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SPECIALE VII CENTENARIO DANTE ALIGHIERI (1265-1321)

Postillati danteschi tra bibliofilia e storia

Le Dante Collections in America

di Natale Vacalebre

articolo tratto da e per gentile concessione di «la Biblioteca di via Senato», mensile di Bibliofilia e storia delle idee, (dicembre 2020)

Qualche anno fa un giovane scrittore bostoniano appassionato di letteratura italiana diede alle stampe il suo primo romanzo noir, ambientato tra le auguste mura della Harvard di metà Ottocento (Il circolo Dante, Milano, Rizzoli, 2005). Protagonisti di quella frizzante narrazione erano i fondatori del Dante Club, oggi noto ai più come Dante Society of America, impegnati nella risoluzione di una serie di delitti che ricalcavano le pene dei dannati nell’Inferno dantesco. A parte la notevole dose di suspense e l’intelligente inventiva, una delle qualità più vive del romanzo era quella di riuscire a ricreare quasi tangibilmente l’entusiasmo degli intellettuali che per primi riscoprirono e amarono l’opera di Dante in Nord America. A partire dagli anni Sessanta dell’Ottocento, una vera e propria ‘Dante mania’ investì la terra dello Zio Sam e il nuovo culto per l’Alighieri si concretizzò ben presto nella nascita dei moderni Dante Studies. Oltre a produrre le prime pubblicazioni d’oltreoceano relative al nostro poeta nazionale, gli studiosi e gli appassionati statunitensi furono anche creatori di alcune delle più imponenti collezioni bibliografiche dantesche del tempo. Insieme ai più recenti testi accademici sul tema, questi benefattori della cultura raccolsero nelle loro biblioteche (poi donate alle rispettive università) molti manoscritti e antichi stampati delle opere dell’Alighieri. Tali volumi furono oggetto di una vera e propria ossessione anche da parte di alcuni dei più grandi collezionisti nordamericani, i quali misero in atto campagne di acquisto colossali per creare dal nulla collezioni in grado di competere con le più antiche e celebri raccolte del Vecchio continente. Tuttavia, se magnati come John Pierpont Morgan ed Henry Walters raccolsero nelle loro biblioteche-museo un gran numero di manoscritti e stampati rari provenienti da oltreatlantico, i ben più coscienziosi studiosi e accademici americani misero in piedi raccolte librarie di eccezionale pregio intellettuale, sebbene di non particolare prestigio bibliofilo. L’enorme valore storico e culturale di queste raccolte risiedeva soprattutto nella volontà dei fondatori di raccogliere per le biblioteche della propria istituzione accademica anche quei volumi che, per le loro caratteristiche materiali, non incontravano i gusti dei bibliofili del tempo. Di fatto, ancor oggi, le collezioni dantesche delle università statunitensi possiedono non solo manoscritti e stampati esteticamente impeccabili, spesse volte lavati per riportare all’antico candore le pagine ‘insozzate’ dai segni del tempo, ma anche manufatti ‘poveri’, in molti casi adornati da quelle postille e annotazioni manoscritte aborrite dai più raffinati collezionisti otto-novecenteschi ma che per gli studiosi odierni sono più preziose dei diamanti orientali.

La prima grande raccolta dantesca statunitense fu quella creata presso l’università di Harvard nel 1890 da Charles Eliot Norton, fondatore della suddetta Dante Society of America. Ciononostante, quella che da sempre viene considerata la più prestigiosa Dante Collection del tempo fu senza dubbio quella fondata da Willard Fiske (1831-1904), professore di lingue nordiche della Cornell University, ateneo immerso tra le montagne dello stato di New York. Nel 1892, lo studioso decise di investire parte della cospicua eredità della sua defunta consorte, la filantropa Jennie McGraw, nell’acquisto di antiche edizioni a stampa delle opere di Dante. A Firenze, dove allora risiedeva, Fiske iniziò una serrata caccia alle rarità dantesche, che in meno di sei anni avrebbe dato origine alla ricchissima Fiske Dante Collection della Cornell University. In quello stesso periodo, la University of Pennsylvania di Philadelphia ricevette in lascito dall’ex alunno Francis Campbell Macauley la sua prestigiosa biblioteca di letteratura italiana, costituita tra il 1864 e il 1896, data della morte del benefattore. Gli oltre 5.500 volumi donati da Macauley, provenienti dalle vetrine di famosi librai antiquari europei, come pure da librerie di seconda mano, comprendevano manoscritti, incunaboli ed edizioni antiche delle opere dei maggiori autori della nostra letteratura, con uno speciale interesse per Dante e Tasso. Qualche anno più tardi, in Indiana, il sacerdote John A. Zahm diede origine alla Dante Collection della University of Notre Dame, di cui egli era a quel tempo prorettore. Tra il 1896 e il 1906 il religioso raccolse un gran numero di antichi stampati danteschi, frutto di una solida campagna di acquisti culminata con l’acquisizione, nel 1902, della collezione del dantista e bibliofilo marchigiano Giulio Acquaticci. Queste e altre raccolte dantesche nordamericane costituiscono oggi vere e proprie miniere sia per gli studiosi di storia letteraria, sia per gli specialisti delle discipline del libro e della cultura scritta. I fondi librari di questi istituti conservano infatti ancor oggi tesori straordinari che, come profetizzava anni fa il grande Giuseppe Billanovich, aspettano solo di essere ricercati e scoperti. Prova di ciò è il fatto che, proprio in tempi recentissimi, da alcuni di questi pozzi di conoscenza siano riemerse due preziose gemme della nostra storia letteraria, appartenute, rispettivamente, ai già citati Francis Campbell Macauley e Willard Fiske.

Negli anni Settanta dell’Ottocento, il gentleman di Philadelphia si trovava a Venezia, in una delle sue piacevoli peregrinazioni per i lidi italici. Un giorno, entrando in una libreria di second’ordine a Rialto, gestita dall’ex rivoluzionario triestino Giovanni Orlandini, si ritrovò tra le mani una piccola edizione cinquecentesca del Convivio (L’Amoroso Convivio, Venezia, Melchiorre Sessa, 1531) piena di sottolineature e nervose annotazioni marginali. Sfogliando il volumetto, incappò in una nota secentesca vergata sul primo foglio di guardia, la quale recitava: «Fu postillato dal Tasso nel 1578». Pur non avendone la certezza, è facile immaginare la reazione di giubilo dell’incredulo viaggiatore nello stringere tra le dita quella che per lui rappresentava una vera e propria reliquia letteraria: un testo del poeta che lui venerava annotato dall’altro autore che aveva conquistato il suo spirito romantico. Senza starci a pensare (e probabilmente senza nemmeno trattare sul prezzo), Macauley acquistò il libretto, portandolo con sé nella natia Pennsylvania. Ciò che, nel suo entusiasmo di bibliofilo, il nuovo proprietario ignorava era la storia genuinamente straordinaria che stava dietro a quel piccolo manufatto. Quella copia del trattato dantesco era stata infatti letta e postillata dall’autore della Liberata a Pesaro, nella casa del segretario ducale Giulio Giordani, in seguito alla sua rocambolesca fuga dalla corte ferrarese di Alfonso II d’Este. Dopo varie vicende ereditarie, il libro era passato nelle mani di Costanza Monti Perticari, figlia del poeta Vincenzo Monti. La colta nobildonna cedette il postillato all’illustre genitore quando egli stava preparando, assieme al marchese Gian Giacomo Trivulzio e a Giovanni Antonio Maggi, la sua edizione critica dell’opera dell’Alighieri (Convito di Dante Alighieri ridotto a lezione migliore, Milano, Pogliani, 1826). In seguito alla morte di Monti, la sua biblioteca – e con essa il postillato tassiano – fu ereditata dalla consorte Teresa Pichler, la quale aveva fatto escludere la figlia dal testamento del poeta in seguito alla campagna diffamatoria di cui la giovane era stata vittima dopo la scomparsa del di lei coniuge Giulio Perticari. Anni dopo, Costanza riuscì a entrare in possesso dell’eredità paterna, ivi compresa la ricca biblioteca con il suo prezioso cadeau tassiano. La storia del nostro postillato si interrompe, purtroppo, in seguito alla morte di Costanza (1840), quando tutti i suoi beni passarono alla parente più prossima, cioè la zia materna Caterina Pichler Gibellini. Donna poco colta, inverosimilmente venale e interessata unicamente a lucrare sugli oggetti e i manoscritti appartenuti al defunto cognato, Caterina scelse di sbarazzarsi di tutti i volumi della nipote considerati di poco valore. Nel 1841 la donna vendette la raccolta della famiglia Monti al libraio ferrarese Domenico Taddei, il quale, nel maggio di quell’anno, organizzò una grande vendita al dettaglio della prestigiosa collezione. Per circa trent’anni, dunque, il postillato tassiano viaggiò nel nebuloso mare del mercato librario italiano, fino ad approdare sugli scaffali della libreria veneziana di Orlandini e quindi su quelli della biblioteca della University of Pennsylvania, dove, come prima accennato, confluirono tutti i volumi danteschi della collezione Macauley. Il libretto riposò silenziosamente nei depositi dell’ateneo statunitense per più di centoventi anni, fino al suo recente ritrovamento avvenuto alla fine del 2018, in seguito al quale è stato possibile offrire il primo studio critico delle postille tassiane al Convivio.

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