Wuz n. 2, marzo-aprile 2006

 

Hilarius Moosbrugger

 

Bruno Schulz

due libri, un mito

 

 

 

" Uno gnomo, un uomo minuscolo, macrocefalo, troppo spaurito per avere il coraggio di esistere, un espulso dalla vita, uno che si defila sempre alla periferia dell’ esistenza ".
Questo,  nelle parole di Witold Gombrowicz, è il ritratto di Bruno Schulz. Suo amico, brutto mentre lui era bello, ebreo quando lui era nobile, tanto nascosto quanto lui era preminente, uno ben più importante e geniale di lui.

Schulz è nato pittore, ha dipinto, disegnato e insegnato disegno tutta la vita. A metà  del cammino si è messo anche a scrivere e nella scrittura ha trovato un terreno più ricco, con più possibilità  per il suo genio. E’ diventato uno scrittore-pittore, forse il maggiore del Novecento, all’ opposto dei tanti pittori-scrittori.
"I miei inizi come disegnatore si perdono in una nebbia mitologica, ancora non parlavo e già  costellavo fogli e margini di giornale di scarabocchi, si trattava invariabilmente di carrozze e cavalli….alla domanda se nei miei disegni si manifestino gli stessi temi della mia prosa risponderei affermativamente, si tratta di aspetti diversi di una medesima realtà ….la tecnica del disegno impone limiti più stretti della prosa, per questo ritengo di esprimermi più pienamente nella scrittura". (1)

Se si vuole esplorare la motivazione profonda che è all’ origine sia dei disegni che dei racconti, la chiave è data da Schulz stesso quando usa la parola ‘mito’, e la usa spesso, in vari testi.
Il mito, dice, è alla radice delle persone, e per mito si intendono le prime impressioni, gli incontri, i luoghi, i colori, i suoni che ci colpiscono fin da bambini. Noi li riceviamo e li incameriamo. Alcuni li ripescano dai ripostigli segreti e li usano come ispirazione. Altri li lasciano addormentati. Nessuno può perderli.
Le impressioni diventano mito, i miti diventano storie. Possono essere raccontate – nei casi di maggior sensibilità  debbono essere raccontate – o con la pittura o con le parole. Per Schulz con tutte e due, anche se il risultato più alto lo ha raggiunto scrivendo.

Bruno Schulz nacque a Drohobycz, Galizia orientale oggi Ucraina, il 12 luglio 1892, terzo figlio di Jakub e di Henrietta Hendel Kuhmarker. Il nome che gli venne dato, Bruno, corrispondeva al nome ebreo Ber, quello del nonno materno. Il padre era mercante di stoffe e possedeva un negozio, cui sovrastava l’ insegna Henrietta Schulz, incorporato nella stessa casa in cui viveva la famiglia.
La cittadina di Drohobycz, luogo di nascita, crescita, maturità  e morte di Bruno, s’ era trasformata ai primi del Novecento a causa dello sviluppo petrolifero della regione. La società  pure era cambiata e gli Schulz si erano trovati ai margini della nuova affluente classe di trafficanti e industriali che la città  aveva attratto.
La lingua madre era il polacco, ma in famiglia tutti parlavano anche tedesco.

Bruno crebbe ragazzino precoce, fragile di salute, ottimo studente al ginnasio-liceo. Nel 1910 si iscrisse al politecnico di Lwow ad architettura, ma già  il primo anno una polmonite e disturbi al cuore lo costrinsero a interrompere gli studi e a tornare a casa.
Nel 1914 scoppiò la prima guerra mondiale e Drohobycz si trovò in prima linea sul fronte orientale. In un bombardamento la casa-negozio degli Schulz bruciò, il padre morì in due mesi, Bruno si ritirò con la madre presso la sorella, vedova e nevrotica.
Nonostante questo quadro desolato, Bruno, dopo la fine della guerra, passò sei anni in relativa pace. Disegnava, leggeva molto, aveva trovato rifugio nella libreria di un amico di scuola, Emanuel Pilpel. Fu un periodo di maturazione e di incubazione creativa, soprattutto pittorica. Nacquero allora i primi disegni de Il libro idolatrico. Era il 1920. Per svariati anni a venire Schulz lavorò alla raccolta, sempre curandola e man mano crescendola.

Nel 1924 Bruno ottenne l’ incarico di maestro di disegno al liceo locale. La sua vita apparente si radicò nell’ impiego e nel luogo, entrambi immutati sino alla fine. La sua vita nascosta si svolgeva parallela, dipingendo e scrivendo.
La prima persona che conobbe gli inizi letterari di Schulz fu un’ amica dei tempi del politecnico, Debora Vogel. Le lettere di Bruno a lei contenevano splendenti frammenti di prosa. Erano l’ embrione di Le botteghe color cannella. Le lettere sono andate perdute, privandoci delle vera nascita dei suoi ricordi-racconti.

Un’ altra donna però, la scrittrice Sofia Nalkowska, fu il tramite che permise l’ uscita in libro di Le botteghe nel 1934. E una terza figura femminile, Jòzefina Szelìnska, – Schulz come vedremo idoleggiava l’ atteggiamento masochistico nei confronti delle donne, ma non mancava di seduttività  – si legò a lui nel 1933, diventando sua fidanzata e sperando di potersi accasare a Varsavia in una vita più autonoma e intraprendente. Bruno non riuscì né a staccarsi dalla famiglia, né a lasciare la città  natale. Nel 1937 il rapporto con Jòzefina finì, lei non resistendo alle incertezze e dubbi permanenti di lui. In quello stesso anno Schulz pubblicava Il sanatorio all’ insegna della clessidra. Era conosciuto ormai, tra critici e scrittori polacchi come Witkiewicz o Witold Gombrowicz, gruppo ristretto ma geniale. E, benchè persona dalla vita fisicamente isolata, intellettualmente non lo era affatto. Corrispondeva con molti, leggeva e conosceva la letteratura europea, ne parlava e scriveva.

Gli ultimi suoi anni furono un’ altalena tra pericolo e sopravvivenza. Con l’ avvento della seconda guerra mondiale Drohobycz fu occupata dai russi nel ’39, poi dai nazisti nel ’41, per ritornare sotto ai russi alla fine della guerra. Schulz si adattò a tutti i regimi pur di sopravvivere. Ci riuscì offrendo disegni, perfino affreschi, ai potenti occupanti. Nel 1942 era ufficiosamente protetto, in realtà  quasi schiavo di un ufficiale della Gestapo, Felix Landau, che si vantava di avere ai suoi ordini un vero artista. Un secondo ufficiale della Gestapo, Karl Gunther, forse per gelosia gli sparò il 19 novembre. Schulz fu sepolto in fretta, la tomba sparì e non rimase traccia di lui.

Di Schulz restano disegni, due raccolte di racconti, lettere, alcuni studi critici. In tutto quattro o cinque volumi. Eppure è ancora, e sempre di più, un autore principe del Novecento europeo.
Il libro idolatrico (Xiega Balwochwalcza) non è nato libro, benchè la parola xiega in polacco antico evochi quasi il concetto di libro primigenio. E’ un insieme di stampe, messe a punto tra il 1920 e il 1924. Il fatto che fossero stampe è la ragione della loro sopravvivenza : "Il metodo che uso è complicato. Non è un’ incisione, è chiamato cliché-verre. Si disegna con uno stilo su una superficie di vetro coperta di gelatina nera. Il risultato è una sorta di negativo che viene poi ricopiato su carta fotosensibile, sviluppato, fissato e lavato proprio come fosse pellicola". (2)
Schulz preparava diverse copie di ciascuna tiratura, le inc
orniciava in speciali passe-partout di stoffa fatti a mano e le affidava ad amici sicuri. Grazie a questa dispersione volontaria la guerra ne ha risparmiate alcune. Sia lo stile espressivo che i soggetti trattati rispondono tutti all’ idea di "idolatria", la venerazione della Donna Ideale da parte dell’ uomo schiavo, totalmente sottomesso. Si sostiene e si dimostra che la sofferenza provata dall’ uomo "prostrato", "nanizzato", "animalizzato" non solo non uccide l’ amore, ma lo nutre e lo esalta.

Il mondo pittorico di Schulz sembra molto distante da quello dei racconti. E in apparenza lo è. Da una parte la rappresentazione della potenza femminile, il fascino dei feticci – il piede, le scarpe di donna, le calze di seta, le carrozze e i cavalli dei primissimi disegni – dall’ altra i ricordi della casa-negozio, le sensazioni dell’ infanzia, il padre figura massima.
Eppure il legame tra i due mondi è ben presente. Sta nella metaforizzazione del trattamento, nella scelta della metafora come linguaggio, più realistico nei disegni, totalmente fantastico nei racconti.
Il gusto di sottomettersi risponde certamente a una tendenza intima di Schulz ("Ha un carattere forte -diceva di una sua allieva- speriamo che diventi crudele") ma è anche l’ espressione di uno dei suoi miti : la soggezione, l’ umiliazione necessaria per accostarsi all’ oggetto della creatività . La ‘donna’ è la materia della creazione, attraverso il sacrificio l’ artista la conosce, la venera e, soprattuttto, la trasforma in arte, cosa che lei stessa non saprebbe fare. Da qui la giustificazione dell’ idolatria, il riscatto dalla schiavitù, perfino la rivalsa, nei confronti della femminilità .Si sono fatti molti accostamenti per i disegni di Schulz. Si è parlato degli espressionisti viennesi e tedeschi, di Kubin, Felicien Rops, Munch, perfino Goya.
Il gioco degli accostamenti viene fatto sempre volentieri. Soddisfa chi lo fa, non è così importante per l’ autore considerato. Certo ci sono i precedenti e le fonti, ma l’ artista li elabora tutti e li trasforma senza dipendenze.

Se si passa dai disegni alla prosa di Schulz, si fa un salto. All’ insù di molti livelli. Lo si è già  letto nelle sue parole, si sentiva legato nel disegno, totalmente espressivo scrivendo.
Il libro Le botteghe color cannella (Sklepy cynamonowe) è stato pubblicato nel 1933 – ma porta la data 1934 – dalla casa editrice Roj, in 1000 copie numerate, di cui 250 riservate all’ autore. Il titolo era in origine Ricordi del padre; un amico psicologo, Stefan Szuman, suggerì quello definitivo preso dall’ undicesimo dei quindici racconti : "Questi negozi io li chiamerò botteghe di cannella, dal colore delle brune boiseries che le rivestono….Fiocamente illuminati, scuri e solenni, i loro interni odoravano intensamente di vernici, lacca, incenso, aromi di terre lontane e merci rare. Ci si potevano trovare bengala, scatole magiche, francobolli di paesi da tempo scomparsi, decalcomanie cinesi, indaco, colofonie di Malabar, uova di insetti esotici, di pappagallo, di tucano, salamandre vive e basilischi, radici di mandragola, giocattoli meccanici di Norimberga, omuncoli in vaso, microscopi e binoccoli, ma soprattutto libri rari e curiosi, vecchi in-folio pieni di incisioni straordinarie e di storie sorprendenti. (3)
Sorprendenti le storie di Joseph, del padre Jakub e della serva Adela lo sono a dir poco.
La copertina del volume fu disegnata da Schulz stesso. E’ interessante paragonare le diverse stesure del disegno che sono state conservate. Protagonisti sono sempre i tre, figlio, padre, Adela, ma nei diversi bozzetti, si alternano al centro della composizione, ora in piedi ora sdraiati. Nel disegno prescelto il trio è seduto a tavola, con un cagnolino accovacciato di fronte che assomiglia a Bruno.
Il padre è la figura di maggior rilievo di tutto il libro, ma anche la cittadina natale è sempre presente : "Schulz trasfigura Drohobycz immettendo incantesimi nella sua esistenza feriale, così come Chagall muta Vitebsk in un gioioso paesaggio di favola, con casupole sghembe, violinisti sui tetti e una folla di viaggiatori del cielo". (4)

Nel 1937 Schulz pubblica la sua seconda opera Il sanatorio all’ insegna della clessidra (Sanatorium Pod Klepsydra), con copertina e tavole da lui stesso disegnate. La casa editrice è sempre Roj, la tiratura è anche questa volta di 1000 copie, comprese 250 per l’ autore. Il prezzo di vendita è indicato tra 6 e 10 zloty. Nonostante le date, i racconti del secondo volume sono stati scritti prima di quelli di Le botteghe. Hanno un’ origine epistolare anch’ essi, facendo parte di lettere inviate all’ amico poeta Wladislaw Riff, morto di tisi nel 1927. Lettere tutte perdute. I tredici racconti sono ormai convenzionalmente posti a seguito di Le botteghe, ma è arbitrario dar loro un ordine in sequenza.
"Il Sanatorio con quel labirinto di porte, di ripostigli, di corridoi senza uscita, di specchi opachi, col suo sudiciume, con le sue stufe spente, coi suoi campanelli disinnestati è l’ estrema sala d’ attesa della vita. Il treno che conduce al Sanatorio è la barca tarlata che attraversa la livida palude e il vecchio ferroviere dal viso gonfio per il mal di denti è Caronte". (5)

La casa editrice Roj che ha pubblicato le edizioni originali di Schulz, fu una delle maggiori in Polonia nel periodo tra le due guerre. Fondata nel 1924 da Melkior Wankowicz era specializzata in opere di letteratura, polacca e straniera, saggistica, libri di viaggio. Proponeva soprattutto edizioni economiche, popolari nella carta e nel prezzo dei volumi. Tra i suoi autori polacchi, importante è Witold Gombrowicz, con la sua prima opera, una raccolta di racconti e con il suo romanzo d’ avanguardia Ferdydurke del 1938. La Roj fu liquidata nel 1940 dai nazisti. Riaprì però, nel 1941 in America, a New York, come Roj Publisher, grazie a un socio del fondatore rifugiato negli USA.

Si richiama Kafka a proposito dei racconti di Schulz. Questi tradusse nel 1936 in polacco Il processo e, in realtà , le corrispondenze tra i due autori esistono : le metamorfosi, soprattutto quelle del padre, i cambiamenti in scarafaggio e in gambero, il fatto che entrambi i genitori siano mercanti, anche se il magrolino Jakub è l’ opposto del grasso Hermann e le sue tirate burlesche ben diverse dagli imperiosi precetti che si trovano nella Lettera al padre. Le affinità  però, non vanno esagerate. Lo stile di scrittura non può essere più diverso, rigido e vitreo Kafka, sfavillante, floreale, pura Art Deco Schulz. E’ lo stesso Schulz che confessa : "Dipende da una caratteristica della mia esistenza che io parassiti nelle metafore, che mi lasci così facilmente trascinare dalla prima metafora che trovo".

L’ ultimo testo di Schulz è del 1938, La Cometa. Non pubblicherà  altro. E’ come un gran finale, con pagine apocalittiche "in cui nella pista di un cielo stellato da libro di Flammarion egli fa correre ciclisti all’ antica, coi mustacchi ritorti come rampini, così scalmanati e bislacchi da degradare Jarry". (6)
Esiste anche un libro fantasma, Il Messia (Mesjasz). E’ un testo a cui Schulz lavorava fin dal 1934. Doveva essere un romanzo illustrato, come Il sanatorio, ne rimangono alcuni disegni e due frammenti : Il libro (Xiega) e L’ epoca geniale (Genialna epoka), entrambi inclusi nell’ edizione del 1937. Il manoscritto de Il Messia è sparito, anche se periodicamente si rinnovano voci di possibili ritrovamenti e pubblicazioni. In attesa, la suspense è alimentata da romanzi sul romanzo perduto, ad esemp
io The Messiah of Stockolm dell’ americana Cynthia Ozick.
Si ritrovano anche disegni e tracce di affreschi, riapparse sotto l’ intonaco dell’ ultimo appartamento abitato da Schulz, fatte riemergere e subito trafugate.

Il teorizzatore del mito dell’ infanzia si trasforma sempre più in mito lui stesso. Schulz è affascinante e stordente. Le sue storie, intrecciate ai suoi disegni, trasmettono eccitazione, tentazioni, trasgressione e libidine. Il tutto è molto diverso dall’ immagine che il perduto viso triangolare dell’ autore comunica a chi lo scorge accucciato ai piedi delle imperiose bellezze che lo sovrastano. Immagine volutamente fuorviante e ambigua.

 

 

Note

(1) Intervista a Bruno Schulz di S.I. Witkievicz, "Tygodnik Illustrowany", 17, 1935.
(2) Lettera a Zenon Wasniewski, 1934.
(3) B. Schulz, Le botteghe color cannella, Torino, Einaudi, 2001, p. 52.
(4) A.M. Ripellino, introduzione a B. Schulz, Le botteghe color cannella, Torino, Einaudi, 1970.
(5) Ibidem.
(6) Ibidem.

 

Questo articolo è basato su The drawings of Bruno Schulz, edited and with an introduction by Jerzy Ficowski, Evanston, Illinois, Northwestern University Press e sul volume Bruno Schulz il profeta sommerso, a cura di Pietro Marchesani, Milano, Libri Scheiwiller, 2000.

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