SPECIALE 550° NICCOLÒ MACHIAVELLI (1469–1527)

Niccolò Machiavelli e Giuseppe Prezzolini

«Quella scrittura tutto muscolo»

di Antonio Castronuovo

articolo tratto da e per gentile concessione di «la Biblioteca di via Senato», mensile di Bibliofilia e storia delle idee, (dicembre 2019)

Assiduo, tenace fu il confronto che Giuseppe Prezzolini (1882-1982) sostenne in vita con Machiavelli, autore che, come lui, nutriva una voglia amara e non ingannevole di verità. Fin dai primi passi volle entrare nel suo pensiero politico, impegnandosi a redigere una singolare biografia. Il confronto si sedimentò in un buon numero di opere dedicate a Machiavelli, anche se la presenza del Segretario fiorentino – in forma di riferimenti e citazioni – è sostanziosa fin dagli anni giovanili del fondatore della «Voce»: il nome di Machiavelli appare a più riprese nei carteggi di Prezzolini, in varie annotazioni diaristiche o come citazioni incluse in opere di diverso soggetto. Se valutiamo il complesso dell’opera, la riflessione sul fiorentino occupa un ampio spazio: Prezzolini pubblicò volumi a lui dedicati dal 1925 al 1971; quasi cinquant’anni di sintonia, un tempo davvero lungo per qualunque scrittore. Certo, Prezzolini non può essere accolto tra i più acuti studiosi del pensiero politico di Machiavelli; ha però avuto un innegabile ruolo nella divulgazione del suo significato umano e intellettuale.

Quei cinquant’anni diventano settanta se consideriamo che lesse il fiorentino molto presto: in una lettera spedita il 30 novembre 1903 alla futura moglie Dolores Faconti – Prezzolini è a quella data poco più che ventenne – annuncia di aver compiuto solide letture di Machiavelli e Guicciardini, testimoniando l’esistenza di una già radicata passione: «Questi, che hanno grandi polmoni, scrivono periodi per altra gente che non la nostra tisicuzza, balbuziente, e asmatica». Ne fu poi trascinato per la vita intera, lungo un solco di profonda empatia ben espresso in alcuni colloqui con Claudio Quarantotto poi pubblicati come Intervista sulla Destra. Vi affiora soprattutto l’idea che l’unità italiana sia stata storicamente frenata dalla Chiesa: da Machiavelli in poi – afferma Prezzolini – «la Chiesa per sua natura è stata sempre contraria prima alla creazione e poi al mantenimento di uno Stato italiano unitario, forte e indipendente»; Francia e Spagna ebbero un’idea nazionale perché ebbero delle monarchie, «l’Italia, invece, non ebbe una monarchia, perché ebbe il papato», e purtroppo – secondo la ferma idea di Machiavelli – «le città non si governano con i paternostri».

Ne L’Italia finisce, ecco quel che resta, opera ‘classica’ della sua vicenda intellettuale (pubblicata a New York nel 1948, nel pieno della passione per il fiorentino), Prezzolini dedica l’intero capitolo dodicesimo a Machiavelli e procura non pochi spunti per capire le ragioni della ‘fatale attrazione’. In quel capitolo appare una famosa similitudine, quando l’autore afferma che Machiavelli fece per la politica quel che Galileo aveva fatto per l’astronomia:

Il confronto con Galileo è molto appropriato in quanto questo scienziato separò l’astronomia dall’astrologia. Poté sbagliarsi su qualche risultato particolare ma gettò le basi della scienza dell’astronomia perché guardò i cieli, non secondo la dottrina tradizionale, ma come apparivano all’osservazione, non in rapporto ai desideri e al destino degli uomini, ma come corpi astrali con le loro proprie leggi. Così, allo stesso modo, il Machiavelli poté mettersi fuori di strada riguardo a certe applicazioni pratiche e a certi fatti storici, ma separò la scienza della politica dall’utopismo, basando quella sull’osservazione diretta della realtà, non sui desideri e sulle velleità umane.

In Machiavelli anticristo il pensiero è ancor meglio sbozzato, con un certo compiacimento per l’esito fatalmente anticristiano. Sia Galileo e sia Machiavelli – afferma l’autore – interrompono il corso della mentalità medioevale, perché entrambi svelano agli uomini che l’universo in cui vivono (il sistema solare per il primo, la storia per l’altro) non dipende in nulla dai desideri e dai destini del singolo individuo:

Prima di Galileo l’uomo poteva credere che l’universo fosse creato per lui e magari anche che gli astri si curassero della sua sorte e in certo modo avessero influenza sul suo destino. Con Machiavelli la storia diventa conflitto di forze, non certamente divine, che avvolgono l’uomo. La storia si svolge con un ritmo ineluttabile entro il quale soltanto per breve tempo può riescire all’uomo di avere una certa influenza a patto di conoscere e di seguire le leggi della storia stessa. Con Galileo il mondo degli astri cessa d’esser cristiano, con Machiavelli anche la storia cessa d’esser cristiana.

Un altro aspetto di rilevante importanza nell’insegnamento del Machiavelli viene colto ne L’Italia finisce, dove Prezzolini nota che da tutti gli scritti del fiorentino affiora l’apprezzamento per l’attività umana. Prendendo le difese dell’azione, della lotta e del lavoro realizzato in questo mondo il fiorentino edifica «un sistema etico molto moderno, anzi il più moderno». E anche questo sarà tema ricorrente nella valutazione prezzoliniana di Machiavelli.

Il primo titolo dedicato alla figura di Machiavelli fu un’antologia apparsa nel 1925 nella collana di Treves diretta da Ugo Ojetti “Le più belle pagine degli scrittori italiani scelte da scrittori viventi”; conseguentemente, l’antologia s’intitolava Le più belle pagine di Niccolò Machiavelli e raccoglieva un’ampia rassegna di brani tratti da Vita di Castruccio Castracani, Istorie fiorentine, La mandragola, Ritratti delle cose di Francia, Il principe e i Discorsi, nonché un’appendice di Notizie e aneddoti. Il libro era apparso alla vigilia della partenza di Prezzolini per Parigi, fase biografica che egli avrebbe interpretato (un po’ troppo estensivamente) come ‘esilio’, e già colpisce il fatto che la scelta dei brani sia realizzata apposta per mettere in vista le proprie idee, il proprio ‘midollo’. Già in premessa confida:

Machiavelli mi piace perché è solido, non perde parole, bada all’importante, che è di esprimere un concetto, di narrare un fatto, e di non prender concetto e fatto come un pretesto per raccogliere ed esporre frasi d’accatto. […] Quella scrittura tutta muscolo; quelle saporite parole del miglior toscano non svenevole d’accademia, non volgare di plebe, proprie e precise, taglienti; quelle massime solenni e convinte; quell’andar diritto allo scopo; quell’entrare subito in medias res, senza preamboli, cavatine, presentazioni e altre cerimonie del genere.

Si coglie come Prezzolini veda in Machiavelli un campione di schietta concretezza, di brusco realismo esistenziale, una figura virile al pari del suo ‘principe’. Prezzolini riteneva infatti che nella storia le idee contano meno degli uomini, con le loro passioni e i casi dell’esistenza: al centro della sua riflessione sta l’uomo, e poiché al centro degli scritti del fiorentino – secondo una visione distintamente antropocentrica – sta l’attività umana, ciò moltiplica la seduzione esercitata da Machiavelli sul nostro.

Il realismo politico del fiorentino, il nucleo della meditazione sullo Stato e sul principe, è infatti una delle chiavi con cui entrare nel suo pensiero, come Prezzolini scrive ne L’Italia finisce: «Il Machiavelli ebbe il merito di iniziare lo studio della politica come realtà oggettiva, di considerare lo Stato ‘com’è’ e non ‘come dovrebbe essere’. Si ritiene in conseguenza che egli fondasse il ‘realismo politico’, ma sarebbe più esatto dire che fondò la ‘scienza politica’ in quanto non poteva esservi scienza senza scartare le utopie e i precetti ideali». Utopie e precetti ideali – vale a dire le ideologie – sono infatti gli strumenti con cui i valori diventano assoluti: contro queste idee, l’antidoto migliore è il realismo che avversa l’astrazione. Per cogliere l’essenza della politica bisogna insomma osservare gli accadimenti e le manifestazioni del potere, non certo le ideologie, e farlo realisticamente, senza inquinare l’osservazione con le passioni.

[continua]

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