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Biblioteche

I falsi malatestiani del marchese giacobino

Un mistero svelato

di Piero Meldini

articolo tratto da e per gentile concessione di «la Biblioteca di via Senato», mensile di Bibliofilia e storia delle idee, (novembre 2020)

Il primo maggio 1899 da Sotheby, a Londra, andò in asta, con altri centosettantasei manoscritti di varie epoche, un minuscolo codice membranaceo in ebraico composto da centocinquantuno carte. Era ornato da ventotto miniature, di cui due a piena pagina, e sfoggiava una vistosa legatura in legno ebanizzato e intarsiato con osso e madreperla. Contrastava con le ridotte dimensioni (mm. 115×75) un contenuto di incomparabile importanza: il codice, datato Avignone 1338 e commissionato dal cardinale Gozio Battagli per farne omaggio a Galeotto Malatesta, signore di Rimini, comprendeva infatti un’opera sconosciuta e autografa del famoso medico e filosofo ebreo Maimonide, intitolata La guida della gente di Israele, ed era miniato nientemeno che da «Zioto da Fiorenza», e cioè da Giotto in persona e da un suo fidato scolaro.

Tutto questo si apprendeva dalla lettera dedicatoria di Gozio a Galeotto (cc. 140 v.- 138 r.), che in un improbabile volgare del XIV secolo, e in una scrittura trecentesca non meno improbabile, così recita:

Al mio padrone e signore Galeotto de’ Malatesti, padrone di Rimini e vicario permanente della Santa Chiesa Cattolica nella città di Cesena. Fra gli altri ricordi ho voluto spedire alla mia città natale di Rimini, in aggiunta, questo piccolo libro. Si dà il caso che qui in Avignone vi siano due grandi uomini, uno grande per la sua cultura e l’altro assai eccellente in pittura. Ho perciò ordinato al primo di scrivere in lingua rabbinica il libro chiamato La guida della gente di Israele. È stato scritto con ogni possibile diligenza da quel grande uomo e scrittore il cui vero nome è Aramban l’ebreo, nato nella nostra città di Rimini. È andato successivamente alla scuola di Gerusalemme e da allora è chiamato il Dotto dei Dotti. Ha ora la carica di Primo Rabbino nella città di Firenze e gode della più grande reputazione. Inoltre ho fatto in modo che questo piccolo libro fosse illustrato dal tanto famoso uomo, di eccezionale merito e pittore unico, che è Giotto di Firenze, insieme al suo allievo più dotato. Come Vostra Eccellenza può constatare, l’ha illustrato in conformità al testo. Mando questo libro perché anche questo appartenga a Vostra Signoria. Possa Vostra [Signoria] conservarlo nella sua biblioteca di Rimini.1

 

La c. 138 r.  contiene le ultime righe della lettera:

Perdonerà se le do tanto incomodo di questa piciola memoria bensì factta rivedere con il permiso de Pontifice e soctto scripto da lui. Dio lo guardia et lo conservi in sancta Pacce e me mi soctoscrivo de quanto ho scripto.

Cardinale P(ater) Gotio Battaglia.

Le attribuzioni della dedica – autore, titolo, miniatore, donatore e destinatario – erano accettate integralmente dal catalogo di Sotheby.2 E sì che qualche perplessità avrebbero pur dovuto farla sorgere. Tralasciando la bizzarra idea, da parte di un cardinale di Santa Romana Chiesa, di donare a un signore romagnolo di cui si ignorano gli interessi letterari un’opera in ebraico, lingua verosimilmente per lui incomprensibile, c’era parecchio altro nella lettera che non tornava, a cominciare dal fatto che «Aramban» o Ramban – acronimo di Rabbi Moses ben Maimon, e cioè Maimonide, il filosofo che si era proposto di conciliare Aristotele con la Bibbia – non era nato a Rimini, ma a Cordova, non era mai stato Gran Rabbino di Firenze né mai aveva soggiornato ad Avignone (anzi, non era mai vissuto né in Italia né in Francia) e soprattutto era morto in un sobborgo del Cairo il 13 dicembre del 1204, ossia centotrentaquattro anni prima del 1338, data della lettera dedicatoria. Si aggiunga che quando Gozio fu fatto cardinale, Giotto era scomparso da due anni. Lascia interdetti anche il «permiso de Pontifice» finale, vale a dire la licentia legendi et retinendi hoc librum di papa Benedetto XII (c. 136 v.), dal momento che l’Index e le relative ‘patenti di lettura’ saranno introdotte dal Concilio di Trento.

La lettera e il suo contenuto (con l’eccezione, chissà perché, della paternità giottesca delle miniature) non saranno messi in discussione neppure dal bibliografo Seymour de Ricci (1881-1942), che nel I volume del suo Census of Medieval and Renaissance Manuscripts in the United States and Canada3 (1935) catalogherà il codice come Guide of the people of Israel di «Ramban (Nahmanides)», scritta ad Avignone nel 1338.

Fu proprio la scheda di de Ricci ad attirare l’attenzione (e, immagino, a destare i sospetti), nel 1940, dell’illustre storico dell’arte e iconologo Erwin Panofsky (1892-1968). A quella data il codice faceva parte della collezione del banchiere e filantropo di Baltimora Robert Garrett (1875-1961), che lo aveva acquistato nel 1900 dal libraio parigino Damascène Morgand (l’intera raccolta Garrett, forte di diecimila manoscritti, sarà poi donata nel 1942 all’Università di Princeton).

Panofsky – che aveva ottenuto da Garrett di potere studiare il codice a suo agio all’Institute for Advanced Study di Princeton, dove insegnava – nel 1941, nel IV volume del «Journal of the Walters Art Gallery», pubblicò il saggio Giotto and Maimonides in Avignon,4 dove dimostrava, a conclusione di un meticoloso quanto brillante lavoro di detection, che la sedicente Guida di Maimonide miniata da Giotto doveva essere considerata «una delle più curiose mistificazioni della storia».

Il codice, contrariamente a quanto afferma la lettera dedicatoria, non è infatti un trattato filosofico né una summa di insegnamenti morali, ma un compendio delle pratiche liturgiche che scandiscono e accompagnano la vita dell’ebreo devoto dalla culla alla tomba, come anche le miniature puntualmente illustrano, nonché, da c. 73 in poi, uno zibaldone di preghiere, benedizioni, amuleti, salmi scelti e citazioni varie.

Né Maimonide né Giotto, va da sé, hanno alcunché a che vedere con questo manoscritto,5 opera redatta in Italia Settentrionale da immigrati ashkenaziti e databile alla fine del XV secolo. Quanto alle miniature, il cui stile Panofsky definisce «semplice e talvolta ingenuamente divertente», sono attribuite dallo studioso a un artista «norditaliano con influenze umbro-fiorentine che ricorda la scuola di Ferrara»: un artista probabilmente cristiano e certamente non anteriore al 1480, come provavano i costumi, il «puro stile rinascimentale dei mobili e delle architetture» e il «pieno controllo della prospettiva nei paesaggi e negli interni».

Cardine del saggio di Panofsky è l’incontrovertibile dimostrazione che la lettera dedicatoria del sedicente cardinale Gozio Battagli, così come il singolare nihil obstat di papa Benedetto XII, il rozzo stemma dei Battagli dipinto a piena pagina a c. 137 v., la legatura ‘alla certosina’ con le armi dei Battagli e dei Malatesta, e altri interventi di minor conto, sono «falsi patenti» di un ignoto contraffattore del XVIII secolo. Un uomo «laborioso e fantasioso», a detta di Panofsky, con una modesta infarinatura di cose ebraiche (gli era nota l’esistenza di Maimonide e anche che aveva scritto un’opera intitolata La guida dei perplessi, a cui La guida della gente di Israele fa il verso), ma tutt’altro che digiuno di vicende riminesi.

Sapeva, il falsario, che il giureconsulto Gozio Battagli (circa 1270-1348), consacrato vescovo nel 1336, era stato nominato vicario di Benedetto XII nel 1338 ed elevato alla porpora nel medesimo anno; sapeva che in quegli stessi anni era signore di Rimini, insieme al fratello Malatesta III ‘Guastafamiglia’, Galeotto Malatesta (circa 1300-1385), col quale Gozio doveva pur essere in rapporti; sapeva che Gozio aveva mantenuto un saldo legame con la sua città natale, dove aveva fondato e dotato liberalmente alcune cappelle: una, nella cattedrale, intitolata a santa Prisca; un’altra, nella chiesa di sant’Agnese, dedicata a santo Stefano protomartire; e una terza, intitolata a Maria, nella chiesa dei frati minori. Qui, come disponeva il suo testamento, saranno tumulati i suoi resti, provenienti da Avignone. Era probabilmente a conoscenza, infine, anche della tradizione locale, per altro senza fondamento, secondo cui la cappella di santa Prisca era stata affrescata da Giotto.

Fu proprio la familiarità con la storia riminese e la conoscenza di figure dopo tutto non universalmente note quali Gozio Battagli e Galeotto Malatesta a far concludere a Panofsky che la falsificazione del codice doveva essere stata concepita e realizzata a Rimini o nei suoi dintorni. L’ipotesi era rafforzata dal timbro, a c. 1 v. e 151 v., del convento dei minori conventuali di Montescudo, fondato nel 1319 e soppresso e demaniato dal governo cisalpino. Proprio là, in quel «luogo appartato», Panofsky fantasticava che fosse stata «perpetrata la mistificazione». A che scopo? Non per frodare qualche collezionista ingenuo ed entusiasta, ma a maggior gloria della patria riminese, per onorare la quale erano stati arruolati un cardinale e un signore di quella città, un papa, un importante filosofo ebreo e un celeberrimo pittore fiorentino.

[continua]

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