Riflessioni

In una biblioteca ove non si sa più che cercare

Il ‘verso’ dei libri

 

di Giuseppe Marcenaro

articolo tratto da e per gentile concessione di «la Biblioteca di via Senato», mensile di Bibliofilia e storia delle idee, (aprile 2020)

Si compì tutto in quell’attimo. Quando al ripiano estremo dello scaffale, in alto, gonfio dai libri intrugliati, insaccati nell’un verso e nell’altro, quello che desideravo trovare non c’era. Impossibile. Trafitto dalla stizza, contrariato con me medesimo – dove lo avrò messo – mi ostinai appuntando lo sguardo e comunque, per non farmene sfuggire all’attenzione anche tattile alcuno, feci scorre le dita tra libri, libercoli e tometti infrattati gli uni negli altri. A quel punto riandai ai tempi in cui, all’esordio della sistemazione della biblioteca, avevo collocati i volumi con una logica che mi era sembrata perfetta, secondo il canone che avevo ritenuto seguire per un ordine razionale di quei libri: lucide legature, opere omnie, edizioni nobili in più tomi di questo e quell’altro autore. Giustapposti in isole linguistiche, secondo auguste provenienze, ordine alfabetico per autore…

Nella ricerca nessun libro sarebbe potuto sfuggire e ciascuno trovato all’impronta. Bastava far correre lo sguardo sui dorsi perfettamente allineati ed ecco il ricercato, lì in attesa, pronto a essere catturato. Qualche volta anche senza guardare. Stendevo il braccio e nello spazio e nella misura del gesto, tale la confidenza, posate le dita in un certo punto e, praticamente a tatto, sentivo l’immediata presenza di cosa stessi cercando. Ma poi… Il tempo… I tempi. Le aggiunte avventizie… I libri aggiuntisi… infilati per traverso, sulla testa (meglio sul taglio, secondo bibliografica nomenclatura) di quanti ai novizi avrebbero fatto da pilastro. Gli arrivati, ovviamente in passabile analoga similitudine e illusoria sintonia, sistemati su quelli che, in ordine militaresco, uno accanto all’altro, sugli attenti, erano come pronti a una parata. La crisi cominciò a profilarsi allorquando, insinuandosi nell’insieme simile una progressiva slargatura d’acque, nel pitagorico giacimento i primi intriganti furono sistemati (casualmente? momentaneamente? messo un po’ lì… poi si vedrà…) in insolita quanto innaturale positura: in orizzontale, accasciati sugli altri.

Tempo su tempo si aggiunsero via via altri libri a gravare sopra ai già distesi nella giacitura del riposo dando luogo a una sciatteria visiva che corruppe l’imperterrita originaria maestà di quanti, silenti, erano stati gravati dai sopravvenuti. L’ordinato incantesimo si era franto.

È innaturale sistemare un libro in orizzontale? Da quando s’avviò la maniera di custodire i volumi in piedi? Si diede mai ragione al riguardo di quella positura il signor de Montaigne che nella sua celebrata torre, accudiva i propri libri sistemati su plutei in orizzontale? In riposo? E deve essere stato colto da una vena di imbarazzato sarcasmo quando, in illusoria preveggenza, gli si parò alla mente la visione di un futuro libresco con i volumi sistemati in piedi… Allineati in verticale schiera. E allora, stanti così i libri, in una visione apocalittica, struggente e vaneggiante, anche catastrofica, immaginare i caratteri tipografici che compongono le esplorate vertiginose pagine, impressi sulla carta, con libri nella nuova posa, appunto a perpendicolo, chiedersi se quelle grazie avrebbero retto all’innaturale equilibrio. E per spossatezza, gli eroici caratteri, sospesi al trapezio di una forma espressiva, appesi linea dopo linea sulla verticalità di un abisso ignoto, per sopravvenuta stanchezza, sganciatisi dal supporto, non sarebbero scivolati verso il basso dando luogo a una slavinata di atoni brusii? Per ritrovarsi insignificanti in una puddinga impastata alla polvere accumulatasi dietro ai volumi sul ripiano della libreria? Caratteri afoni senza più alcun senso. E a quel punto, all’occorrenza, sfilato il libro e apertolo, rinvenirlo con le pagine tutte bianche. E davanti a quell’estraneo vuoto poter soltanto immaginare ciò che quel volume era stato: storia evocante epici scontri, intrighi di potenti, amorose intese, passabili elucubrazioni teologiche sempre sul crinale dell’eresia, descrizioni di paesaggi ultrastellari, struggenti versi di un illuso poeta…

E allora allarmato da questa visione fantastico-demenziale, tentai consolazione in una assurda realtà: la ‘salvezza’ del libro si dovrà forse agli intrusi occasionali invasori infilati di sguincio in orizzontale sulle spalle degli orgogliosi tomi dalla prussiana positura? Ma il libro lo ha un verso giusto? Da che parte prenderlo? Il senso dell’esistenza dei libri consisterà non nell’ordine ma nella moltitudine disordinata? È nello scompiglio che si celebra la grandezza inesplicabile del caos? Sarà la complessità di una biblioteca raffazzonata a far percepire il teorema universale rifratto sulla terra?

Nell’ingorgarsi e nel gonfiarsi dei tempi e nella irrefrenata riproduzione del sé cartaceo, accumulando a scartafaccio i nuovi arrivati, infilandoli un con l’altro negli interstizi fortuiti della biblioteca, mi sono imposto di dominare nella inaspettata mutazione di una raccolta di libri che destava meraviglia per la sua regale razionalità e che, ingolfandosi, aveva dato luogo a un affollato e agitato condominio. Così per evitare insopportabili zuffe tra i casigliani che corrompevano senza requie l’ineffabile originaria eleganza, mutando una reggia in uno scarrufato falansterio dove purtroppo era ormai impossibile rintracciare un libro di cui vagheggiavo al momento l’utilità, decisi che i nuovi arrivati, anche di minima utilità, sarebbero stati deportati in parte più discosta della casa, in uno scaffale confinante con un ripostiglio. Il confino dei clandestini, cioè degli ‘oggetti stampati’ che sfuggono alle regole di tutti gli inventari, è un settore che immagino di ‘edilizia popolare’. I coatti li chiamo clandestini e, appartenendo a specie marginali, una volta individuati, ignorando spesso la loro intrinseca natura al limite dell’inutilità, li sistemo a caso giacché, fuor dai canonici ranghi, potrebbero essere registrati in un ideale inventario universale dove anche il niente è elencato.

Quelli che chiamo clandestini sono delle ombre. A modo loro spiriti oracolari. Infatti, pur essendo destinati a passare inosservati, recano in realtà la prepotenza del loro autore: uno ‘scrittore’ sbandito nello spazio della memoria che, per mezzo di un oggetto stampato, vuole ostinatamente continuare a testimoniare la propria sussistenza e implora attenzione «perché anch’io sono stato».

In genere gli autori dei cosiddetti clandestini sono gente di cui si è perduta persino la polvere. Sotto forma libresca si sono guadagnati uno spicchio di immortalità: quella che cercarono a ogni costo quando, in un modo o nell’altro, riuscirono a far pubblicare qualcosa che in frontespizio recasse il loro nome. Sorprendentemente meraviglioso è il fatto che, proprio grazie alla loro minima consistenza e perciò di poca appariscenza – libretti tisici, esili, esangui, pallidi e sottili, mitragliati di gore ammalate – forse giustamente pretendono e conclamano la loro persistenza oltre il tempo. Come dei veri e propri classici.

Nello scaffale ‘popolare’, che potrei anche designare con la scritta hic sunt leones, sono confinati quei clandestini che, di tanto in tanto. nel rigoroso ordine dei ‘libri importanti’, in una specie di illusorio sfoltimento, sorprendo e catturo e deporto appunto nella ‘africanera’ della biblioteca. Potrei anche distruggerli. Ma come degli autentici capolavori anche queste eccentricità sono il senso dell’epoca in cui apparvero originariamente all’attenzione. In momenti di scoramento e furia penso con orrore a una futura ‘africanera’ del nostro tempo.

[continua]

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