrei certo dovuto e voluto ritornare più spesso ma dove almeno ho mandato qualche parola di luce, qualche consolazione per te, anima dolce, che meriti la felicità e non hai neppure la quiete!”.
Ecco l’idillio sofferente, l’inestinguibile frutto dell’immacolata concezione, l’archetipo della coppia antonomastica, ecco la Pietà di mitologica ascendenza: “Vedi – conferma Angela Tumini con lo studio D’Annunzio e Wilde – la figura della madre ne L’Innocente o nel Trionfo della Morte, modellata sulla figura stessa di Luisa D’Annunzio; Candia della Leonessa, ne La figlia di Jorio, la Magna Mater, rigeneratrice della stirpe e custode delle tradizioni; o perfino la madre di Pallura ne Gli Idolatri, che raffigura per un attimo l’immagine di Maria davanti al Cristo deposto dalla croce”.
Luisa De Benedictis, dunque: qualche pagina evocativa di Ermanno Amicucci (Piccolo mondo dannunziano, Roma, Voghera, 1914), qualche precisazione di Mario Giannantoni (La vita di Gabriele D’Annunzio, Milano, Mondadori, 1933), che Francesco Orestano riassunse e inserì nella compilazione Eroine, ispiratrici e donne di eccezione (Enciclopedia Biografica e Bibliografica “Italiana”, Milano, 1940), e poco altro prima degli approfondimenti di Franco di Tizio (D’Annunzio e Michetti. La verità sui loro rapporti, Casoli, Mario Ianeri Editore, 2002).
Luisa, nata nel 1838 a Ortona a Mare, non particolarmente colta né raffinata erede d’un casato signorile, sposò nel 1858 Francesco Paolo Rapagnetta, un colosso dello sperpero che – dopo esser stato adottato da Anna Lolli, sorella della madre Rita – aveva preso il cognome dal secondo, ricco marito della zia Anna, Antonio D’Annunzio. Francesco Paolo fece fare alla De Benedictis cinque figli: Anna, Gabriele, Elvira, Ernesta e Antonio. Rimasta vedova nel 1893, visse a Pescara e morì il 27 gennaio 1917, dopo un penoso – anche se relativamente breve – declino dovuto a un’arteriosclerosi acuita da ripetute ischemie cerebrali.
Gabriele, tornato rapidamente da Pescara a Roma, descrisse a Luigi Albertini le precarie condizioni di Luisa, in una bella lettera del 12 luglio 1915: “Mia madre la dolce, la buona, la gentile creatura, ch’era così piena di grazia e di nobilità – non è più se non una atroce ruina umana. Non può camminare e – cosa più orribile – non può più parlare!! Quella sua bocca dolorosa, da cui ho udito le parole più dure che siano scese in cuore di figlio, si apre in una specie di mugolìo incomprensibile, reso più tragico dalla espressione degli occhi, dai movimenti bruschi e convulsi delle mani. Ah, non ti so dire. Il cuore mi scoppiava prima di poter piangere […]”. Madre e figlio non si vedevano da cinque anni, dal lontano 21 marzo 1910, prima che il poeta partisse alla volta della Francia.
Appresa la notizia del decesso, D’Annunzio, impegnato militarmente, telegrafò subito e ottenne un giorno di posticipazione per il funerale, poiché desiderava portare la madre di persona alla sepoltura. Il 28 gennaio 1917, ancora febbricitante, partì per Pescara, e vi giunse con Gabriellino alle 3 di notte del 30 gennaio. Alle 10.40 di quello stesso giorno partecipò ai funerali in divisa da ufficiale, insieme a due figli, Mario e il giovane Gabriele; erano presenti, oltre alle sorelle Elvira ed Ernestina, anche i cognati Antonino Liberi, Nicolino De Marinis e Michele Luise. Il corteo interminabile percorse le vie centrali di Pescara, procedendo sotto un’incessante pioggia di fiori gettati dai balconi delle abitazioni “affollati – si legge in un articolo dell’epoca (I funerali della madre di d’Annunzio, su ‘L’Illustrazione Italiana’ dell’11 febbraio 1917) – da ogni classe di cittadini, tributanti così l’ultimo attestato di devozione verso una donna universalmente amata”.
Il lutto ebbe una vasta risonanza, centinaia furono i telegrammi tra i quali quello del Ministro dell’Interno e quello del generale Cadorna. Luisa De Benedictis fu seppellita al cimitero nuovo di Pescara, sulla collina di San Silvestro. “Drizzammo sopra il tumulo di zolle una rozza croce fatta con la costa maestra e col baglio di un nostro vecchio trabàccolo: una rozza e nera croce incatramata” (G. D’Annunzio, Notturno, Annot. VI).
“L’amore del Poeta per sua madre non ebbe mai diminuzioni – appunta Giannantoni –, anzi andò crescendo con gli anni sino a divenire un vero e proprio culto […]. Accanto a lei il Poeta sapeva ritrovare gli accenti più delicati della sua gentilezza e della sua ingenuità infantile; accosciato presso le sue gonne, rapito dalla silenziosa santità di lei, l’errabondo senza pace si sentiva eternamente fanciullo, puro e docile ‘come vien l’acqua al cavo della mano’. Ma il suo dèmone lo tenne sempre lontano da tanto affetto: lontano negli anni di collegio, lontano nella prima giovinezza quando con i suoi occhi azzurri, col suo sorriso puro e con i suoi riccioli passava sempre sorridente come un piccolo iddio fra i piaceri della Roma bizantina; lontano nel suo soggiorno a Napoli, lontano fra i colli e le marine della Toscana, lontanissimo in Francia, sul campo di battaglia. Ma sempre egli pensava alla madre lontana […]”.
In una lettera non datata del nostro carteggio, Gabriele riferiva con prudente cautela: “Cara Mamma, / ti scrivo due righe per avvertirti d’una cosa affinché, leggendo qualche giornale, tu non ti spaventi. / Per fortuna, non è accaduto nulla di grave. Maria, accomodando una tendina, è caduta dalla finestra sul marciapiede sottostante. Per miracolo, s’è fatta soltanto una lussazione non grave alla gamba sinistra. Non ci saranno conseguenze. Sta molto alta di spirito. Ti abbraccia teneramente e ti dice che verrà a passare la convalescenza a Pescara […]”. Emerge, nel momento di questa tragedia sfiorata e spacciata come incidente, un’altra grande figura femminile nella vita affettiva del poeta, assidua fra le righe delle inedite missive: quella della moglie Maria Hardouin (Roma, 30 gennaio 1864-Gardone Riviera 18 gennaio 1954). Ella, non solo satura di troppe miserie, delusioni e gelosie, ma pure subdolamente accusata dal marito di tollerare la corte del comune amico Vincenzo Morello, nonché oppressa dall’eccessiva rigidità di carattere del padre Giulio Hardouin, il 6 giugno 1890 si gettò da una delle finestre dell’appartamento romano di Via Piemonte 1, sconquassandosi – in realtà – tutta la gamba e la coscia sinistra, rompendosi il piede destro e riempiendosi ovunque di contusioni. “Il patetico gesto di Maria Hardouin – commenta Franco Di Tizio – è da collocare nel clima della crisi in cui versava il matrimonio. Nell’Innocente, iniziato dieci mesi dopo il grave episodio, D’Annunzio utilizzò sensazioni e situazioni di quei giorni. Tutti gli studiosi dannunziani sono concordi che Maria si sia gettata dalla finestra il 6 giugno sebbene il Guabello, nel libro Barbara la bella romana, affermi che l’episodio avvenne il giorno dopo”.
Alla circostanza del tentato suicidio di Maria – circostanza che la stessa Annamaria Andreoli ritiene ancora parzialmente oscura – potrebbe portare qualche contributo lo stato d’animo convulso della Hardouin, lampante nella più commovente delle lettere alla suocera appartenenti al corpus in questione, epistola datata “Parigi 4 ottobre 89”, otto mesi prima del fatto: “[…] Che vita! Non ne posso più! Se almeno Gabriele con gli anni che passano prendesse un po’ d’interesse ai figli e pensasse seriamente a noi! Potrebbe fare tanto e io sarei tanto felice di non dovere a mammà tutto quello che ogni minuto mi rinfaccia. Gabriele non è cattivo, parlagli ti prego, io mi sento desolata, forse egli non immagina che mia madre non vedendomi affatto curata da lui mi tortura in ogni maniera. Ho sofferto tanto ma temo di non aver più la forza, mi sento sfinita. Ho i nervi continuamente scossi e da tanti mesi ho un tremore interno che nessun rimedio mi calma. Alla vita non tengo per me ma pensa un poco se io mancassi che sarebbe dei miei bambini? Con chi resterebbero, non ho più famiglia e tu non potresti prenderli tutti!”. L’eloquenza di tale prostrazione psichica rende abissale la distanza, più emotiva che cronologica, dal romanticismo del primo incontro di Maria con l’Immaginifico, avvenuto il 5 febbraio 1883, e suggestivamente rievocato da Federico Roncoroni: “Il d’Annunzio aveva allora vent’anni e con la sua duchessina diede vita ad una delle ultime avventure romantiche dell’Ottocento. Aveva conosciuto la giovanissima Maria […] frequentando i salotti di Palazzo Altemps, di proprietà dei duchi di Gallese e se ne era subito innamorato. Quindi, una volta sicuro dell’amore della ragazza, aveva rapidamente bruciato le tappe, commettendo con lei quel ‘peccato di maggio’ di cui si affrettò a pubblicare la poetica ricostruzione sulla ‘Cronaca Bizantina’. Poi per vincere l’ostilità dei genitori di lei, non aveva esitato a rapirla, arrivando fino a Firenze, donde furono riportati a Roma dalla forza pubblica e, infine, nonostante l’opposizione del duca di Gallese, l’aveva sposata, nella cappella di palazzo Altemps, il 28 luglio 1883”. Naturalmente la passione, per quanto urgente, fu soltanto un aspetto di quel rocambolesco idillio bizantino, quasi oleografico, e l’incontenibile Gabriele – che sembra non disdegnasse nemmeno la suocera Natalia Lezzani, seconda moglie del duca – mise molta cura nel farsi pubblicità, dando il massimo rilievo mediatico alle sue vicende private, spingendo per lanciare l’invenzione spettacolare del proprio mito.
Un mito arrogante, costruito in modo sofisticato, con un’ambizione preziosa, estrema, superlativa; un mito all’insegna di un dandysmo superbo ed elitario, in lotta armata contro ogni forma di chiarezza e semplicità; un mito pagano per fede e cristiano per una certa inclinazione estetica, ma sempre prossimo alle oscurità oracolari del veggente, del profeta; un mito ancorato sul credo decadente della distinzione come eccellenza e separatezza. Il dandy – e D’Annunzio era più dandy che superuomo – ha la vocazione dell’eleganza, con la quale incarna nella sua persona l’idea platonica del bello. La sua personalità è artificiale. Il sé, dai netti contorni apollinei, è divenuto objet d’art. Il dandy è impermeabile allo psicologismo maturo, e il puro egocentrismo infantile è la scaturigine magnetica del suo fascino pervertitore. La malìa affabulatrice che promana, simile a una droga, dalla bocca menzognera del dandy – l’impareggiabile datore di estasi – è in stretta relazione con il suo scettico spregio della realtà: l’unica realtà possibile e accettabile è quella trascolorata negli ori e nei biancori delle parole scelte e speciose, delle note inaudite che il musico Gabriele – invero al pari di pochi altri – seppe vergare in partitura, accuratamente e narcisisticamente, con una grafia divenuta essa stessa icona, la scrittura istoriante anche le carte originali raccontate finora, e in margine alla quale Mario Praz ha chiosato: “Guardate le nostre calligrafie: c’è un momento della nostra giovinezza in cui l’onesta calligrafia appresa a scuola s’impenna, ha preso angoli arditi, e diventa bizzarra e insieme ricercata. È il momento dannunziano. Avevamo letto d’Annunzio, avevamo visto il suo autografo. Il nostro carattere lo riverberava”.