Letteratura e Vita

La grammatica latina di Dino Campana

Reperti orfici

di Stefano Drei

articolo tratto da e per gentile concessione di «la Biblioteca di via Senato», mensile di Bibliofilia e storia delle idee, (marzo 2020)

La biblioteca di una persona rappresenta un po’ la sua biografia, o almeno una faccia, una declinazione della sua biografia. Lo possiamo dire non solo nel senso ovvio che le nostre idee si sono plasmate in gran parte sui contenuti delle nostre letture, ma anche con riferimento alla fisicità dell’oggetto libro, ai segni che noi abbiamo lasciato su quelli che ci sono appartenuti nelle diverse età della nostra vita.

C’è poi una particolare categoria di libri che ci sono appartenuti più degli altri, che più degli altri ognuno di noi ha consumato, sottolineato, annotato: sono i libri scolastici. Eppure quelli sono anche i libri di cui molti di noi si liberano più in fretta; se proprio li conserviamo, li destiniamo agli scaffali più remoti della libreria o al disonore della soffitta. Comunque, non ci sopravviveranno: quando ce ne andremo, nessun erede li rivendicherà, nessuna biblioteca li accetterà in dono. Il macero è il loro destino, salvo rare eccezioni.

In una di queste eccezioni si è imbattuta qualche settimana fa Lisetta Bernardi, direttrice della biblioteca di Verucchio, presso Rimini, ed è stato un incontro emozionante. Si trattava di un’ottocentesca grammatica latina «ad uso delle classi ginnasiali inferiori», consunta e scucita, conservata e tramandata di padre in figlio nella biblioteca di un’importante famiglia locale, la famiglia Cinti Bacchiani, sopravvivendo miracolosamente a vari traslochi e anche ai bombardamenti bellici. Edito dalla Libreria Salesiana di Torino, il Nuovo Donato di padre Celestino Durando, che fu uno dei primi collaboratori di don Bosco, era adottato all’interno delle scuole gestite dai salesiani. Il nome di Luigi Cinti, prozio dell’attuale possessore Stefano Bacchiani, compare sull’artigianale rilegatura. Nell’ultimo decennio dell’Ottocento, almeno tre fratelli Cinti frequentarono le classi ginnasiali presso i salesiani di Faenza e lì presumibilmente acquisirono il volume da un altro alunno di quella scuola, che l’aveva intensamente usato, annotato, scarabocchiato senza riguardo, più volte firmato. Ed è appunto questa firma a regalarci un’emozione perché è la firma, o meglio la nota di possesso, del poeta Dino Campana.

Nella sua esistenza irrequieta e vagabonda, Campana non ebbe una biblioteca personale; certamente non era un bibliofilo. Era però un frequentatore infaticabile di biblioteche pubbliche e ricerche recentissime hanno portato alla luce preziose informazioni sulle sue letture. Sappiamo meno dei libri che possedeva. Finora, si erano reperiti due manuali scolastici recanti la sua nota di possesso, poi rivenduti ad altri studenti. Sono due trattati di chimica: ricordiamo che era chimica la facoltà universitaria a cui Dino si iscrisse «per errore». Ma rispetto a quei due manuali universitari, questo ginnasiale appare ben più intensamente vissuto: il nome del futuro autore dei Canti Orfici campeggia sul margine superiore del frontespizio ed è più volte ripetuto sulle controcopertine, accompagnato da impertinenti scarabocchi da scolaro poco diligente. Vengono in mente le testimonianze del padre Giovanni Campana, che lo ricordava come un adolescente «buono e obbediente e giudizioso, sebbene alquanto disordinato» e della zia Giovanna Diletti: «anche i maestri dei Salesiani lo giudicavano di grande ingegno, ma era uno scarabocchione disordinato».

Sotto il nome, la stessa mano ha segnato l’anno in cui, presumibilmente, il libro fu acquistato: 1895. All’epoca il collegio faentino godeva di solida fama; attirava convittori da tutta la regione e anche da altre regioni italiane. L’anno precedente, era riuscito finalmente a liberarsi di un alunno tardivo di quarta elementare, ribelle e violento, che non prometteva nulla di buono: si chiamava Benito Mussolini. Per quanto riguarda la biografia di Campana, questa datazione non è priva di rilievo: complica, più che risolvere, una vecchia questione riguardante la sua carriera scolastica. Sappiamo da documenti certi che Dino, nato nel 1885, fu alunno di quarta elementare a Marradi nel 1894-95 e di terza ginnasio a Faenza nel 1897-98; dunque fece tre anni in due, si avvantaggiò di un anno fra il 1895-96 e il 1896-97. Sui tempi e sui modi dell’abbreviazione, esistono testimonianze contrastanti e sono state avanzate diverse ipotesi: potrebbe avere saltato la quinta elementare, oppure la prima ginnasiale, oppure ancora potrebbe avere concentrato in uno privatamente i primi due anni ginnasiali. Gli archivi delle elementari di Marradi furono distrutti dalla guerra; quelli dei salesiani di Faenza non sono più consultabili dopo la chiusura dell’istituto nel 2001 e pare che non offrissero comunque indicazioni risolutive. Prima della chiusura, però, qualcuno si è accollato la briga di trascrivere e conservare a futura memoria gli elenchi degli studenti, anno per anno e Dino Campana non compare negli elenchi del 1895-96. L’ipotesi più verosimile è che abbia intrapreso privatamente nel 1895 lo studio del latino, acquistando in anticipo il manuale adottato nella scuola che poi avrebbe frequentato.

Continuò a usarlo negli anni seguenti. Soprattutto la seconda metà del manuale, che è dedicata alla sintassi, presenta pagine con i margini fitti di annotazioni a inchiostro. Sono esempi, frasi latine con traduzione, presumibilmente scritte su dettatura o copiate dalla lavagna, non di rado con qualche imprecisione; la grafia a una prima analisi appare già assai simile a quella di Campana adulto.

[continua]

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la Biblioteca di via Senato - marzo 2020

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