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SPECIALE 550° NICCOLÒ MACHIAVELLI (1469–1527)

Machiavelli, la crisi, il Rinascimento

Il conflitto, l’uomo e la libertà

di Michele Ciliberto

articolo tratto da e per gentile concessione di «la Biblioteca di via Senato», mensile di Bibliofilia e storia delle idee, (dicembre 2019)

C’è oggi un fiorire molto vasto di lavori su Machiavelli sia in Italia sia fuori, specialmente negli Stati Uniti d’America dove c’è una forte e robusta tradizione di studi machiavelliani. Come mai, viene da chiedersi, tanti studi intorno al Segretario fiorentino il quale è, al tempo stesso, molto vicino e molto lontano da noi? È finita, ad esempio, la concezione dello Stato territoriale quale è Stato concepito anche se in maniera a volte rozza da Machiavelli. Almeno a partire dagli ultimi decenni del secolo scorso quel modello statuale, al quale Machiavelli ha guardato senza riuscire a definirlo come Bodin in maniera compiuta, è in profonda crisi, come appare anche dagli eventi che in questo periodo si stanno svolgendo intorno a noi. Con questo modello di Stato è in crisi anche l’idea di Europa che ne è stata un interlocutore fondamentale. Rispetto al mondo di Machiavelli e a quello che si suole chiamare modernità tutto oggi è in un processo di profonda trasformazione che riguarda la stessa identità culturale e politica dell’Europa, la sua composizione demografica e – per citare un punto sul quale non si riflette a sufficienza – il distacco che si sta compiendo in questa fase della Storia fra cristianesimo ed Europa. Da questo punto di vista Machiavelli è dunque lontano, ma è altrettanto distante da noi per un altro elemento fondamentale della sua esperienza: la concezione della politica come vertice della vita e dell’esperienza umana su cui ha scritto pagine mirabili e indimenticabili in tutte le sue opere. Era una concezione della politica che veniva da lontano e che ora appare in grave crisi e per certi aspetti in dissoluzione. Si tratta di una crisi molto vasta che riguarda la concezione della nazione, dello Stato, della cittadinanza e, come appena si è detto, la visione stessa della politica come culmine dell’esperienza individuale e collettiva.

Da questo punto di vista Machiavelli è dunque lontano; su altri punti Machiavelli continua invece a essere vicino a noi: la concezione della religione, per esempio, come vincolo fondamentale di una comunità e di uno Stato; l’importanza che egli dà alla dimensione simbolica nel governo degli uomini, sia in ambito civile sia sul piano militare, come strumento fondamentale per motivare i cittadini e i soldati in modo che essi possano dare tutto per la patria. Ci sono poi almeno due altri elementi che ce lo fanno sentire vicino: la concezione dell’uomo come una pluralità di cerchi esistenziali e la capacità visionaria di progettare nuovi mondi emancipandosi dai canoni ordinari della vita, sia sul piano individuale sia su quello politico.

Vicino e lontano Machiavelli, come tutti i grandi classici, continua a sporgere oltre il suo tempo storico e a parlarci e a interrogarci su questioni che ancora oggi per noi sono decisive.

Non è facile però riafferrare il nucleo sostanziale della sua esperienza umana e politica perché sulle sue spalle si è accumulata una ‘fortuna’ assai vasta che in molti casi ha distorto il suo pensiero.

La prima operazione da fare per avvicinarsi a Machiavelli è dunque distinguere tra storia e storiografia: tra quello che egli ha veramente detto e quello che gli è stato attribuito alla luce di problemi e di questioni lontanissime da lui.

Questo è un problema che riguarda il Rinascimento in generale, non solo Machiavelli. Anche in questo caso bisogna distinguere tra Storia e storiografia, tra la storia italiana tra la fine del ’300 ai primi del ’600 e l’oggetto storiografico – costituito in primo luogo dagli illuministi e poi nell’Ottocento – al quale è stato dato il nome di Rinascimento. Il Rinascimento, e per molti aspetti anche Machiavelli, sono stati un capitolo fondamentale dell’autobiografia intellettuale e culturale dei moderni e in questi termini sono arrivati sia l’uno sia l’altro a noi fino a tutto il Novecento.

Nel caso di Machiavelli la prima operazione che bisogna fare è distinguerlo dal machiavellismo che è una riduzione del pensiero di Machiavelli a pura tecnica del potere, senza alcun riferimento ai fini – a cominciare da quello della patria – che invece sono centrali nel pensiero di Machiavelli. Molti aspetti della sua fortuna sono in effetti da collegare al machiavellismo più che al suo pensiero, comprese interpretazioni di grande livello come quella di Benedetto Croce che ripensa Machiavelli inserendolo interamente nel suo sistema di pensiero, sulla base di opzioni teoriche che hanno a che fare appunto più col machiavellismo che con Machiavelli.

Per uscire da queste strettoie bisogna mettere a fuoco anzitutto un punto: Machiavelli è vissuto in una lunga epoca di crisi ed è stato, in primo luogo, un pensatore della crisi, in modo particolare della crisi italiana: una lunga crisi che attraversa anche il ’400 ma che esplode soprattutto negli ultimi decenni di quel secolo quando si avvia il processo che trasforma l’Italia da centro della civiltà a una realtà periferica estranea ai grandi flussi e alle grandi decisioni della politica mondiale.

Pensare la crisi, e cercare di risolverla, non è stato però solo l’obiettivo di Machiavelli: i grandi pensatori di questa lunga epoca hanno riflettuto tutti sulla crisi italiana prima, sulla crisi dell’Europa e del mondo dopo: Guicciardini, Bruno, Campanella sono tutti pensatori della crisi. Ciò che li differenzia non è il riconoscimento di una situazione drammatica dell’uomo, dell’Italia, dell’Europa, ma la diversa interpretazione che ne danno e le differenti proposte che fanno per cercare di risolverla.

Può apparire singolare l’insistenza su questo, ma il Rinascimento italiano è una realtà molto complessa nella quale sono presenti differenti, a volte opposte, concezioni dell’uomo, della Storia, della civiltà. Marsilio Ficino è convinto che l’uomo possa farsi «quasi deus» e anche Pico della Mirandola, sia pure differenziandosi su punti importanti dal gran Marsilio, ritiene – nella Orazione sulla dignità dell’uomo – che l’uomo, essendo l’unico ente con una natura indeterminata, possa fare di sé ciò che vuole: diventare bestia, oppure salire in alto e avvicinarsi alla divinità.

Machiavelli, come Guicciardini, hanno una immagine assai più tragica dell’uomo, e anche Pomponazzi è su un’onda affine alla loro. L’uomo non è e non può diventare «quasi deus» ma è «ludus deorum», cioè un giocattolo nelle mani degli dei, come si legge appunto nel De fato nel quale sono richiamate, le Leggi di Platone. Un motivo, questo, che arriva fino a Shakespeare e che è ben visibile nella presentazione di un personaggio come Otello, il quale cita in modo esplicito la fortuna che si fa gioco degli uomini. Per Machiavelli l’uomo è appunto un piccolo uccello da rapina e non si emancipa mai dalla sua natura animalesca, ed è sempre destinato a finire, a morire.

[continua]

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