Breve storia del segnalibro

L’avventura del segnapagine raccontata nel saggio di Massimo Gatta

«Considero il segnalibro, o meglio il segnapagine (è la lingua francese che forse meglio lo definisce come marquepage, appunto) più un simbolo filosofico che meramente oggettuale, essendo perfettamente al centro del nostro rapporto di lettori con il testo/libro.»

È con queste parole che Massimo Gatta – studioso di editoria, tipografia, bibliofilia nonché Bibliotecario presso l’Università degli studi del Molise – risponde al quesito che non ho potuto evitare di sottoporgli nel momento in cui mi sono scontrata con un piccolo volume denso di informazioni storiche proprio in merito a questo curioso oggetto che io stessa amo raccogliere e scoprire tra le pagine dei libri antichi o usati come simbolo di epoche passate.
Sto parlando di Breve storia del segnalibro pubblicato da Graphe edizioni: un volume snello ma provvisto di un ricco apparato di note e immagini a completamento di un’altrettanta nutrita bibliografia a disposizione di tutti coloro che vogliono approfondire l’argomento.

«Personalmente non mi considero un collezionista di segnalibri perché, pur avendone circa un migliaio tra vecchi e nuovi e di ogni materiale, ho sempre raccolto questi piccoli oggetti soprattutto considerandoli documenti di un gusto, di una pratica del leggere, insomma di una ‘forma collaterale’ di lettura.»

Al giorno d’oggi, collezionare segnalibri è una pratica assai diffusa – specialmente in paesi come l’Inghilterra, la Germania, la Francia e la Spagna – eppure sono quasi certa del fatto che una parte di coloro che provano un senso di gioia nell’aggiungere un nuovo pezzo alla propria collezione, non conosca la millenaria storia che sta dietro al segnalibro; questo aspetto fa sì che da semplice oggetto da collezione, esso diventi un vero e proprio reperto storico, una fonte di informazioni di come si è evoluta la lettura nel corso dei secoli.

Partiamo da una definizione chiarificatrice: «[con il termine] segnalibro [si intende] qualsiasi segno che si mette nelle pagine di un libro per ritrovare il punto in cui si è interrotto la lettura o comunque un passo interessante.»[1]

Che sia un piccolo riquadro rettangolare da applicare agli spigoli delle pagine, o una sottile e stretta striscia di carta o pelle, o ancora – in veste di prezioso oggetto da collezione più che di pratico utilizzo – un raffinato oggetto realizzato in metallo, legno, avorio, plastica e così via, il segnalibro ha sempre fatto parte della civiltà umana alfabetizzata.

Tuttavia, è solo dalla metà dell’Ottocento, che esso inizia a subire molte variazioni a seconda del gusto dei lettori e della società in rapido sviluppo.

Per poter comprendere meglio questo interessante aspetto che caratterizza il segnalibro, credo sia necessario fare un passo indietro nel tempo.

Come abbiamo detto, il segnalibro è uno strumento che viene impiegato per tenere il segno delle pagine a cui abbiamo dovuto abbandonare la lettura e questo fatto accade da sempre, ecco perché è facile presumere che rudimentali segnalibri siano state impiegate fin dalla nascita dei primi Codex – come per esempio quelli risalenti all’epoca carolingia databili tra l’VIII e il X secolo e che abbiamo la possibilità di conoscere grazie a testimonianze scritte giunte fino a noi.

Ad avvalorare in parte questa tesi è stata la scoperta di un segnalibro ornamentale realizzato in pelle e pergamena rilegato alla copertina di un antico codice copto venuto alla luce, tra il 1924 e il 1925, sotto le rovine del monastero di Apa Jeremiah a Saqqara[2] – necropoli a sud della moderna città del Cairo, in Egitto.

[Nell’immagine uno scorcio del sito di ritrovamento. Courtesy: International Friends Of Bookmarks]

 

Provate ora a pensare ai lunghi rotoli di papiri: gli scribi non avrebbero potuto portare a termine il proprio compito in un unico giorno!
Perciò, sulla base di questa semplice considerazione e vista l’importante testimonianza riportata a galla dagli scavi in Egitto, è possibile desumere che anche all’interno dell’antica società egizia si facesse uso di rudimentali segnalibri a clip da applicare al lato dei lunghi rotoli di papiro.
Oggetti simili a questi sono stati rinvenuti in antichi scriptoria monastici in cui gli amanuensi esercitavano la propria arte ed erano soliti ricavare questi utili strumenti di lavoro ritagliando pelli e altri materiali che venivano impiegati per la rilegatura dei volumi.

Nell’immagine che vi propongo, potete vedere un particolare esempio di segnalibro di cui ne sono stati ritrovati 30 esemplari nell’Europa continentale e una mezza dozzina in Inghilterra: essi sono segnalibri mobili dotati di un filo che permetteva di spostare l’oggetto lungo la pagina per segnale la riga di riferimento mentre la parte circolare mobile veniva utilizzata per ricordare la colonna da cui veniva ripreso il lavoro in un secondo momento.

[Il segnalibro nell’immagine risale al XIV/XV secolo. Courtesy: Wikipedia]

 

Con la fine del Medioevo e l’inizio dell’Umanesimo, il segnalibro inizia a diventare un oggetto sempre più diffuso specialmente tra gli uomini d’intelletto e nobili Signori, i quali spesso vengono ritratti nelle proprie biblioteche, circondati da libri da cui fanno capolino sottili fili o striscioline di carta, oppure intenti nella lettura di messali o libri di altro genere il cui segno può essere tenuto agevolmente con le dita di una mano quando si sospende la lettura per un breve momento.

Massimo Gatta, nel suo saggio, ci ricorda il Ritratto d’uomo con un libro verde di Giorgione dipinto nel 1502, Ritratto di Giovanni Benedetto Caravaggi realizzato attorno al 1520 da Giovanni Cariani e Uomo che sospende la lettura realizzato dal Parmigianino attorno al 1529. In questa breve e incompleta carrellata di opere d’arte che vi invito ad approfondire, ho volutamente lasciato per ultima l’immagine che probabilmente tanti di noi lettori abbiamo in mente quando pensiamo alla rappresentazione iconografica del segnalibro: mi riferisco al celeberrimo quadro realizzato nel 1566 da Giuseppe Arcimboldi.


Nel Bibliotecario – che potete vedere nell’immagine per concessione di Graphe edizioni – il libro si antropomorfizza: numerosi volumi di diverse fatture e dimensioni mostrano fieri i propri segnalibri andando a comporre un immaginario mezzo busto, mentre libri più piccoli sono sistemati al posto del capo che viene a sua volta coperto da un grande volume aperto da cui cadono fili sottili e strette strisce di carta o altro materiale; una tenda decorata abbellisce l’opera fungendo da mantello.
Massimo Gatta, nel suo saggio, ci ricorda il Ritratto d’uomo con un libro verde di Giorgione dipinto nel 1502, Ritratto di Giovanni Benedetto Caravaggi realizzato attorno al 1520 da Giovanni Cariani e Uomo che sospende la lettura realizzato dal Parmigianino attorno al 1529. In questa breve e incompleta carrellata di opere d’arte che vi invito ad approfondire, ho volutamente lasciato per ultima l’immagine che probabilmente tanti di noi lettori abbiamo in mente quando pensiamo alla rappresentazione iconografica del segnalibro: mi riferisco al celeberrimo quadro realizzato nel 1566 da Giuseppe Arcimboldi.

Il libro, come segno di rinascita dell’intelletto umano, viene dunque posto al centro dell’immagine in cui messali e testi accademici di discipline umanistiche o scientifiche mostrano fieri i loro nastri colorati.

Un esempio pratico dell’impiego del segnalibro come strumento di lettura lo possiamo ritrovare nell’immagine del grande volume realizzato nel 1584 dallo stampatore di corte, Cristopher Barker, per volontà della Regina Elisabetta I d’Inghilterra – questo prezioso oggetto è tutt’oggi considerato dagli storici come la prima testimonianza certa dell’utilizzo del segnalibro come marcatore di pagine.

Esso racchiude tra le sue pagine l’intera Bibbia, il Libro d’Ore della Regina per recitare le preghiere quotidiane e gli Statuti del Regno mentre due eleganti strisce in tessuto, cucite nella parte alta della rilegatura, scendono tra i fogli per permetterne alla sovrana una rapida e semplice consultazione.

Nonostante un impiego sempre maggiore di questo oggetto nella vita politica delle nascenti società, è solo alla metà del XIX secolo che esso entra a far parte dell’immaginario collettivo facendosi prezioso dono da dedicare alle persone affezionate o comune oggetto da regalare come buon augurio in occasioni di festività nazionali.

Durante l’epoca Vittoriana, le Signore inglesi cominciano a confezionare a mano segnalibri ricamati, cuciti o dipinti su cartoncino e impreziositi da colorati tessuti, andando ad affiancare al più classico segnalibro in tessuto da sempre utilizzato in volumi di carattere religioso, oggetti più decorati e realizzati in diverse fatture.

Con il dilagare di questa moda, attorno al 1860, nella città di Coventry, in Inghilterra, Thomas Stevens decide di tentare l’impresa di produrre segnalibri su larga scala arrivando a realizzare ben 900 modelli diversi per rispondere alle esigenze più disparate.

Il primo segnalibro celebrativo esce dalla fabbrica nel 1861 in occasione delle celebrazioni per la morte del principe consorte, mentre la produzione vera e propria prende avvio nell’anno successivo riscontrando nell’immediato un enorme successo tra gli inglesi che iniziano a chiamare questi segnalibri Stevengraph[3]come segno distintivo della loro produzione.

[Immagini di segnalibri inizio Novecento. Courtesy: www.miragebookmark.ch]

Con la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento, il segnalibro diventa la tela su cui artisti di grande levatura, come Alphonse Mucha, si cimentano a realizzare opere d’arte in miniatura; temi floreali e sensuali figure femminili appaiono a ornare un oggetto che diventa di ampio utilizzo tra la popolazione attirando in particolare l’attenzione delle Signore dell’alta società, le quali iniziano a mostrare questi oggetti incastrati tra le pagine di libri all’ultima moda.

Sono gli anni in cui il Liberty prende il sopravvento in ogni tipologia di arte; dalla pittura all’architettura, soggetti floreali e forme curve e sensuali invadono le case e i caffè in cui la società bene ama riunirsi. È questo anche il momento in cui il segnalibro sembra aver fatto la sua prima comparsa ufficiale nel nostro paese in cui un brillante Gabriele D’Annunzio si diletta nel creare favolosi segnalibri vegetali lasciando seccare fiori e foglie tra le pagine dei numerosi libri di cui è composta la sua libreria.

Con la fine degli anni Venti e l’inizio degli anni Trenta, viene introdotto un altro tipo di segnalibro detto parlane perché solitamente veniva realizzato con una forma che potesse richiamare il prodotto reclamizzato: pensiamo alle industrie produttrici di liquori, di materiale di cancelleria, di prodotti per la pulizia e per la cucina.

Importanti pubblicisti e artisti sono chiamati a intervenire su questi piccoli frammenti di cartoncino esaltando non solo i prodotti di consumo ma reclamizzando anche compagnie di viaggio, stabilimenti termali, appuntamenti internazionali legati alle esposizioni di arte come la Triennale di Venezia o–artistiche o importanti eventi sportivi.

Tutto, a questo punto, può venire rappresentato sulla superficie di un fantasioso segnalibro; persino la propaganda politica o la pubblicizzazione delle immagini delle sigarette prodotte e distribuite dal Monopolio di Stato sono riusciti a ottenere il loro spazio.

[Di seguito due immagini su concessione di Graphe edizioni risalenti a segnalibri prodotti negli anni ’40 e ’50 del Novecento]

Eppure, nonostante i tanti segnalibri prodotti in questi primo cinquant’anni di storia d’Italia, a dare una svolta alla forma di questo piccolo oggetto, è la palermitana casa editrice Sellerio che, negli anni Sessanta del Novecento, per la collana ideata da Leonardo Sciascia – La civiltà perfezionata[4] –, realizza una serie di 100 segnalibri a risvolto da staccare e utilizzare una volta iniziata la lettura.

In conclusione, ricorda Gatta nel suo saggio, possiamo suddividere i segnalibri in categorie a seconda dell’epoca in cui essi sono stati prodotti e, seguendo l’idea di un noto storico inglese, A.W. Coysh, la scansione temporale dovrebbe essere la seguente: Ribbon (nastro) (1850 – 1880), Victorian Advertising (1880 – 1901), Pre World War I (1901 – 1914) e Pubblicity and Greetings (1914 in avanti).

Oggi, nell’era del digitale in cui i libri cartacei sono affiancati dai compagni digitali, il segnalibro rimane un oggetto di ampia diffusione nonostante un comodo bottone con scritta la parola “indice” ci permette di ritrovare in tempi rapidissimi la citazione o il punto in cui abbiamo abbandonato la lettura.

Secondo il mio parere, e quanto pare anche a detta di una mente eccelsa come quella di Umberto Eco, il segnalibro resterà in nostra compagnia ancora per lungo tempo sapendosi adattare, in certe circostanze molto meglio di noi, ai tempi che si evolvono.

«Una utility detta “indice” permette di trovare istantaneamente l’argomento voluto alla pagina giusta. Si può acquistare un optional chiamato “segnalibro” che permette di tornare dove ci si era fermati la volta prima, anche se il book è stato chiuso.»[5]

[Esempi di segnalibri del XXI secolo dalla mia collezione. Sono presenti esemplari in stoffa, legno, cartoncino, papiro e pergamena]

Ci sarebbe da dire ancora molto a riguardo di come il segnalibro si è evoluto fino ad arrivare ai giorni nostri in cui, accanto a raffinati prodotti in legno, plastiche, metalli e altro, troviamo pratici post-it, le intramontabili matite, biglietti del terno o ticket di qualsiasi altro genere che vi venga in mente.

Non dimentichiamo le pratiche superfici su cui riporre il libro rivolto a faccia in giù in attesa di riprenderne la lettura o, ancora, gli efficienti “segnalibri d’emergenza” – come lo stesso Gatta li definisce – ossia, quelle piccole orecchiette ai lati delle pagine che, a dire il vero, credo non siano mai passate di moda.

Ora mi devo proprio fermare ma ci sarebbe ancora tanto da indagare, ecco perché vi consiglio di approfondire questo argomento con la lettura del saggio Breve storia del segnalibro scritto da Massimo Gatta ed edito da Graphe edizioni.

Noemi Veneziani

Link utili:

Per acquistare Breve storia del segnalibro su Maremagnum.com

Per acquistare Breve storia del segnalibro su Graphe Edizioni

Per acquistare altri volumi di Massimo Gatta su Maremagnum.com

Per consultare le pagine online in inglese citate nel testo: International Friend Of Bookmarks e www.miragebookmarks.ch

[1] Citazione tratta dal Vocabolario della lingua parlata in Italia, Carlo Salinari, 1967. In Breve storia del segnalibro, Massimo Gatta, Graphe.it edizioni, gennaio 2020, p.9 nota nr°1

[2] International Friend Of Bookmarks

[3] The world of bookmarks. History of bookmarks, www.miragebookmarks.ch

[4] In un periodo di fermento politico per il nostro paese e non solo, la casa editrice Sellerio abbraccia con piacere l’idea di Sciascia di creare una collana di letteratura che torni a guardare le “belle lettere” lasciando per un momento da parte qualsiasi aspetto politico che è ormai entrato a piè pari anche nel mondo della letteratura contemporanea. In questa collana, Sellerio garantisce ai lettori la scelta di testi di ottima fattura e contenuto riguardanti la letteratura siciliana e testi di letteratura europea meno noti e, proprio per questo, più affascinanti.

[5] Cfr. Umberto Eco, Ma ne abbiamo inventato davvero tante?, in ID., La bustina di Minerva, Milano, Bompiani, 2000, p.81. In Breve storia del segnalibro, Massimo Gatta, Graphe.it edizioni, gennaio 2020, p.38


Chi è Noemi?

Mi chiamo Noemi e sono una bibliofila in erba.
Credo che siano proprio questi i due termini che più mi definiscono; il mio nome e la mia passione per i libri che, da qualche tempo, si sta raffinando dandomi la possibilità di arricchire la mia libreria di belle e preziose edizioni d’epoca – ho una collezione molto modesta ma ho l’intenzione di farla
crescere poco a poco acquisendo sempre più abilità per saper acquistare con coscienza di causa e un sano spirito critico.
Ho conseguito la laurea in Studi Filosofici nel 2015 e, da quel momento fino alla fine di questa estate 2019 ho svolto un lavoro impiegatizio potendo dedicare ai libri e alla scritturai il poco tempo libero.
Oggi tento, “pericolosamente”, di dedicarmi interamente ai libri tentando di realizzare il sogno di una vita.
Amo la cultura, venero la lettura, lo studio mi regala nuova vita mentre la scrittura mi aiuta nell’arduo compito di divulgare tutto ciò che so, che imparo e continuo a imparare.

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