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Speciale Metafisica della Biblioteca

Giordano Bruno nella ‘libraria’ di Saint-Victor

Confessioni in biblioteca

di Guido del Giudice

articolo tratto da e per gentile concessione di «la Biblioteca di via Senato», mensile di Bibliofilia e storia delle idee, (n. 108 – settembre 2019)

Non esiste più, fu abbattuta dopo la Rivoluzione francese, ma la biblioteca dell’abbazia di Saint-Victor era una delle più importanti del XVI secolo. Fondata nel 1108 da Guillaume de Champeaux, che vi trasferì le proprie lezioni pubbliche da Notre Dame, l’abbazia era il regno della Scolastica. Come a San Domenico Maggiore, vi dettavano legge i testi di Alberto Magno, Pietro Lombardo e Tommaso d’Aquino. Il suo patrimonio librario, secondo i due cataloghi (uno alfabetico e uno per materie) redatti nel 1514 da Claude de Grandrue, contava circa 1500 volumi tra manoscritti e opere a stampa. Il venerabile canonico aveva diviso i libri in tre sezioni: nella prima erano compresi i testi sacri, nella seconda le opere dei Santi Padri, nella terza quelle di storici, filosofi e oratori. Un altro catalogo ben più famoso, ma burlesco, fu compilato da François Rabelais, che l’aveva frequentata durante il soggiorno parigino. Nel suo capolavoro la immortalò nel capitolo VII del secondo libro: «Come Pantagruele venne a Parigi, e dei bei libri della libraria di Saint-Victor».

Il 6 dicembre del 1585 nella lunghissima sala della biblioteca, disposta al piano terra, tutt’ intorno al grande chiostro, fece il suo ingresso un piccolo monaco dai lineamenti meridionali. Giordano Bruno si trovava in una delle sue periodiche fasi di bassa fortuna. Era da poco ritornato a Parigi, dopo l’avventura londinese al seguito dell’ambasciatore Michel de Castelnau, ora caduto in disgrazia. Aveva trovato un clima del tutto mutato rispetto al suo primo soggiorno, che aveva messo in discussione il prestigio e la posizione di cui godeva a corte. Pur facendo ancora parte dei lettori reali, era stato costretto ad adattarsi a un tenore di vita molto più modesto, trovando ospitalità presso il suo primo editore Gilles Gourbin, nei pressi del College de Cambrai.

Sappiamo come i libri esercitassero su di lui un’attrazione irresistibile. Quale luogo migliore, ove rifugiarsi nella quiete dei suoi studi, di quella biblioteca che tante volte aveva sentito magnificare a corte, nella cerchia degli Italiennes? Si aggirava incantato tra le interminabili file di scrivanie, alle quali i preziosi manoscritti erano legati con catene di ferro. Lo prescriveva la regola dell’abbazia, che affidava all’armarius compiti severi e ben definiti: custodire tutti i libri, esporli e recensirli due o tre volte l’anno, controllandone le condizioni ed eventuali danneggiamenti. La stessa attenzione doveva essere riservata agli scaffali, dove i libri andavano riposti con estrema cura, in modo da non subire deformazioni o contaminazioni. L’abbazia era anche un famoso centro musicale e, solitamente, era il cantore ad assolvere la funzione di bibliotecario. Quello in carica all’epoca si chiamava Guillaume Cotin. Di lui sappiamo che era stato accolto come canonico a Saint Victor nel 1564, un anno prima dell’entrata del Nolano a San Domenico. Lo storico dell’abbazia, Jean de Thoulouze, lo ricorda come uomo di rara erudizione e talmente riservato da non aver mai voluto pubblicare il suo Journal, raccolta di taccuini nei quali annotava con precisione certosina tutti i particolari degli incontri con gli ospiti illustri. Agli inizi del Cinquecento, infatti, per decisione del re Francesco I, la biblioteca era stata aperta al pubblico. Ciò aveva, purtroppo, dato inizio a una vera e propria razzia di libri. Toccante il grido di dolore del de Thoulouze contro coloro che avevano approfittato dell’ospitalità dei religiosi per trafugare preziosi volumi, addirittura con la forza, come «rapaci predoni», per farne un deprecabile commercio. Spesso, infatti, i manoscritti venivano sottratti allo scopo di realizzarne edizioni a stampa e mai più restituiti o distrutti. Vien da pensare che Cotin prestasse più attenzione alle confidenze dei suoi ospiti che alla custodia del prezioso patrimonio librario, visto che il censimento eseguito da Jean Picard nel 1604 accerterà la mancanza di moltissimi esemplari. Tra i doveri del bibliotecario c’era quello di annotare con estrema diligenza a chi, quando e in quali condizioni ogni libro veniva affidato per la consultazione. Sappiamo, perciò, che quello richiesto da Bruno era uno dei suoi preferiti: il De rerum natura di Lucrezio, nell’edizione stampata da Plantin ad Anversa nel 1566, curata da Hubert van Giffen e dedicata allo storico ungherese Johannes Sambucus.

Dotato di una formidabile memoria, Cotin non può certo lasciarsi sfuggire l’occasione di intervistare il famoso italiano che sbalordisce l’uditorio con le sue lezioni di mnemotecnica. In una visita successiva il Nolano gli porterà in dono le opere pubblicate fino ad allora sull’argomento: De umbris idearum, Cantus Circaeus e Sigilli.

La miscela esplosiva tra la curiosità pettegola del bibliotecario e il carattere vulcanico e imprudente del filosofo favorisce l’instaurarsi di un rapporto di confidenza. Il silenzioso scriptorium si trasforma così in un riservato confessionale, in cui lo scaltro Cotin stimola il suo ospite ad aprirsi senza riserve.

[continua]

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