Libri e Poesia

Il ‘poeta’ di Marradi e il mito dei Canti Orfici

Liberiamo Campana!

di Piero Scapecchi

articolo tratto da e per gentile concessione di «la Biblioteca di via Senato», mensile di Bibliofilia e storia delle idee, (ottobre 2020)

L’uscita della nuova biografia di Gianni Turchetta, Vita oscura e luminosa di Dino Campana poeta (Milano, Bompiani, 2020, collana “I grandi tascabili Bompiani”, n. 637) è un testo che rinnova fin dal titolo e completa l’attenzione e l’amore dell’autore verso il poeta marradese. Turchetta, che già aveva già pubblicato Dino Campana: biografia di un poeta (Milano, Imagommage – Marcos y Marcos, 1985, ristampato dalla stessa casa editrice nel 1990 e poi in nuova edizione Milano, Feltrinelli, 2003) ci induce ora a riflettere sia sulla tessitura della vita sia anche in parallelo sulla storia e sugli ultimi sviluppi degli studi campaniani da cui il nuovo testo prende una forma aggiornata e approfondita alla luce degli ultimi documenti e contributi apparsi sul poeta marradese.

Se, al di là delle recensioni (immediate, non poche e non minori avute dal suo unico libro – Canti Orfici, Marradi, Ravagli, 1914 – negli anni successivi alla sua apparizione) il punto di partenza dell’attenzione verso Campana, la sua vita e la sua opera, sono stati i contributi di Enrico Falqui (1901-1974) che però, come annota la studiosa Fiorenza Ceragioli (1990), nelle sue edizioni «ha seguito l’arbitrario criterio di riunire gli inediti separando i componimenti in versi da tutti quelli in prosa (separazione che ha tra l’altro resa caotica la loro cronologia)», a questi si deve aggiungere il clamoroso e inaspettato ‘ritrovamento’ in casa Soffici del manoscritto del Più lungo giorno annunziato da Mario Luzi sul «Corriere della Sera» del 7 giugno 1971 ora all’uso pubblico nella Biblioteca Marucelliana di Firenze (e in edizione anastatica Firenze, Sansoni, 1973), e soprattutto i poderosi contributi di Gabriel Cacho Millet che, iniziati nel 1978, hanno reso noti, con una ricerca prolungata e fruttuosa, documenti inediti (o dimenticati) o di difficile reperimento.

Nell’apparire degli studi e dei documenti su Dino mi corre il pensiero – e perdonatemi l’inciso – alle 9 liriche di Lucio Piccolo (stampate a Sant’Agata [di Militello], Stabilimento Tipografico Progresso, avanti l’8 aprile 1954) edizione in 16° composta da 4 fascicoli per un totale di 64 pagine, con tutte le carte in volta bianche come pure le ultime due dell’ultimo fascicolo, vicina ai Canti Orfici nella tecnica tipografica e nella genesi, tirata in sessanta copie che, inviata a Eugenio Montale, determinò l’affermarsi del nobile siciliano, cugino di Giuseppe Tomasi di Lampedusa, come poeta all’Incontro letterario di San Pellegrino dello stesso anno. Montale infatti nella sua Prefazione dell’edizione Mondadori del 1956 (Canti barocchi e altre liriche), sottolinea come «la veste tipografica [del volume di Piccolo] non era migliore di quella dei Canti Orfici di Dino Campana, pubblicati a Marradi nel 1914» che egli stesso conservava nella sua biblioteca in un esemplare che sparì inghiottito dalla nera acqua dell’Arno il 4 novembre 1966. Fu poi Vincenzo Consolo a ricordare: «anni passarono prima di ritrovarmi un giorno, al mio paese [Sant’Agata di Militello], di fronte a Lucio Piccolo nella carto-libreria-legatoria dei fratelli Zuccarello, titolari anche della Tipografia Progresso. “Ecco qua – dice Piccolo a Zuccarello – queste sono le poesie” consegnando dei fogli dattiloscritti. E discussero di carta, di caratteri, di copertina, di numero di copie. Venne stampato quel libretto che fu inviato a Montale per il Premio San Pellegrino. E quando Mondadori pubblicò Canti barocchi con quella prefazione di Montale che diceva “Il libriccino, intitolato 9 liriche, stampato da una sola parte del foglio e impresso in caratteri frusti e poco leggibili” furon un affronto per don Ciccino Zuccarello il quale “lo denunzio questo Pontale [sic] si mise a urlare”». E bisogna aggiungere che l’Incontro letterario di San Pellegrino era sotto la regia di Giuseppe Ravegnani, corrispondente di Campana e possessore di un esemplare dei Canti Orfici, ancora non identificato o perduto.

Momento essenziale (praticamente contemporaneo al centenario campaniano) è il ‘romanzo verità’ di Sebastiano Vassalli, La notte della cometa. Il romanzo di Dino Campana, Torino, Einaudi, 1984 (finito di stampare il 3 novembre, prima edizione nella collana “Supercoralli), da consultarsi anche nella nuova edizione (sempre Einaudi, “ET”, n. 1626, del 2010), aggiornata con il racconto Natale a Marradi dove l’autore espone la sua ricerca e i risultati in essa raggiunti. Questo contributo, che mi risulta aver avuto a oggi otto edizioni italiane, produce una svolta sia per la rinnovata attenzione alla vicenda di Campana sia per l’ampia diffusione della sua ‘leggenda’ nel grande pubblico: Vassalli compì ricerche d’archivio (non in tutti, a cominciare dall’Archivio Storico Comunale di Marradi) di cui dette conto in articoli di giornali e periodici e poi, riguardo alla storia del suo lavoro di stesura, nel sopra ricordato Natale a Marradi e il successo del bel romanzo confermò la ‘leggenda’ del poeta marradese come scrive Silvio Ramat.

Ecco che l’eccezionalità del suo unico libro (che con l’amico Roberto Maini definimmo «un incunabolo del Novecento»), impresso in un’oscura tipografia marradese nell’estate del 1914 conquista la ribalta della popolarità, in contrasto alla scarsa diffusione che ebbe (nel 2014 con Maini ne studiammo di nuovo l’edizione e ne rintracciammo 111 copie parte vendute o regalate da Dino e le altre diffuse poi negli anni Venti del secolo scorso attingendo a quelle rimaste nel magazzino del tipografo Bruno Ravagli, «un brute de mon village» come lo fulminò Campana) e ai successivi tentativi, non riusciti, di Campana di editarne una nuova edizione (che non riconobbe poi nella Vallecchi del 1928).

Come osservò a ragione Ramat,

mentre però sui coetanei dell’autore degli Orfici, nascono nel 1885 anche Rebora, Onofri, Palazzeschi, […] non si è quasi mai proiettata una luce di leggenda, Campana […] è stato velocemente rapito dalla zona della letteratura e trasferito in un cielo o in un inferno mitico, soverchiando come ‘caso’ e come personaggio la verità poetica che ha saputo esprimere in una breve e violenta stagione.

 

o ancora per citare Luzi (Opere e contributi, II, p. 521) «ora che Dino Campana, senza uscire dalla mitologia, è entrato nella storia essenziale del Novecento».

[continua]

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