Novecento

Un libro destinato alla ‘biblioteca’ del duce

Genova e le Nuvole sul greto di Adriano Grande

di Giuseppe Marcenaro

articolo tratto da e per gentile concessione di «la Biblioteca di via Senato», mensile di Bibliofilia e storia delle idee, (ottobre 2020)

Un libro può non essere un libro. Un oggetto. Qualcosa d’altro. Dipende dalla contingenza in cui il libro si trovi. E questa è la storia di un oggetto in forma di libro mutato dall’originario suo scopo, quello per cui fu formato con la finalità per cui era destinato: la lettura. Ma anche vocato a rappresentare un autore il cui nome risulta sul frontespizio. La storia di questa ‘mutazione genetica’ di un libro nasce da un fatto che val la pena d’essere raccontato giacché l’oggetto-libro dalla sua genesi – stampa, confezione, legatura – è fortunatamente sopravvissuto alla vicenda medesima di cui è silente testimone. Evocandosi tale a un autentico reperto archeologico, un ‘segno’ connesso alla storia che implicitamente (e anche esplicitamente) rappresenta. Soprattutto al profluvio di digressioni e allusioni che consente rievocare.

Opportuno tornare all’anno 1932. Al clima dell’Italia di quel tempo. Alla situazione politica. A quell’anno X con cui il regime instaurato autoglorificava il proprio calendario, cioè dall’anno in cui ‘un partito’ si era assunto il destino e le sorti di un Paese. Dieci anni da quando con una resistibile ascesa l’originaria marmaglia fomentatrice di gazzarre e piazzate, agguantato il potere, aveva progressivamente indossato il doppiopetto. E le marsine d’ordinanza.

La suprema autorità, il cavalier Benito Mussolini, se ne stava ben saldo nel dominante palazzo Venezia. E dalla sua stanza, detta del Mappamondo, dalla sontuosa decorazione a mosaico dell’orbe terracqueo, dirigeva le sorti dell’italico popolo. Attento a ogni mutar di fronda. Rigido e curiosamente accondiscendente a un tempo. Erano anni di strana pacificazione sociale. La sagace organizzazione del consento si era stabilizzata in dittatura. C’era nell’aria una trepida aspirazione a sontuose fortune naturalmente per l’Italia che aspirava a primati che fino a quel momento le sembravano essere negati, soprattutto a livello internazionale.

Per il duce l’anno 1932 era cominciato, almeno dal punto di vista dell’immagine, con un aulico riconoscimento. Il 9 gennaio papa Pio XI gli aveva conferito l’ordine vaticano dello Speron d’oro. Un tributo per aver condotto l’Italia all’incontro con lo Stato della Chiesa e la firma, nel 1929, di un concordato: i Patti Lateranensi che riequilibravano e ponevano in un certo qual senso una pietra sull’annosa questione romana, apertasi il 20 settembre 1870 con la presa di Porta Pia e tutta la conseguente ‘occupazione’ dei domini ecclesiastici da parte dell’appena formatosi regno d’Italia. E in quel ‘felice’ anno X pieno di promesse per un paese ‘in ascesa’, precursore del culto degli annunci con clangore, l’uomo di palazzo Venezia il 18 marzo diffondeva il progetto per un nuovo piano regolatore di Roma, caput mundi, che avrebbe ritrovato la propria romanità classica demolendo tutte le sovrastrutture che si erano sedimentare nei secoli sopra l’invitta città dei Cesari. E il 4 giugno, allo scoprimento del monumento ad Anita Garibaldi sul Gianicolo, quel capo del governo, poteva declamare che «le camicie nere sono anche politicamente sulla linea ideale delle camicie rosse». E già che c’era a ravanare con le ritenute necessarie mutazioni del Paese la cui visione anche esteticamente doveva adattarsi al gusto delle tendenze dell’architettura razionalista, il 30 giugno tra stornellate di militareschi «Eia! Eia! Eia! Alalà» ‘il capo’ poneva, dove s’erano bonificate le paludi Pontine, la prima pietra di una nuova città, subito battezzata Littoria (più tardi Latina). E finalmente il 28 ottobre, anniversario pieno dell’anno X, con piume e sberluccichi incedere, percorrendola nel tripudio, la realizzata nuova strada dei Fori imperiali.

Allora ‘il libro’ cui s’è fatto cenno all’inizio. A modo suo una preziosità bibliografica. Intanto cosa è: nella sua caratterizzabile essenza riconoscibile quale uno dei tanti doni che deferenti letterati facevano recare a Mussolini, a lui che apprezzava la poesia (come dicevano). A esempio e conferma del riguardo dell’ineffabile capo del Paese per i letterati la prefazione al Porto sepolto di Ungaretti che aveva accettato di scrivere. E data la fama che s’era guadagnata in quel senso, letterati e scriventi s’affollavano a rendergli omaggio. Nel codazzo degli aficionados anche un poeta ligure, Adriano Grande (1897-1972), fedelissimo. Si potrebbe dire adorante. Nel 1932 pubblicata all’ombra della genovese rivista letteraria «Circoli» la raccolta di versi Nuvole sul greto, e a petto del ‘reperto’ ancora oggi contemplabile, per poterla offrire al duce, Grande ne fece predisporre un esemplare lussuosamente rilegato, con al piatto impressa in oro una sonora «M». E dietro al frontespizio, a stampa, una ‘discreta’ quanto eloquentissima indicazione.

Il libro ‘brilla’ per la sua unicità. Il cadeau, passabilmente planò un giorno di quel 1932 sul tavolo del duce dove, segno di ossequiosa deferenza, sostò in attesa della sua sorte. Il destinatario dell’omaggio forse gli diede un’occhiata e com’è destino dei libri lo posò un po’ lì a futura possibile lettura o esplorazione. È possibile fosse recato dall’autore medesimo e accolto dall’omaggiato in un frammento di tempo, magari estemporaneo tra uno degli infiniti appuntamenti che affollavano le giornate del capo del governo, magari dopo una trepida attesa nella sala d’aspetto dove l’ammissione alla presenza del ‘capo’ era organizzata da un curioso personaggio: Quinto Navarra, un usciere speciale. Per vent’anni Navarra fu il ‘guardiaporta’ di Mussolini che apprezzava quest’uomo fedelissimo, perennemente piantato nell’anticamera e, col tempo, mutato nell’ombra discretissima del duce. L’uomo che ‘introduceva’ i visitatori nella sala del Mappamondo finì, con l’abitudine e con il tempo, per diventare una specie di ‘subcameriere’ o ‘subsegretario’ a conoscenza dei ‘segreti personali’ del suo padrone. Soprattutto i ‘segreti’ amorosi. Navarra non diede il passo e aprì l’uscio del capo soltanto a ministri e ambasciatori e alla nuvola di petenti. Seguì tutto l’affaire tra Mussolini e la Petacci riuscendo a restare usciere, senza mai vestire i panni del ruffiano; se caso liquidando come un improprio Leporello alcune delle amanti che il duce non voleva più ricevere. Dopo ore di inutile anticamera toccava a Navarra informare l’ostinata. Per pura curiosità è qui opportuno ricordare come nel dopoguerra Quinto Navarra fu indotto da quei due ‘discoli’ del giornalismo italiano – Longanesi e Montanelli che anche misero le mani maliziose nell’esangue testo che l’improvvisato autore aveva consegnato loro – a scrivere un libro di intrichi d’anticamera che fu pubblicato come Memorie del cameriere di Mussolini. E da quelle pagine emersero i tic di quel ‘superchiacchierato’ capo di governo. Che sarebbe diventato una presenza ingombrante nella storia del Paese. Un morto perpetuo.

Navarra delinea il carattere diciamo ‘intimo’ di Mussolini:

 

Aveva in grande attenzione l’immagine, aveva l’idea fissa della messa in scena, del colpo d’occhio… Faceva alzare di cinque centimetri l’altezza delle pedane da dove avrebbe dovuto parlare; dalla finestra della sala del Mappamondo, da dietro alle tende, con guardatine di controllo, si sincerava che il vigile urbano sulla piazza sapesse fare il proprio mestiere: «Vada subito a vedere Navarra, e mi faccia sapere perché il metropolitano sulla piazza non c’è», mi disse adirato. «Duce, il metropolitano si era assentato un attimo per andare a fare un goccio d’acqua». «Che un’altra volta chieda il cambio», urlò Mussolini indignato. Aveva la fissa per l’ordine. Lo vidi io stesso segnare su un foglietto il numero di targa delle macchine che non si erano fermate ai semafori. Dava subito corso alle contravvenzioni… E aveva la fissa di risolvere i problemi di chi ricorreva a lui… Temeva più gli iettatori che gli antifascisti… Voleva scegliere lui, pomeriggio dopo pomeriggio, il pezzo bandistico da eseguire al cambio della guardia…

 

Ed è dopo la digressione di Quinto Navarra che ‘ritorna’ la storia del libro lussuosamente rilegato e che il duce aveva sul suo tavolo. Il fatto è presto detto e si riassume in poco. Un signora romana ben nota, per uno di quegli inevitabili rovesci di fortuna che irrompono nella vita, si era trovata in uno stato di assoluta indigenza. Succede. E dopo aver cercato soccorsi nel giro delle conoscenze si era decisa che soltanto ricorrendo a Mussolini, che la conosceva, avrebbe potuto lenire un poco la sua tragica condizione. Chiese l’opportunità di un incontro. L’appuntamento le fu fissato a palazzo Venezia. All’ora convenuta Navarra fece il passo alla signora per la sala del Mappamondo. E la signora confessò al duce il proprio strazio economico. E lui, indignatissimo e comunque pronto, chiamò Navarra che gli facesse portare dalla segreteria una certa somma di denaro. Un soccorso immediato per la dolente signora. E da lì a poco qualcuno recò un fascetto di banconote e le pose sul tavolo davanti al capo del governo il quale nell’atto di volerle porgere alla signora fu colto da un balenio: i danari passati così, nudi e crudi, a una signora non era certo un gesto opportuno. Anzi, volgare. Pensò subitamente di infilare i denari almeno in una busta. Insomma consegnare i soldi così com’erano non si doveva… Si guardò attorno per una subitanea soluzione di quella strana impasse. E di meglio non trovò che il libro elegantissimo con la «M» squillante in copertina. Afferrò il volume e tra le sue pagine infilò la somma. Porse alla signora Nuvole sul grato, rilegato in pelle rossa con impressioni in oro, esemplare unico, fuori commercio, di proprietà di «S.E. Benito Mussolini», che in quell’attimo mutò di stato. Non più libro. Controfigura di una busta.

 

[continua]

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