SPECIALE 550° NICCOLÒ MACHIAVELLI (1469–1527)

Machiavelli, Mosca e la scienza politica

«L’onestà professionale dello scrittore»

di Carlo Gambescia

articolo tratto da e per gentile concessione di «la Biblioteca di via Senato», mensile di Bibliofilia e storia delle idee, (dicembre 2019)

 

Fu Machiavelli uno scienziato politico? Karl Popper ne La società aperta e i suoi nemici, opera ove crocifigge il panpoliticismo totalitario, lo snobba. Il che, probabilmente forzando il silenzio popperiano, depone a favore di un Machiavelli al tempo stesso né nemico né amico della ‘società aperta’, anche sul piano politico e scientifico.

A dire il vero però, sempre Popper, nella Miseria dello storicismo, criticando il determinismo delle teorie cicliche fa il nome di Machiavelli insieme a quelli di Vico e Toynbee. In definitiva, per il filosofo viennese, il cui pensiero fallibilista si oppone al dogmatismo positivista, Machiavelli dello scienziato politico avrebbe ben poco.

Eppure, a dare ascolto a Croce, Machiavelli separò trionfalmente l’etica dalla politica, conferendo autonomia a una politica ridotta nei casi più volgari a maneggio, e in quelli (apparentemente) più nobili a utopia-distopia. Per farla breve: la politica o come traffici o come sogni, talvolta incubi. Insomma, di ‘autonomia’ si può anche morire…

Al riguardo va però ricordato il pungente quesito crociano sull’onestà politica. Il filosofo si chiede, ironicamente, perché gli uomini rifiutino quasi sempre di estendere alla politica gli stessi principi valevoli per la scelta del medico. Ad esempio, se nel caso di un’operazione si preferisce giustamente un chirurgo bravo, e non importa se poco virtuoso, a un chirurgo onesto ma incapace, che «rovina e assassina la gente con la propria insipienza condita di buone intenzioni», non si capisce perché anche in politica non si possa, eccetera, eccetera.

Tradotto: quando sono in gioco vita e morte, perché la radice antropologica della decisione politica rimanda ai massimi sistemi esistenziali, è sempre preferibile un politico disonesto ma capace a un politico onesto ma incapace. Machiavelli, assai critico verso i profeti disarmati e arruffoni, avrebbe espresso, per dirla modernamente, il suo like e condiviso il post di Croce.

Però ecco il punto: esiste veramente un rapporto tra la scienza politica, che Croce, nemico del positivismo ottocentesco respingeva in quanto tale, e l’antropologia politica a sfondo negativo di Machiavelli? Per farla breve, la scienza politica implica un’antropologia negativa, oppure può farne a meno? Dal sì o dal no dei soci del Rotary politologico dipende l’iscrizione del Segretario fiorentino al club degli scienziati politici.

E qui la faccenda si ingarbuglia. Perché ad esempio Giorgio Sola, eccellente studioso di Gaetano Mosca, nelle novecento pagine della sua Storia della scienza politica, ristretta (si fa per dire) al Novecento e dintorni, cita Machiavelli sei volte. Per carità, lo mette in ottima compagnia (Platone, Aristotele, Bodin, Hobbes, Locke, Montesquieu e Rousseau). Tuttavia il suo manuale, sebbene prezioso, promoveatur ut amoveatur. Oppure, se si preferisce una metafora hollywoodiana, Machiavelli, come in un western di Ford, fa la figura del membro di una gloriosa e guerriera tribù indiana rinchiuso in riserva, sempre pronto a scappare e saccheggiare, fino all’arrivo del Settimo Cavalleria, capeggiato dai politologi con cattedra e bandiere euristiche al vento. Insomma, un ‘caro estinto’, buono per l’epica ma non per la scienza.

Del resto se si chiede a uno dei tanti professori di scienza politica in circolazione, ci si sentirà rispondere che Machiavelli sul ciclo elettorale può dire poco. Come sul maggioritario. Per non parlare delle pratiche di peacekeeping, attualmente oggetto di corsi di laurea, seminari e dottorati nell’alveo dei cosiddetti studi per la pace. Una scelta disciplinare irenista che ha trasformato le facoltà di scienze politiche in appendici di Medici senza frontiere.

A dire il vero, e al di là dello snobismo accademico, Machiavelli, per citare il grandissimo Paolo Conte, «con quella faccia un po’ così», resta principalmente, anche per chi scrive, un antropologo della politica. O se si vuole un sociologo ante litteram, con forti interessi curriculari nell’ambito di un’antropologia del conflitto, per usare il pomposo linguaggio dei concorsi a cattedra.

Però va sottolineato un fatto: Machiavelli si atteggia e passa per ‘duro’, mentre in realtà fu tutt’altra cosa… Sul punto resta sempre interessante il giudizio, impietoso ma sincero, di Gaetano Mosca, altro grandissimo scienziato politico. Uno studioso che però non appartiene alla generazione di Popper, ma al positivismo ottocentesco, seppure con interessanti correzioni molto personali. Mosca, affrontando Machiavelli, in un libriccino, ancora oggi prezioso, si pone subito due domande.

La prima: Machiavelli «può essere considerato come il fondatore, o almeno il precursore, di una vera scienza politica, come colui che, dopo Aristotile, ha per il primo enunciato alcuni canoni fondamentali sulla natura politica dell’uomo, ossia sulle tendenze costanti e indistruttibili che in ogni società umana politicamente organizzata possono riscontrarsi?».

La seconda: «vedere quanto meno se egli è riuscito a formulare una serie di precetti che possono servire come una buona guida pratica agli uomini politici di tutti i tempi e di tutti i luoghi».

Mosca si sbarazza subito della tesi sull’immoralità del Principe: «ormai è quasi universalmente riconosciuto che il Principe non è un trattato di morale ma di politica e di politica intesa come l’arte di arrivare al potere e di restarvi il più lungamente possibile; ed è noto come quest’arte in nessun paese e in nessuna epoca possa essere in tutto conforme alle massime esposte nel Sermone della Montagna e ai più indiscussi principi della morale cristiana o semplicemente della morale umana».

[continua]

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