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SPECIALE METAFISICA DELLA BIBLIOTECA

I LIBRI DI UN PADRE, I LIBRI DI UN FIGLIO

Le biblioteche Michelstaedter

di Marco Menato

articolo tratto da e per gentile concessione di «la Biblioteca di via Senato», mensile di Bibliofilia e storia delle idee, (novembre 2019)

Carlo Michelstaedter (1887-1910) è noto per un’unica opera La persuasione e la rettorica, nata come tesi di laurea in letteratura greca (il titolo stabilito dal relatore era I concetti di persuasione e rettorica in Platone e in Aristotele), ma che non fu mai discussa all’Istituto di studi superiori di Firenze per il suicidio dell’autore. Probabilmente il relatore, il professor Girolamo Vitelli, non fece in tempo a leggere l’elaborato, che dal punto di vista delle regole universitarie avrebbe certamente rifiutato. La scelta di Carlo consegna quindi alla storia un’originale opera filosofica e non una banale e ‘retorica’ tesi universitaria, quale sarebbe dovuta diventare. Un’opera dirompente (anche per il linguaggio) che nella sua asistematicità inaugura e prefigura il secolo breve, il Novecento, e che ebbe la ventura già nel 1913 di essere pubblicata da Formíggini, per l’interessamento primario di due compagni di corso, Vladimiro Arangio Ruiz e Gaetano Chiavacci, poi da Sansoni (1958) e infine da Adelphi (1982) con la curatela di Sergio Campailla. Dopo la Persuasione, fu la volta di altri scritti, al confronto tutti minori: lettere, saggi scolastici, raccontini, dialoghi, poesie, produzione grafica e pittorica, nella quale Carlo si dimostra comunque ben informato sugli sviluppi dell’arte contemporanea (la conferma viene appunto dalla presenza nella sua biblioteca di un paio di aggiornate monografie artistiche). La bibliografia di e su Michelstaedter è strabordante, se si parte dalla considerazione che è pur sempre un ventitrenne vissuto in una piccola e isolata città del grande impero asburgico: Gorizia. Scrive Campailla: «filosofia, poesia, teatro, pittura non sono separati, ma affluenti nello stesso corso d’acqua. Per questo Michelstaedter non sta nelle maglie dei generi letterari e delle discipline istituzionali e rilancia in un altrove». Dal primo necrologio scritto di getto da Giovanni Papini alla notizia del suicidio si sono aggiunte fino a oggi migliaia di pagine critiche, in molte lingue, difficilmente controllabili e l’interesse non è destinato a scemare (prova ne sono, per esempio, le tesi di laurea continuamente discusse e le visite al sito internet dedicato). «Isolato e inclassificabile, Michelstaedter pone, alla vigilia della prima guerra mondiale, domande decisive e ancora eluse nel nostro tempo ed è destinato a diventare, e ormai già è, un’icona della condizione giovanile in rivolta». L’inaspettata scoperta della sua biblioteca, unita a quella del padre Alberto, ha contribuito a mantenere alto il mito di Carlo, un giovane che non muore mai…

Duecentosettantuno unità, tra libri, opuscoli e dodici frammentarie testate periodiche, sono quello che resta della biblioteca di Alberto Michelstädter (1850-1929) e di Carlo Michelstaedter, padre e figlio, separati oltre che da una diversa visione della vita anche da una diversa trascrizione del cognome, modificato da Carlo durante il periodo universitario a Firenze in modo da adattarlo alla pronuncia italiana. Sono stati ritrovati dal libraio antiquario Simone Volpato all’interno della biblioteca di Cesare Pagnini (1899-1989), storico e politico triestino, da lui acquistata nel febbraio 2013. Non è tuttavia l’unico fondo raccolto da Pagnini, c’erano per esempio anche libri già appartenuti a Svevo e a Saba come libraio oltre alla collezione di giornali triestini, utile per la compilazione della sua bibliografia I giornali di Trieste dalle origini al 1959 (Milano, SPI, 1959). I volumi sono contrassegnati da un timbro circolare a inchiostro nero (diametro 2,5 cm.) con la scritta «A. MICHLSTÄDTER – GORIZIA -», quindi con il cognome nella forma originale. Sessantacinque volumi recavano, inoltre, sul piatto anteriore una piccola etichetta dattiloscritta in rosso «CARLO MICH.» (probabile opera della libreria Saba per distinguere con certezza i libri di Carlo da quelli del padre Alberto), mentre sul frontespizio o sulla copertina la sigla «CM» o la firma «C. MICHELSTAEDTER» manoscritta con inchiostro nero in forma corsiva o epigrafica attestava la sicura appartenenza a Carlo. Sulla quarta di copertina della maggior parte dei volumi è presente il timbro lineare «LIBRERIA UMBERTO SABA / Via S. Nicolò 30 – TRIESTE», in una decina di casi (limitati ai libri di Carlo) quello tondo, piccolo e decisamente più aggraziato, con la dicitura «Libreria Antica e Moderna V. S. Nicolò 30 Trieste», disegnato da Virgilio Giotti e impiegato come logo della libreria.

Quella del timbro di Alberto non è una questione da poco, dato che – essendo l’elemento maggiormente visibile – ha subito decretato l’importanza della biblioteca. Il timbro non è conosciuto, o almeno non è presente nel ricco fondo Michelstaedter della Biblioteca statale isontina. Fabrizio Meroi, dell’Università di Trento, mi ha segnalato che il medesimo timbro è stato apposto sulla lettera inviata da Alberto Michelstädter il 23 febbraio 1913 all’editore Formíggini di Modena riguardante la pubblicazione delle opere del figlio Carlo (archivio Formíggini della Biblioteca Estense di Modena). A questo punto è certo che il timbro apparteneva ed era usato da Alberto, il quale quindi è il responsabile della timbratura dei libri suoi e del figlio, in un momento importante della vita e per l’età avanzata e per i primi interessamenti all’opera filosofica del figlio tragicamente scomparso (il primo figlio, Gino, era morto suicida a New York il 14 febbraio 1909, anche se in famiglia si era sempre parlato di un incidente).

Tra i libri, anche il catalogo di vendita n. 123 (aprile 1951) della Libreria Saba insieme a una sgualcita lettera dattiloscritta, senza data, firmata da Saba, nella veste di libraio:

Egregio Avvocato

nell’inviarle il nuovo catalogo le consiglio questi titoli: 580, 592, 600, 605, 629, 643-646, 682, 699 (ma ho perplessità sul contenuto … la persona?), 730, 779 (ma bisogna vedere cosa intende fare PINCHERLE [Bruno Pincherle, pediatra e collezionista di Stendhal]), 828, 892 (ottimo esemplare).
La collezione di libretti teatrali che ha visto in negozio le interessa (aggiungerei anche Da Ponte in legatura di seta) ancora perché non mancano i clienti che la prenderebbero (diecimila lire in tre rate?).
Tengo presenti i suoi desiderata sui giornali, su De Giuliani e Rossetti. Cambiando secolo e materia ho avuto da poco la possibilità di entrare in possesso di una biblioteca goriziana di uno scrittore-filosofo (lo conobbi a Firenze anni anni addietro) che mi pare molto interessante. Siccome il prezzo richiesto è alto, io mi attivo se Lei è interessato (se passa in Libreria le spiego la tragica storia sua e della sua famiglia, simile alla mia). Con i conti, Carletto mi dice, che tutto è in ordine: fossero così solerti i bibliofili-mangiatori di libri!
Suo Saba.

[continua]

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