Novecento

Giorgio Manganelli: letteratura e artificio

Prime edizioni e paratesti d’autore

di Antonio Castronuovo

articolo tratto da e per gentile concessione di «la Biblioteca di via Senato», mensile di Bibliofilia e storia delle idee, (gennaio 2021)

Si prospettano varie cause per cui un talento letterario può non sbocciare mai; basti pensare al fatto che – per ragioni economiche o sociali – un’intelligenza creativa può restare affogata nell’ombra senza mai acquisire i mezzi per cominciare a scrivere. Nel caso di Giorgio Manganelli accadde l’esatto contrario: un certo evento impedì che ‘non’ diventasse lo scrittore che conosciamo. Essendo entrato nella Resistenza nel 1944 e diventato presidente di una sezione emiliana del Comitato di Liberazione Nazionale, fu catturato e condannato a morte nel marzo del 1945. Ed ecco il fato – o caso che dir si voglia – che si presenta nelle sembianze più inattese: l’ufficiale cui era toccato il compito di fucilarlo, vattelapesca per quale ragione, invece di sparare gli assestò un colpo alla testa col manico del mitra. Risparmiò la vita a lui, gli creò non pochi problemi di natura psicologica, ma alla fine ha donato a noi uno degli scrittori di stile più originale che abbia avuto la seconda metà del Novecento. E di quello stile Manganelli diede prova nelle proprie pagine, ma anche in sedi eterodosse, il che in certo modo ha agito nel moltiplicare – anche se di poco – il valore delle sue prime edizioni. Ecco il perché.

Dalla Hilarotragoedia uscita da Feltrinelli nel 1964 all’Antologia privata edita da Rizzoli nel 1989, ventidue furono i libri che Manganelli (1922-1990) vide pubblicati in vita, comprese le ristampe di alcuni titoli. E quasi tutte queste edizioni – pur collocate in anni diciamo così ‘recenti’ – sono a pieno titolo prime edizioni del Novecento, e come tali qualcuno già le colleziona, con un vantaggio in più rispetto a chi raccoglie altri autori del secolo scorso: che le prime edizioni del ‘Manga’ non sono soltanto oggetti-libro da collocare in bella fila sullo scaffale. No: sono anche supporti su cui l’autore esercitò il talento di scrittura, impossessandosi degli spazi nodali per i paratesti: le quarte di copertina, i risvolti e, in un caso, un segnalibro, elemento effimero quanto e forse più delle fascette editoriali. Sono tutti scritti instabili e vacillanti, e per varie ragioni: non solo per la perdita, a volte, delle sovraccoperte, anche per certe operazioni di rilegatura che ne cancellano traccia e in quanto testi scomparsi dalle ulteriori edizioni delle singole opere.

Va anche notato che la scelta manganelliana è di quelle forti: non è dato svagarsi a chi redige testi che finiscono su un risvolto o una quarta di copertina, lo spazio che appare non appena si ribalta il libro e si va a curiosare di dietro: è il testo che si legge direttamente in libreria e se non funziona, se non riesce a convincere del contenuto in maniera nitida e sintetica, il libro verrà riposto. E invece Manganelli non rispetta queste regole e dai suoi paratesti emerge una macchinosa sconclusione. Ne discende che avere prime edizioni che conservano questi testi, come parti inalienate di un libro, significa avere qualcosa che vale un po’ più di una semplice edizione senza paratesti d’autore.

Nel caso di Manganelli si può affermare che fortunato è il collezionista che trova l’edizione feltrinelliana (1964) di Hilarotragoedia – primo libro del nostro – dotata del segnalibro autografo, quello su cui appunto appare un testo non firmato, ma scaturito dalla penna di Manganelli. Lo assumo come guida per questo articolo e ne cito alcune parti, utili a capire la ragione per cui, grazie a queste scritture vacillanti, le prime edizioni del ‘Manga’ acquistano valore. Va anche notato che il paratesto è ‘compresso’ nel segnalibro e, se estratto, acquista l’ariosità di vero testo, alle cui parole non dovremo però credere, essendo beffardamente mendaci. Rammentato che Hilarotragoedia è una meditazione per nulla consolatoria, un monologo sull’insensatezza del vivere, il paratesto si snoda come maliziosa e simulatoria strategia ironica, per cui l’opera null’altro sarebbe che «un trattatello, un manualetto teorico-pratico; e, come tale, ben si sarebbe schierato a fianco di un Dizionarietto del vinattiere di Borgogna, e di un Manuale del floricultore: testi, nati da lunga e affettuosa frequentazione della materia, compilati con diligente pietas da studiosi di provincia, socievoli misantropi, mitemente fanatici e astratti; e segretamente dedicati alle anime fraterne». Tuttavia, «non senza peritosa compunzione, si additano qui taluni modesti pregi del volumetto, che forse lo differenziano da altri consimili trattati, anche i più solenni». Segue l’elenco di tali modesti pregi nella forma di una «maneggevole classificazione delle angosce» e di «inclusione nel discorso di cervi e amebe, a sottolineare il carattere più che semplicemente umanistico dell’impostazione».

Inevitabile notare che la scrittura di Manganelli – dissimulatrice, deprezzante, ironica – è già qui intera, non solo nel libro che leggeremo, anche e forse più nel segnalibro che ne apre i giochi. Anche se chiedersi in che modo questi dati possano essere efficaci per la comprensione del testo resta questione ineffabile. Emerge invece esuberante il senso della foto dell’autore in sciarpa e cappello collocata in copertina, una foto che egli non amò mai, giudicandola sinistra e infausta, qualcosa che poteva soltanto fruttargli la qualifica di iellatore.

La vicenda della prima opera di Manganelli è strettamente correlata alla biografia: affetto da disturbi psicologici, aveva iniziato un percorso di psicoterapia con Ernst Bernhard, il noto analista di scuola junghiana. E fu proprio da appunti presi nell’epoca delle sedute di terapia che sorsero le prime bozze di Hilarotragoedia, testo destinato a un incessante lavorio, tale per cui sono residuate almeno cinque stesure dattiloscritte, con parecchie correzioni. L’opera vide la luce solo al superamento dei rapporti problematici con la madre, scomparsa nel 1964. Una rete di fragilità e necessità interiori segnò il destino dello scrittore: l’uscita dell’opera e la contemporanea adesione al Gruppo 63 lo proiettarono tra gli esponenti di primo piano della neoavanguardia e gli diedero notorietà nel mondo letterario.

[continua]

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