Fondato nel 1995 con l’intento di promuovere il libro antico in rete, Maremagnum.com è, ad oggi, il più importante sito italiano per la ricerca di libri antichi, usati, introvabili e fuori catalogo. Il nostro obiettivo è farti trovare quello che pensi sia introvabile! Su Maremagnum.com hai la possibilità di effettuare una ricerca tra oltre 10 milioni di libri, stampe, fumetti, periodici, autografi e tanto altro ancora. Amore per il libro e sete di conoscenza sono gli ingredienti con i quali lavoriamo tutti i giorni.

SPECIALE METAFISICA DELLA BIBLIOTECA

BIBLIOTECHE PRIVATE E LIBRI PRESTATI

«ac Amicorum»

di Ugo Rozzo

articolo tratto da e per gentile concessione di «la Biblioteca di via Senato», mensile di Bibliofilia e storia delle idee, (novembre 2019)

Il 13 febbraio 1489 usciva a Basilea un’importante edizione in folio del De civitate Dei di sant’Agostino, curata da Thomas Waleys e Nicolaus Trivet, stampata da Johann Amerbach; l’opera venne poi riproposta a Venezia in data 18 febbraio 1489 (ma 1490) da Bartolomeo Locatelli per conto di Ottaviano Scoto. Nel verso della prima carta della stampa veneziana c’è una bella e animata silografia (190×155 mm), con in alto sant’Agostino che scrive nel suo studio, in basso le due città, quella celeste e quella infernale. È la rielaborazione ‘umanistica’ dell’identica scena gotica del volume di Basilea.

 

L’esemplare dell’edizione Scoto posseduto dalla Biblioteca Arcivescovile di Udine reca sulla prima carta con l’occhietto (parzialmente mutila) questa nota di possesso: «Ber[nar]dini Fregonei Notarii Spilimb[er]gen. ac Amicorum. Emptus L. 8 s. 10 1503».

Dunque, il notaio Bernardino Fregona, che nel 1470 era già cancelliere del luogotenente di Udine, all’inizio del Cinquecento possedeva una biblioteca, dove aveva raccolto anche costosi volumi di Padri della Chiesa, che poi metteva a disposizione degli amici, secondo la prassi segnalata da una collaudata formula. Era un costume di ampia e partecipata circolazione dei libri personali, che durò a lungo in Antico regime, come dimostra l’aggiunta della disponibilità in tanti bellissimi ex libris stampati a partire dal secolo XVI; una dichiarazione del tutto inimmaginabile e anzi censurata ai nostri giorni, in quanto autolesionistica.

Allora, nella nascente ‘repubblica delle lettere’, spesso le raccolte private funzionavano quasi come ‘circoli di lettura’. Indubbiamente il costo dei libri, ma anche un sincero desiderio di condividere la conoscenza, portava a mettere generosamente a disposizione degli amici, ma talvolta anche di studiosi ignoti, quanto si possedeva. Era lo stesso spirito che aveva spinto tanti umanisti del Tre-Quattrocento a scambiarsi codici antichi e testi, talvolta sconosciuti, appena ritrovati, stigmatizzando come bibliomaniache le gelosie possessive di qualche arricchito e parvenu della cultura.

Portrait of Francesco Petrarca (Arezzo, 1304 – Arqua, 1374), Italian writer and poet. Painting by the Italian school, 16th century. [Innsbruck, Schloss Ambras (Castle), Kunsthistorisches Museum Habsburger Portratgalerie (Portrait Gallery)] [11254198]
È quanto leggiamo in alcune famose pagine del Petrarca, col quale di fatto rinascevano le biblioteche private in Europa. Petrarca, che ironizza sull’incultura di certi nobili, «uomini di un solo libro», dichiara di essere afflitto da «una inexplebilis cupiditas»; la sola incontenibile brama era il non potersi saziare di libri: «libris satiari nequeo». Per questo incaricava gli amici di trovare nuovi titoli per incrementare la propria grande biblioteca. Lo documenta la famosa lettera, scritta da Valchiusa nel 1346, al frate domenicano Giovanni Anchiseo (da Incisa): «E sì che ne possiedo un numero probabilmente superiore al necessario; ma succede anche coi libri come con le altre cose: la fortuna nel cercarli è sprone a una maggiore avidità di possederne».

 

Però, il poeta sa distinguere tra due forme di ‘vizio’; nello stesso testo accusa in modo aspro, i collezionisti gelosi: «Già, perché vi sono di quelli che vanno accumulando libri come altri oggetti qualsiasi, non per desiderio di adoperarli, ma per cupidigia di possederli e non tanto per avere qualcosa che fortifichi l’ingegno, quanto piuttosto ornamenti per la sala da ricevimento».

Petrarca riprenderà la sua polemica nel De remediis utriusque fortunae, steso negli anni 1354-1366, dove c’è un memorabile capitolo dedicato al «De librorum copia»; a proposito dei molti, tanti, tantissimi, innumerevoli libri posseduti, sviluppa una delle più coerenti e articolate negazioni della bibliomania, riprendendo precedenti famosi, in particolare gli interventi di Seneca.

Seneca, nel IX capitolo del De tranquillitate animae (50/60 d.C.), sferzava la mania (nimia cupido) dei ricchi, vecchi e nuovi, di riempirsi la casa di libri mai o mal letti, che facevano bella mostra di sé nelle sale da convito in scaffali fino al soffitto: «che motivo hai di giustificare un uomo che va a caccia di librerie di cedro e d’avorio, che cerca collezioni di autori ignoti o mediocri, sbadiglia tra tante migliaia di libri e si compiace soprattutto del frontespizio e del titolo dei volumi? […] oggi, oltre le sale da bagno e le terme, si tiene ben curata una biblioteca come ornamento necessario della casa. Giustificherei senz’altro tale mania, se fosse dovuta al troppo amore per lo studio: invece codeste opere di sacri ingegni, ricercate e ordinate coi ritratti dei loro autori, si raccolgono per la bellezza e l’eleganza delle pareti».

Il filosofo proponeva invece, anche in questo campo, un ideale di ‘moderazione’ e di consapevolezza: «Bisogna restringere lo spazio, perché i dardi cadano nel vuoto. Così la spesa per gli studi, che è la più nobile, è ragionevole nei limiti in cui è moderata. A che tanti libri, tante biblioteche, i cui cataloghi il padrone riesce sì e no a leggere in una vita intera?». E sulla necessità di dedicarsi a pochi scelti autori, invece di vagabondare senza meta attraverso molti, insiste anche nelle sue lettere pedagogiche a Lucilio: «Troppi libri producono dissipazione: pertanto, poiché non puoi leggere tutti i libri che ti sarebbe possibile avere, ti basta avere quelli che puoi leggere».

Millequattrocento anni dopo Seneca, Giovanni Andrea Bussi, vescovo di Aleria (Corsica) e collaboratore dei prototipografi romani Sweynheym e Pannartz, nel 1468 dichiarava che finalmente, con l’invenzione della stampa, «anche i più poveri possono con poco denaro procurarsi una biblioteca», lui stesso però, già nel 1470, esortava i suoi contemporanei a non considerare i ‘nuovi’ libri tipografici un bene da tesaurizzare e nascondere nella propria casa, senza neanche aprirli.

Invece, qualche decennio dopo il 1503 dal quale siamo partiti, pressanti ragioni ideologiche e sinceri aneliti proselitistici trasformeranno tante piccole collezioni di testi religiosi, che possiamo definire ‘biblioteche proibite’, in vere e proprie biblioteche circolanti. Ad esempio, dagli atti del processo inquisitoriale del 1558 contro il sarto cividalese Floreano Filippi, per la sua copia della Confessio Augustana risultano almeno tre letture esterne in sequenza; e probabilmente ci furono altri prestiti, sia prima sia dopo questa serie, dato che all’epoca il gruppo di simpatizzanti luterani di Cividale del Friuli contava almeno una quindicina di membri.

 

Tutto ciò anche per dire che sicuramente allora c’erano meno libri, ma circolavano senz’altro di più rispetto a oggi e quasi sempre il proprietario non ne era l’unico utente. Senza dimenticare le letture ad alta voce davanti a un pubblico più o meno ampio di ascoltatori (magari non alfabetizzati), come capitava non solo per i romanzi cavallereschi o per certi novellieri. Per altro genere di opere sappiamo della lettura comunitaria di san Paolo e di altri testi religiosi all’interno di certi gruppi eterodossi.

Non a caso, qualche tempo fa, mi è sembrato utile proporre l’idea di una tiratura temporanea, a indicare appunto come il numero delle copie di un’opera, avesse una componente virtuale in funzione dei frequenti prestiti.

[continua]

Clicca su Continua per leggere l’intero articolo


BOX

Abbonamento a «la Biblioteca di via Senato»
mensile di bibliofilia e storia delle idee
Italia: 50 euro, annuale (undici numeri) – Estero: 60 euro, annuale (undici numeri)
Il pagamento può essere effettuato tramite bonifico bancario, sul conto corrente: IT67G0760101600001031448721
intestato a: Fondazione Biblioteca di via Senato
Una volta effettuato il pagamento comunicare i propri dati, comprensivi di indirizzo e codice fiscale, a: segreteria@bibliotecadiviasenato.it

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *