Scrittori

I fieri Carnets di Henry de Montherlant

Cinquant’anni di frammenti

di Antonio Castronuovo

articolo tratto da e per gentile concessione di «la Biblioteca di via Senato», mensile di Bibliofilia e storia delle idee, (febbraio 2020)

Autore di un’opera che riflette il chiaroscuro dell’animo umano – a un tempo tenera e cinica, serena e concitata, traversata dalla passione per le idee e da una costante attrazione per la vita – Henry de Montherlant nacque a Parigi nel 1896 e il suo pensiero si formò su Nietzsche, Barrès e Gide: inevitabile per lui abbracciare un’estetica dell’individualità e del contrasto, il libero sfogo delle passioni e il rifiuto del compromesso. A trent’anni lasciò la Francia e visse tra Spagna, Italia e Maghreb. Rientrò in patria a quarant’anni e mise a punto le opere maggiori: molti romanzi e alcune magnifiche collezioni di saggi. La fama giunse però col teatro: drammi austeri con sonorità secentesche. Diede vita a uno stile difforme dal gusto del secolo in cui visse: un percorso espressivo a metà strada tra il canto funebre e la sensualità, uno stile lirico ma verticale. Condannato alla cecità, si suicidò nel 1972: il corpo fu cremato e Jean-Claude Barat, amico e unico erede, portò a Roma l’urna delle ceneri e le disperse dall’alto del Campidoglio sul Foro Romano.

Trascurato in Italia, di Montherlant possiamo leggere alcune collezioni di saggi e una parte minima della narrativa e del teatro. Ignoti al lettore italiano sono i Carnets, quaderni di riflessioni intime e letterarie che l’autore andò compilando per la vita intera. Caratterizzati dalla lucidità impietosa di uno scrittore dotato di aristocratico orgoglio, i Carnets lanciano un potente invito alla solitudine e alla maestria. Li tenne per cinquant’anni, dal 1924 al 1972, l’anno della fine, non tanto come veri diari, piuttosto un magma da cui pescava pezzi utili per l’opera che andava scrivendo, come spiega Pierre Sipriot, uno dei suoi principali studiosi: «Il lavoro di scrittore, così come egli lo concepisce, consiste nel prendere appunti su tutto ciò che sente, prova e medita. Scrivere un’opera, equivale quindi a organizzare questi pezzi già esistenti su un personaggio, su un soggetto».

La breve premessa apposta da Montherlant ai Carnets pubblicati nel volume degli Essais della «Bibliothèque de la Pléiade» di Gallimard chiarifica il senso, anche storico, della raccolta:

Tengo dei carnets, giorno per giorno, già dall’infanzia. Pubblico qui le note degli anni 1930-1944: diciotto carnets. Perché non note più vecchie? Per la ragione che quelle precedenti agli anni 1923-1924 mi sembravano molto infantili e di minimo interesse. Quanto alle note degli anni dal 1925 al 1929, sono transitate nei tre volumi dei Viaggiatori braccati (Alle fontane del desiderio, La piccola ragazza di Castiglia, Un viaggiatore solitario è un diavolo). Perché non note più recenti? Perché sarebbe vano aver scritto tante volte contro l’importanza eccessiva accordata all’attualità, per compiere ancora l’errore di pubblicare qualcosa sugli avvenimenti recenti. Le note di questa epoca sono perciò via via meno numerose: quando uno scrittore ha superato una certa età, giudica inutile scrivere note che non avrà il tempo di usare. Nel periodo qui evocato appare una lacuna (senza parlare di quella dovuta a un carnet perduto): gli anni 1939-1940-1941. Perché? Per la ragione che le note di questi anni sono passate quasi tutte nell’Equinozio di settembre, Il solstizio di giugno e Testi sotto un’occupazione.

È una fortuna che Montherlant decidesse di ordinare e pubblicare questi quaderni d’appunti. La serie di pubblicazioni è ragguardevole, tale da rendere questo spicchio della sua opera qualcosa di rilevante. In Francia i Carnets dal 1930 al 1944 sono stati pubblicati dalle parigine Éditions de La Table Ronde a varie riprese in edizioni numerate di circa tremila copie ognuna: i carnets dal XXIX al XXXV nel 1947, i numeri XLII e XLIII nel 1948, quelli dal XXII al XXVIII nel 1955 e i numeri XIX-XXI nel 1956. Si tratta di edizioni che ancora si reperiscono nel mercato antiquariato. Tutti i quaderni, e altri ancora, sono stati poi riuniti nel 1957 nella «Collection Blanche» di Gallimard col titolo Carnets 1930-1944 e rieditati nel 1988 nel citato volume della «Pléiade» (pp. 963-1369). Una successiva pubblicazione ampliata – Carnets XIX à XXXV et XLII et XLIII – è apparsa nel 1995 nella collana «La Petite Vermillon» de La Table Ronde. Nel complesso: una somma del suo pensiero distesa su un periodo di quindici anni e sui più diversi soggetti, ma con insistita inclinazione alla solitudine volontaria, alla diserzione dal mondo, alla conquista del sé.

E tuttavia questi Carnets sfuggono al pericolo di diventare un soliloquio monocorde: permettono di accostarsi al tono insolente, amaro e disilluso dell’autore, che possiede anche la capacità di variare il ritmo, mescolando osservazioni, bozzetti narrativi e aforismi. Pur senza un ordine apparente, tutto acquista un andamento abbastanza naturale, e la collezione assurge a miniera di massime che spaziano sui più diversi soggetti, come ad esempio la grettezza umana: «La differenza di fondo tra l’ipocrita e il cinico è che l’ipocrita accetta di fare complimenti e il cinico no»; «Gli uomini posso intendersi soltanto su dei pregiudizi»; «Come sbarazzarsi di qualcuno? prestandogli danaro. Non avendo alcuna intenzione di restituirlo, egli non darà più segno di vita». Acute le osservazioni su se stesso, come questa: «Amo molto quei personaggi che, nelle tavole del Quattrocento, sono indifferenti alla scena. Mi ricordano me stesso». Ecco una nota pessimista sull’amore: «Cosa c’è di più assurdo di queste vampate e di queste lacrime, quando, in capo a tre mesi, si cambierà marciapiede pur di sfuggire a chi le ha provocate? L’amore può essere preso sul serio solo dall’artista che ne cava un’opera d’arte». E infine una postilla sul ribellismo di fondo che segnò l’esistenza di Montherlant: «La principale difficoltà, dopo aver scoperto e adottato una nuova regola di vita, è di capire quando bisogna trasgredirla».

Mentre i Carnets facevano il loro corso editoriale, uscivano nel frattempo altre raccolte di frammenti: ben tre volumi editi da Gallimard e accortamente dotati di indici analitici di nomi e concetti. Nel 1966 vide la luce Va jouer avec cette poussière. Carnets 1958-1964, e da dove scaturì il titolo lo narra l’autore in una paginetta di premessa: poco tempo prima di pubblicare, aveva ricevuto una lettera che, subito dopo l’affermazione che «tutto è polvere», aggiungeva proprio quella frase, «va jouer avec cette poussière». Ne era rimasto colpito, forse era una citazione e chiese lumi al corrispondente che così rispose: «Quella frase è mia. Trovavo che riassumesse bene la vostra posizione verso la vita». E poiché anche Montherlant condivideva l’idea, ecco sgorgare il titolo tematico della nuova collezione di note. Interessa notare, in merito a quanto detto sopra, l’elenco che l’autore fa di cosa andava componendo negli anni in cui annotava i frammenti – e si tratta di Don Giovanni, Il cardinale di Spagna, Il caos e la notte, La guerra civile – come per dichiarare che il travaso dei frammenti nelle opere era per lui criterio ordinario del lavoro creativo.

[continua]

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