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Speciale V centenario Leonardo da Vinci

Leonardo da Vinci e la biblioteca ‘ricomparsa’

Il Genio e i suoi libri

di Gianfranco Dioguardi

articolo tratto da e per gentile concessione di «la Biblioteca di via Senato», mensile di Bibliofilia e storia delle idee, (n. 108 – settembre 2019)

 

Anno ‘vinciano’, questo 2019, in ricordo dei cinquecento anni dalla scomparsa di Leonardo avvenuta ad Amboise, nella valle francese della Loira, il 2 maggio 1519. Aveva 67 anni essendo nato ad Anchiano, in provincia di Vinci il 15 aprile 1452.

Leonardo, più volte definito ‘genio dell’umanità’, ebbe un’esistenza solitaria caratterizzata da una eccezionale curiosità di apprendere e di esplorare l’intero scibile umano che lo indusse a vergare una grande messe di appunti senza – tuttavia – non concludere alcun libro, tant’è vero che Giorgio Vasari (1511-1574) lo giudicò con una certa durezza: «Veramente mirabile e celeste fu Lionardo, figliolo di ser Pietro da Vinci, e nella erudizioni e principii delle lettere arebbe fatto profitto grande, se egli non fusse stato tanto vario e instabile. Perciò che egli si mise a imparare molte cose: e cominciate, poi l’abbandonava».

Il grande toscano non riuscì dunque a diventare «altore» – così chiamava gli ‘autori’ – ma in compenso si dedicò con notevole dedizione alla lettura di libri per apprendere il latino, lingua da lui poco praticata, e soprattutto per acquisire conoscenza sulla quale fondare le sue molteplici ricerche.

Mise così insieme una collezione di testi assai rilevante per l’epoca (Leonardo era quasi contemporaneo di Johannes Gutenberg, che nel 1455 inventò la stampa): qualcosa come duecento fra incunaboli e libri a stampa poi lasciati in eredità al suo allievo prediletto, Francesco Melzi (1491-1568) alla morte del quale andarono dispersi.

Molteplici sono stati i tentativi di recuperare quelle opere ma «l’unico volume identificato è […] la prima redazione del Trattato di architettura e ingegneria, l’opera più importante dell’ingegnere senese Francesco di Giorgio Martini (1439-1501). […] Sulle pagine si riconoscono dodici postille autografe di Leonardo, che testimoniano il suo attento studio del trattato intorno al 1504», così Lauretta Colonnelli, su «La Lettura» del «Corriere della Sera» del 9 giugno 2019, introduce la mostra Leonardo e i suoi libri. La biblioteca del Genio Universale, curata da Carlo Vecce presso il Museo Galileo di Firenze (aperta fino al 22 settembre 2019).

In questa esposizione fiorentina viene dunque presentato proprio l’originale volume di Francesco Martini insieme a copie anch’esse rare di altri libri collezionati da Leonardo – libri che oggi emergono come fantasmi di un lontano passato stimolando nel visitatore nuove curiosità riguardo la misteriosa biblioteca.

Il Genio vinciano scriveva e riscriveva le sue note accompagnandole con disegni in piccoli e grandi quaderni a fogli, poi raggruppati spesso a caso e in tempi diversi da vari personaggi, molti dei quali oggi non più identificabili. Nacquero così i celebri ‘codici leonardeschi’, fogli di ‘appunti’, annotazioni e disegni raccolti arbitrariamente e disseminati in tanti musei del mondo: il Codice Leicester ex Codice Hammer, adesso proprietà di Bill Gates; il Codice Arundel 263 (1478-1518), che prende il nome dal primo possessore Henry Howard conte di Arundel, e ora conservato presso la British Library a Londra (fu «cominciato a Firenze in casa di Braccio Martello addì 22 marzo 1508. E questo fia un raccolto senza ordine, tratto da molte carte le quali ho qui copiate sperando poi di metterle per ordine alli lochi loro, secondo le materie di che esse tratteranno; e credo che avanti ch’io sia al fine di questo, io ci arò a riplicare una medesima cosa più volte»); e ancora il celebre Codice Atlantico (1478-1519), oggi conservato presso la Biblioteca Ambrosiana a Milano, nel quale vengono trattati diversi argomenti corredati da ben 1751 disegni. Quest’ultimo contiene scritti di anatomia, astronomia, meccanica, e un rilevante studio sul volo riproposto e approfondito in un altro Codice sul volo degli uccelli (1505), conservato nella Biblioteca Reale di Torino. Altri codici sono conservati in Gran Bretagna, a Parigi, a Madrid, e in Italia a Roma presso la Biblioteca Vaticana e nel Castello Sforzesco di Milano.

La biblioteca perduta

«So bene che, per non essere io letterato, che alcuno presuntuoso gli parrà ragionevolmente potermi biasimare coll’allegare io essere omo sanza lettere». Così scrive Leonardo intendendo con «omo sanza lettere» il fatto che non conosceva il latino. Era ansioso tuttavia di studiarlo e di apprendere da quei libri di «altori» a lui cari con il desiderio mai realizzato di diventare lui stesso «altore».

La varietà di quei libri rispecchia i suoi molteplici interessi: legge Dante, Petrarca, Piero della Francesca, Isidoro di Siviglia, Poggio Bracciolini, Marsilio Ficino e soprattutto Leon Battista Alberti, Francesco di Giorgio Martini e Luca Pacioli. Si dedica in particolare all’apprendimento della matematica (Luca Pacioli, Summa de arithmetica, geometria, proporzione et proporzionalità) e del latino (Niccolò Perotti, Rudimentis grammatices; Elio Donati Ars minor).

Sono dunque molti i libri sui quali Leonardo ha studiato realizzando la sua personale biblioteca. Lo studioso Carlo Vecce, curatore della mostra fiorentina, ci dice di Leonardo che fu «appassionato lettore» di «relativamente pochi testi tecnici e scientifici e molti di letteratura, di grammatica e di retorica», e ancora: «una biblioteca strumento di lavoro intellettuale, che accompagno la vita e la ricerca di Leonardo, accanto all’indagine diretta della natura per mezzo della sperienza. Ma anche purtroppo una biblioteca perduta, completamente dispersa alla fine del ’500. Un solo libro finora identificato, a Firenze: il Trattato di architettura militare e civile di Francesco di Giorgio Martini, perché presenta alcune note autografe di Leonardo (ben riconoscibili per la scrittura speculare)».1

Per risalire alla composizione della biblioteca si è fatto riferimento ad alcuni elenchi compilati dallo stesso Leonardo, in particolare in occasione dei suoi viaggi: si tratta di tre elenchi contenuti in tre diversi codici. Nel Codice Trivulziano, redatto in gran parte a Firenze nel 1480, c’è un brevissimo elenco insieme a una lunga lista di vocaboli usata come una sorta di dizionario di lemmi; nel Codice Atlantico, redatto a Milano nel 1495 sono elencati quarantuno titoli prevalentemente di letteratura e linguistica; e infine nel Codice di Madrid II, che Leonardo compila a Firenze verso la fine del 1503, è annotato l’elenco più importante dei suoi libri conservati in un apposito cassone.

Fra le ricerche compiute su questi testi una è particolarmente curiosa e intrigante. Riguarda l’elenco indicato nel Codice Atlantico, analizzato e commentato da un grande bibliofilo milanese dell’Ottocento, il marchese Girolamo Salvatore d’Adda, autore di un importante saggio pubblicato nel 1873, in una edizione di soli 75 esemplari numerati a mano.

[continua]

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