Grafica

Fuoco nero su fuoco bianco

I libri di Francesco Parisi

di Edoardo Fontana

articolo tratto da e per gentile concessione di «la Biblioteca di via Senato», mensile di Bibliofilia e storia delle idee, (gennaio 2021)

Nel 1945 Arturo Martini pubblicava a Venezia, in pochissime copie e dopo una sofferta gestazione, la raccolta di pensieri La scultura lingua morta. Per la sua stesura aveva dapprima coinvolto alcuni giornalisti ma, insoddisfatto del risultato, decise in ultimo di scrivere da solo il testo e di farlo stampare privatamente. Era la disincantata accettazione dell’inammissibilità per la scultura di esprimersi attraverso la semplice plasticità della materia, la verosimiglianza del marmo, del bronzo, del legno, del gesso, della terracotta. La scultura che per secoli era stata arte colta ma anche linguaggio diretto, ‘volgare’ come l’idioma di Dante usato per la Commedia, lontano quindi dagli intellettualismi stereotipati delle lingue classiche, diveniva incapace di rappresentare l’epoca in cui egli viveva. Francesco Parisi non sceglie a caso questo titolo provocatorio – Xilografia lingua morta – per il suo testo più polemico, quasi intuendo come la fine a cui Martini alludeva non fosse quella, sola, della scultura ma di un’arte dilaniata dalla dimenticanza della propria storia, della propria identità. L’astrazione «è un comodo rifugio, senza senso né sesso», «è vile, comoda. Tutti i falliti sono astrattisti», la disfatta dell’arte, ormai preda solo di assurdità «onanistiche» come sosteneva Martini, è ribadita ora nelle controverse considerazioni dello xilografo romano. Attraverso l’analisi dello stato attuale della xilografia, «la più negletta tra le più neglette» tecniche artistiche, Parisi critica l’arte, cosiddetta, contemporanea: daterà una dedica «novembre 1914» a sancire inconsciamente la sua appartenenza a un mondo ormai concluso e affermando di aver scelto di rinchiudersi «in uno studio di Anticoli Corrado alla ricerca di quella atmosfera ormai quasi del tutto dimenticata dell’antico borgo laziale, epigono italiano della Künstlerkolonie di Darmstadt, arruolando amici con la stessa visione radicale dell’arte».

 

La

 

disillusione è di chi, ancora giovane, dopo aver incontrato gli irraggiungibili fogli, per padronanza tecnica, degli artisti che operarono a cavallo tra Ottocento e Novecento, e convinto d’aver trovato una propria via, si ridesta constatando che è inattuabile vivere di xilografia.

Esattamente come capitò ad Arturo Martini quando, finita l’epoca dei ricchi incarichi di regime che gli avevano permesso di affermare la novità della sua statuaria, si era trovato nell’impossibilità di continuare con nuove opere, anche Francesco Parisi scopre il limite dell’incisione nella mancanza di committenze, di autonomia economica; per concludere che l’incisione su legno di testa con la dispendiosa fatica del risparmiare ai bulini pochi grafismi su campiture bianche, senza alcuna visibilità e senza possibilità di essere intesa se non da un pubblico di teorici specialisti, è puro autolesionismo; che fare xilografia nel XXI secolo è nient’altro che intimo «odio di sé».

Francesco Parisi, nato a Roma nel 1972, dopo la laurea in Accademia, vive a New York, Parigi, Firenze. Tornato definitivamente nella sua città unisce l’attività di docente presso l’Accademia di Macerata a quella di curatore di mostre e cataloghi che si occupano d’arte al volgere dell’Ottocento.

Con la sua capacità tecnica porta all’estremo le possibilità della xilografia, linguaggio attraverso il quale da anni propone forse «l’unica avanguardia oggi possibile», traducendola in immagini, sensuali, elusive, sospese in un paesaggio atemporale, scabro e immobile. «Italy continues to produce numbers of conservative printmakers working in styles that many would regard as retardataire. One of these is the painter and art historian, Francesco Parisi». Con queste parole Martin Hopkins presentava l’artista romano sulle pagine della celebre rivista «Print Quarterly» nel 2008. Francesco Parisi era definito l’anno successivo «con ogni probabilità, […] il migliore xilografo operante attualmente in Italia; il più raffinato e sofisticato» e, sebbene siano passati più di dieci anni, l’affermazione resta attuale in luce degli sviluppi tecnici e della sua maturazione che l’excursus sui libri che ha illustrato e ideato rende evidente. Parisi incide il legno di testa in una evoluzione che lo ha condotto, dalle prime xilografie che hanno una struttura compositiva che richiama quella di Duilio Cambellotti – sul quale ha curato numerose pubblicazioni – dove il legno risparmiato a tracciare i grafismi si perde nell’abbacinante biancore della carta, e nel ductus di Adolfo De Carolis, fino agli ultimi lavori di cui presto diremo: qui il segno si fa sempre più ossessivo nella resa di un disegno complesso che sfocia nelle finezze della xilografia vittoriana, fuggendo però la rigidezza della traduzione professionale.

Il bulino di Parisi tracciando anatomie e paesaggi senza mai una incertezza è figlio della suggestione pervasiva esercitata dalla linearità neo-rinascimentale dello spesso citato De Carolis e degli xilografi inglesi Charles Ricketts e Charles Shannon, suggestione, però, non dimentica del «mito dei poeti e degli artisti visionari incomparabilmente torreggianti nella loro unicità, William Blake in primis e i suoi epigoni moderni, Austin Osman Spare, Frederick Carter, Josef Vachal» che hanno «contribuito a definire l’immaginifico mondo di Francesco Parisi». A partire da una delle prime sperimentazioni nel campo del libro d’artista con Nero Dominus (2002) il cui titolo si rifà alle poesie contenute nella raccolta Neronis domini fragmenta selecta del controverso scrittore Alfred Schuler, uno dei membri del cenacolo fondato da Stefan George, la Cosmische Runde di Monaco. Il libro contiene, oltre a tre xilografie monocrome, due camaïeu e svolge il tema dionisiaco suggerito da Schuler, antirazionalista, convinto di essere la reincarnazione di un patrizio romano dell’epoca di Nerone e scivola nel mito precristiano, corrotto nella sua perfezione dall’avvento delle religioni rivelate, l’ebraismo e il cristianesimo. Parisi che spesso poi sceglierà un commento se non ortodosso di certo molto vicino all’ebraismo, qui in uno dei suoi primi lavori subisce il fascino di Nerone, non l’incendiario assassino ma l’uomo solo sopraffatto dalla propria singolarità.

[continua]

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