Libri

Hans Barth e le osterie italiane

La prima invasione barbarica nell’enogastronomia italiana

di Claudia Mancini

articolo tratto da e per gentile concessione di «la Biblioteca di via Senato», mensile di Bibliofilia e storia delle idee, (aprile 2020)

«Smirne, Rodi, Colofone… sarei quasi nato a Smirne; / Se alla luce, otto giorni prima mamma mi avesse dato. / Ma ohimè, ella venne a Stoccarda, vicino al “Vicolo del vino” / E il mio padrino fu perciò Bacco, invece che Omero» ha scritto Hans Barth (1862-1928) in un epigramma pubblicato nel 1919. Fu dunque scrittore bacchico, per un tenero caso, l’autore di Osteria: guida spirituale delle osterie italiane da Verona a Capri, volume pubblicato nella traduzione italiana con Prefazione di Gabriele D’Annunzio, nel 1910, dopo la fortunata prima edizione in lingua tedesca, uscita nel 1908, cui seguirono una seconda edizione tedesca (1911) e una seconda edizione italiana (1921), entrambe con la celebre prefazione.

Se per la lunga fortuna critica, Osteria è il libro che inaugura la letteratura di viaggio enogastronomico, Barth aveva già pubblicato nel 1900 una guida turistica dal titolo Est! Est! Est! Italianischer Schenkenführer (Lipsia, A. Schwartz): un «vademecum e breviario del bere», così lo definisce l’autore nella prefazione, per raccontare usi e costumi enologici delle città di Venezia, Milano, Torino, Genova, Bologna, Firenze, Roma e i Castelli Romani, Napoli e Capri. Tra i due saggi esiste un legame, perchè entrambi offrono quella «topografia delle osterie» italiane, cui l’autore fa cenno nella prefazione di Est. Del resto, fin dalla prima edizione di Osteria, pubblicata in Germania, il 18 aprile 1908, con il titolo di Osteria: Kulturgeschichtlicher Führer durch Italiens Schenken von Verona bis Capri (Stuttgart, J. Hoffmann), Barth avvia il Proemio scrivendo che dal «suo primo saggio del genere» sono trascorsi meno di due lustri eppure «l’“est” è diventato “erat”; e poche osterie soltanto rimangono come croci commemorative sul cimitero descritto in quel primo saggio», poiché «nulla è in Italia così permanente come… il mutare delle osterie».

La battuta sagace è esemplare di quel piglio provocatorio con cui egli svolse anche la professione giornalistica; dopo la laurea in filosofia a Zurigo, nel 1884, venne a Roma nel 1866 per collaborare con il «Berliner Tageblatt», noto giornale tedesco, per il quale sarà corrispondente da Roma, per circa quarant’anni, spaziando dalla storia alla politica, dalla cronaca alla ‘terza pagina’. E come giornalista era solito mescere inchiostro schietto, audace e critico sui propri giudizi: più volte mise a rischio i già delicati rapporti italo-tedeschi, beccandosi querele in quantità e rischiando anche l’espulsione dall’Italia. Se la cavò sempre con disinvoltura, per non dire con scaltrezza: a chi lo accusava di aver offeso l’Italia, inviava scuse rigorosamente su carta intestata «Sindacato per i Corrispondenti di Giornali – S. Silvestro, Roma», professando amore per la nazione che lo ospitava.

Nel 1910 Osteria uscì nella prima edizione italiana tradotta da Giovanni Bistolfi ed edita dal romano Enrico Voghera. Il titolo tradotto appare modificato: non è più Osteria: guida storico-culturale attraverso le mescite d’Italia da Verona a Capri, bensì Osteria: guida spirituale delle osterie italiane da Verona a Capri. A buttare luce sul significato di ‘spirituale’ è il traduttore in una Notarella da lui stesso firmata e posta tra la Prefazione di Gabriele D’Annunzio e il Proemio, firmato «Dr. Hans Barth» (amava infatti firmarsi con il titolo accademico), che altro non è che la presentazione utilizzata per la prima edizione tedesca. Nella Notarella è contenuta la prima e schietta descrizione del libro:

Il dottor Hans Barth […] ha avuto la bizzarra e utile idea di offrire ai suoi connazionali una guida pratica, sincera e sicura, per le osterie da lui visitate. […] Egli ha cercato i luoghi più umili, più caratteristici, più frequentati dal popolo, e ha segnate a brevi tratti le sue impressioni. Dove ha trovato il miglior vino, il suo spirito si è innalzato a visioni storiche e artistiche, le quali danno alla guida un sapore letterario.

Nell’edizione del 1910 apparve per la prima volta la lunga Prefazione in forma di epistola di Gabriele d’Annunzio, che contribuì alla fortuna di Osteria. Il tedesco prese contatti con il poeta tra l’estate e l’autunno del 1909, quando una fitta serie di missive iniziò a intercorrere tra un buffo trio: Barth, sempre più inquieto, che rincorre il poeta; d’Annunzio, pacifico, che promette la prefazione ma rimanda sempre; il figlio del poeta, Mario, che svolge diligentemente il ruolo di mediatore per ingraziarsi Barth, della cui figlia pare fosse invaghito. Questo travaglio epistolare durò per quasi un anno: il 9 febbraio del 1910, d’Annunzio scrisse a Luigi Albertini, direttore del «Corriere della Sera», che «un eccellente giornalista tedesco, ha scritto una bizzarra guida delle osterie italiane; che, tradotta in italiano, sarà pubblicata fra una decina di giorni. Il volume recherà una mia prefazione, piena di curiosi aneddoti personali: circa due colonne del Corriere. È la prefazione dell’Astemio al libro del Beone». L’11 febbraio il poeta scrive di nuovo al giornalista riguardo il «curiosissimo libro del Dottor Barth».

Il 15 febbraio, la prefazione è pubblicata, in forma epistolare, sulle colonne del «Corriere della Sera», con il titolo Un itinerario bacchico: non subisce variazioni, se non che sparisce la data «ottobre 1909», posta in calce alla prefazione, rimanendo la sola indicazione di luogo «Marina di Pisa». Il 22 febbraio, sul «Berliner Tageblatt», uscirà in una traduzione tedesca rimaneggiata. Nel 1934, d’Annunzio inserirà l’epistola, col titolo I vini e il lurco, in L’allegoria dell’Autunno, quarantacinquesimo volume dell’Opera omnia. Le ben ventuno carte autografe della prefazione, rinvenute, mostrano la cura riservata alla stesura di pagine «fra le più belle che il d’Annunzio abbia mai scritto» – si legge in un articolo di Giuseppe Antonio Borghese, comparso su «La Stampa» il 6 dicembre del 1910. E quasi trent’anni dopo, il 17 maggio 1938, Alfredo Panzini tornerà sul «Corriere della Sera» a scrivere in merito: «Sono bene otto pagine di stampa nella più polita e dotta prosa che si possa pensare».

Nella propria articolata storia editoriale, Osteria vanta una particolarità non sempre ricordata dalla critica: della traduzione italiana (1910) esiste una Osteria: guida spirituale delle osterie italiane da Verona a Capri [estratto del cap. III, Torino], la cui data di pubblicazione è quella desunta dalla prefazione di d’Annunzio, quindi 1909.

Nel 1911 Barth pubblica in Germania la seconda edizione tedesca scrivendo una prefazione per l’occasione: ringrazia per il successo riportato dalle due precedenti edizioni e rivela come nel 1910 il re Vittorio Emanuele III avesse ricevuto il libro dalle mani dell’autore facendosi dare anche «una privatissima lezione sulle mescite del suo Regno». Il titolo della seconda edizione tedesca è mutato in Osteria: Kulturgeschichtlicher Führer durch Italiens Schenken vom Gardasee bis Capri (Stuttgart, J. Hoffmann). Quel «lago di Garda» in sostituzione di Verona non è casuale: Osteria è scritta soprattutto per i tedeschi, tanto che Barth consiglia sempre ai connazionali dove consumare birra in Italia prima ancora che vino; Gambrinus va sempre a braccetto con Bacco. All’epoca, sul lago di Garda, la presenza sia di turisti sia di residenti tedeschi era così elevata da far costituire un movimento italo-settentrionale per «la salvezza del lago di Garda dall’influenza tedesca»: una questione diplomatica delicata, sulla quale Barth aveva intervistato d’Annunzio in un lungo articolo apparso sul «Berliner Tageblatt» nel 1909.

[continua]

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