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Storie

Cronache di un maldestro attentato

Il ferimento Luigi XV nella stampa italiana del ’700

di Giovanni Biancardi

articolo tratto da e per gentile concessione di «la Biblioteca di via Senato», mensile di Bibliofilia e storia delle idee, (novembre 2020)

L’anno 1757 si aprì con un fatto che scosse profondamente i sudditi di Luigi XV. Il 5 gennaio, sul far della sera, il re di Francia scese nel cortile di Versailles per montare in carrozza e raggiungere il più intimo soggiorno del Trianon, dove intendeva trascorrere l’Epifania. Ma Robert-François Damiens (1715-1757), un irrequieto domestico originario di Arras, nell’Artois, si fece largo tra i non pochi cortigiani, raggiunse il re e gli si avventò contro. Impugnava un coltello e riuscì a infliggere un colpo al fianco del sovrano, prima di essere immobilizzato dalle guardie.

I vestiti del re – assai pesanti e ben spessi, per la rigida stagione – non consentirono alla lama di raggiungere organi vitali. E l’arma non risultò avvelenata. Luigi, quindi, se la cavò in fretta: la lieve ferita, in pochi giorni, rimarginò perfettamente.

Tutt’altra sorte toccò invece all’attentatore. Arrestato, fu interrogato, torturato a più riprese e infine processato dal Parlamento di Parigi, che volle ribadire – con assoluta fermezza – uno dei principi fondanti dell’ancien régime: la figura del re era inviolabile, perché ‘sacra’, per volontà divina. E come François Ravaillac – l’assassino di re Enrico IV – Damiens fu condannato a morte. Il supplizio che ebbe a subire fu atroce, a dir poco. Ma non è questo, ancora, il momento di parlarne.

Un grande cantore delle umane miserie ci ha ricordato che una notizia di un certo peso, per diffondersi, ‘non ha bisogno di alcun giornale’. E la voce dell’attentato a Luigi XV, in effetti, si sparse rapidamente, di bocca in bocca. Ma è altrettanto vero che una vicenda, per quanto clamorosa, necessita dell’inchiostro, per resistere alla forza impietosa del tempo, e le gesta del maldestro attentatore ne fecero versar molto. Pierre Guillaume Simon, tipografo del Parlamento parigino, allestì subito un estratto della sentenza, per poi procedere alla pubblicazione integrale degli atti del processo. Gli altri stampatori, in più città del regno, lo seguirono a ruota. Presero allora a circolare vari resoconti della sciagurata impresa, profili biografici dell’attentatore, relazioni – via via più exacte – su come era stato messo a morte, nel mentre librai e colporteurs si impegnarono a offrire, spesso su rozzi fogli volanti, sempre nuovi ritratti di Damiens, di rado somiglianti e perlopiù volti a raffigurarlo come un inquietante personaggio solitario, dallo sguardo losco, armato di pugnale. Per tutto il 1757, insomma, un vero e proprio sciame di pubblicazioni invase la Francia e ben presto ne varcò i confini.

La notizia, perciò, giunse anche in Italia e produsse grande sconcerto, ma anche un diffuso bisogno di conoscere quanto era effettivamente successo, prontamente soddisfatto da un discreto numero di pubblicazioni nostrane.

A poche settimane dagli eventi, si cominciò col tradurre i passaggi più significativi de L’arrest de la Cour de Parlement e una Vera e distinta relazione della sentenza pronunciata dal Parlamento di Francia uscì a Roma, rendendo noto, anche ai sudditi di papa Benedetto XIV, che François-Robert Damiens era stato condannato:

a dar la soddisfazione dovuta avanti alla porta principale della Chiesa [di Nostra Signora] di Parigi, ove egli sarà menato e condotto su una barella nudo in camicia, con una torcia accesa in mano, del peso di due libbre; ed ivi, in ginocchioni, dire e dichiarare, che maliziosamente e proditoriamente egli ha commesso il detto iniquissimo, abominevolissimo, e detestabilissimo Parricidio, e ferito il Re d’un colpo di coltello nel destro lato, del che si pente, e domanda perdono a Dio, al Re, e alla Giustizia. Ciò fatto, ordina, che sia menato e condotto sulla detta barella nella Piazza di Greve, e sopra un Palco, ch’ivi si troverà innalzato, tenagliato nelle mammelle, braccia, coscie, e polpe delle gambe; la sua mano diritta, che tenga il coltello, con cui ha commesso il suddetto Parricidio, sia bruciata a fuoco di solfo, e su i luoghi tenagliati si getti piombo liquefatto, olio bollente, pece ardente, cera e solfo squagliati assieme, e consecutivamente sia il di lui corpo tirato, e squartato a quattro Cavalli, e tanto i membri, che l’intiero corpo, bruciati, ridotti in cenere, e le ceneri sparse al vento.

 

La Vera e distinta Relazione terminava con un breve cenno all’esecuzione di questa terribile sentenza, limitandosi a rammentare che Damiens dette sul patibolo «segni suficienti da far credere, che moriva contrito di tutte le sue colpe». A Torino, perciò, il tipografo Giovanni Battista Fontana ritenne opportuno stampare un opuscolo di quattro pagine, intitolato Dell’esecuzione della sentenza seguita li 28 marzo 1757 nella città di Parigi contro Roberto Francesco Damiens debitamente accusato e convinto del delitto di Parricidio da lui commesso nella persona del Re di Francia. Ma fu Lucca a offrire, nel 1757, la più ricca messe di notizie sull’accaduto. Nella città toscana, allora libera repubblica, Jacopo Giusti iniziò coll’allestire un rapido ma efficace profilo biografico di Damiens, che culminava in una raccapricciante descrizione della sua orribile fine. Lo squartamento del poveraccio risultò un’operazione ben più laboriosa del previsto:

Essendo stati attaccati i cavalli, i tratti furono replicati per lungo tempo, con gridi spaventevoli del paziente: l’allungamento delle membra fu incredibile […] Il Medico e il Chirurgo attestarono a i Signori Commessarj, ch’era quasi impossibile di operare lo smembramento, se non si facilitava l’azion de’ cavalli, tagliando i nervi principali, che ben potevano prodigiosamente allungarsi, ma non già essere senz’amputazione separati. I Signori Commessarj fecero dar ordine all’esecutore di far questo taglio, tanto più che s’avvicinava la notte, e parve lor convenevole che fosse terminato prima il supplizio. In conseguenza di quest’ordine, nelle congiunture delle braccia e delle cosce furon tagliati i nervi al paziente, e si fece allor tirare a i cavalli. Dopo molte scosse vidersi staccare una coscia ed un braccio. Damiens riguardò ancora questa dolorosa separazione: parve conservare la cognizione fin dopo le due cosce ed un braccio staccati dal tronco; allo strappamento dell’ultimo braccio spirò.

[continua]

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