Editoria

La Lumacagolosa di Daniele Ferroni

Private Press in Romagna

di Antonio Castronuovo

articolo tratto da e per gentile concessione di «la Biblioteca di via Senato», mensile di Bibliofilia e storia delle idee, (giugno 2020)

Nessuno vuole sottrarre un termine al proprio alveo originale, specialmente se si tratta di quello sorto assieme alla fondazione della Kelmscott Press di William Morris nel 1890. Ma la definizione di private press, quella classica da lemma enciclopedico, procura la magica potenzialità di usare il termine a largo raggio: «Si definisce così un’iniziativa di artigiani esperti o dilettanti che realizzano libri, con tipico lavoro manuale ed enfatizzando la grafica, i formati, la stampa a caratteri mobili, le legature, la qualità della carta».

Ecco, se rimugino su questa definizione m’accorgo che posso farla mia e applicarla a coloro che, nelle mie vicinanze, hanno fondato realtà con tutti i caratteri della private press: grande cura per la forma grafica dei prodotti stampati a torchio e con caratteri mobili, scelta certosina delle carte su cui stampare (con predilezione per le vergatine), attenzione alle legature, eseguite quasi sempre a mano con ago e filo di refe.

Se poi decido di dare un senso chilometrico alla frase «nelle mie vicinanze», non ho scampo: la private press più vicina alla mia abitazione emiliano-romagnola è la Lumacagolosa di Daniele Ferroni, editore, fotografo e scrittore con sede nella cittadina romagnola di Villanova di Bagnacavallo, in provincia di Ravenna. Difficile capitarci per caso: è uno di quei luoghi in cui si giunge solo volendoci andare; ma la visita alla sede di Lumacagolosa merita appunto uno sforzo di volontà. Un’ampia e luminosa sala accoglie al centro il torchio tipografico: è una Tip-Top della tedesca Bautzner Industriewerk (prodotta appunto a Bautzen, vicinanze di Dresda), una macchina che noi chiamiamo ‘pedalina’ ma che i tedeschi accolgono nella categoria delle Akzidenz-Pressen. Vicino alla Tip-Top, i cassetti dei caratteri mobili, sostanzialmente set di Garamond e Bodoni, nelle tre declinazioni di tondo, corsivo e neretto.

Ora, non si fonda una cosa così per caso: si proviene in genere da una passione. E Ferroni amava da tempo i libri d’artista, i libri oggetto e le prime edizioni del Novecento, specialmente quelle di poesia. In queste condizioni, se una certa scintilla s’accende può dar vita a un focherello.

Era accaduto che a diciotto anni, volendo realizzare un opuscolo in occasione del proprio compleanno, aveva incontrato a Bagnacavallo il tipografo Achille Taroni; l’aveva osservato mentre preparava la stampa, assorbendo quei gesti manuali e quei rudimenti di base. In uno dei nostri colloqui, Ferroni ha dichiarato: «Mi sento in buona parte autodidatta: ho sempre osservato moltissimo il lavoro degli altri cercando di apprenderlo, ma non ho mai fatto corsi finalizzati».

Forse fu quella la scintilla della decisione che – come spesso accade – ti nasce un giorno dentro in questa forma: «Potrei anche fare qualcosa di mio», e fu così che l’idea diventò realtà nel 2004. All’inizio il fondatore battezzò la propria creatura La lumêga lôva e fece intagliare un logo su legno di bosso.

La cosa non colpisce: Ferroni è appassionato di cultura popolare e presiede nella sua cittadina un’associazione impegnata nel recupero delle antiche tecniche di utilizzo delle erbe palustri, lavoro sfociato nella fondazione del locale Ecomuseo della civiltà palustre.

E con quel logo, deciso a partire, andò proprio dal tipografo di Bagnacavallo: era la fine del 2004 e quel che uscì dalla bottega di Achille Taroni fu un libro a fogli sciolti tirato in 63 copie numerate (più 25 per uso degli autori). Conteneva due testi di Michel Butor ispirati a foto di Ferroni: Aux deux bouts de la vie. Si trattava di un libro d’artista frutto di un incontro tra i due in una casa di collina francese. In altre parole, il fondatore lanciava la propria idea editoriale con un nome di grido, peraltro amico: il poeta e scrittore Michel Butor (1926-2016), uno dei massimi letterati francesi del secondo Novecento, assimilato in patria alla linea narrativa del nouveau roman. La personalizzazione dialettale della private press non si rivelò sufficiente fin dai primi passi, e così già l’anno seguente, nel 2005, il sostantivo lumêga e l’aggettivo lôva si fusero nei corrispettivi italiani dando vita alle Edizioni Lumacagolosa.

Da dove arrivasse quel nome è lo stesso Ferroni a narrarlo:

La lumaca mi è sempre piaciuta sin da bambino; sono nato in campagna, in una casa colonica della Coooperativa braccianti immersa in diciotto ettari di terreno coltivato a mele. Uno dei miei passatempi preferiti, primaverili e delle mattine estive, quelle ricche di rugiada nei campi, era andare a raccogliere lumache lungo i fossi, per poi andarle a rivendere (ahimè!) a un commerciante del posto; con il ricavato mi comperavo qualche pallina da tennis, fumetti e varie goloserie.

La lumaca è dunque una presenza concreta dell’infanzia; e quelle dell’infanzia sono esperienze che segnano indelebilmente. Conosceva Alberto Casiraghy, fondatore di una notissima private press lombarda battezzata con l’incantevole ossimoro Pulcinoelefante, e forse da qui giunse la parte che mancava dell’idea: Ferroni aveva per mano il ricordo della lumaca, si trattava ora di abbinare un altro termine, al fine di creare una sonorità gradevole come aveva l’etichetta di Casiraghy. Ed ecco che il pezzo che mancava giunse inatteso, e sempre dalla quotidianità del fondatore, uomo che si diletta a fare dolci ed è persona golosa (come non essere solidali?). Fu così che il simpatico e viscoso mollusco dell’infanzia diventò goloso come lo era ed è lui.

Alla Lumacagolosa mancava adesso un ‘logo’, che giunse dopo alcune prove fatte a mano libera e a matita su un foglio: un ghirigoro di grande semplicità, dal quale sbucano in alto due antenne che, di colpo, ne fanno il simbolo dell’amabile gasteropode. La scritta «Edizioni Lumacagolosa» è tracciata in un Bodoni corsivo, omaggio all’amico Casiraghy che ugualmente lo adora, ma al contempo gesto di riverenza alla lunga storia della tipografia a caratteri mobili che ha avuto in quel carattere un modello di insuperata, rigorosa nitidezza classica.

L’avventura che prese vita in quel 2004 è sfociata, a oggi, in un catalogo di una quarantina di opere stampate secondo una comune peculiarità: abbinare un testo inedito a una foto dell’editore-fotografo. Per il resto, i principali caratteri tecnici sono dichiarati dal fondatore:

Scelgo carte speciali come l’Hahnemühle e l’Alcantara delle cartiere Sicar di Sicilia. Ne abbino le tinte e le grammature cercando l’armonia nell’oggetto che vado a realizzare. Per la stampa utilizzo una vecchia pedalina degli anni Trenta, componendo i testi a mano ancora con i caratteri mobili in piombo. Lo faccio di mattina presto, quando tutto tace o in pausa pranzo e quando la famiglia e il lavoro me lo consentono.

[continua]

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