Uomini e Libri

Giampiero Mughini: l’homme à papier

Biblioritratto di un figlio del Novecento

di Massimo Gatta

articolo tratto da e per gentile concessione di «la Biblioteca di via Senato», mensile di Bibliofilia e storia delle idee, (giugno 2020)

«O essere immortali e inespressi

o esprimersi e morire».

Pier Paolo Pasolini, Empirismo eretico

Cerco d’immaginare il perché e il quando di questa lunga, ininterrotta ‘testimonianza’ sulla realtà politica e letteraria del Novecento, non solo italiano. Mi interrogo cercando le coordinate atte a fornirmi il bandolo della matassa di una militanza culturale così corposa e carsica tale da farne quasi una sorta di storia della cultura dell’Italia del Novecento, e dove ‘cultura’ è da tempo termine certamente stantio e incolore ma che ancora si sforza di racchiudere, insieme a pochissimi altri, il senso profondo di quella suggestione di molti anni fa che fu di Eugenio Garin, secondo il quale non si può fare storia dell’editoria senza fare, nello stesso tempo, storia della cultura e delle idee (e vedremo quanto e come c’entrino, in tutto questo percorso biografico, le tante vicende del mondo editoriale). Insomma una faccenda tremendamente complicata a cercare di definire le tracce di un testimone così complesso e stratificato che fin dai primi anni Sessanta draga la realtà culturale del Paese a rintracciarne le vene carsiche che affondano così profondamente in una certa letteratura, in una certa politica, in una certa arte e fotografia, in una certa grafica e design, in un certo erotismo e cucina e musica, e a tirarne fuori un solo, composito affresco pieno di innumerevoli distinti tasselli, apparentemente diversi ma in fondo capitoli di un unico libro, da lui scritto e riscritto senza sosta da decenni. E paradossalmente ‘nascere giornalista’, per Giampiero Mughini (1941), è definizione che in un certo senso lo impaccia, come a limitarne i guizzanti movimenti del pensiero: «Quando mi danno del giornalista, io non mi sento a mio agio perché nel fondo penso di non esserlo mai stato davvero». Ecco il punto. E subito dopo si chiarisce in maniera evidente il perché di tale paradossale ammissione. Perché a lui le ‘notizie’ interessano quando sono ‘adulte di qualche giorno’, e ‘notizia’ è ovviamente termine assai vasto e metafora anche di altro. Ecco perché l’essere adulte di qualche giorno, o di qualche anno o meglio di qualche decennio, rende appunto le notizie, cioè l’insieme della realtà, anche culturale, che ci permea, passibili di uno sguardo non sfuggente o utilitaristico, ma cogente, scrupoloso, e soprattutto ‘aggregante’. Le notizie fresche che il giornalismo mastica ed espelle nel giro di una notte e del mattino seguente non consentono di essere connesse ad altro che a sé stesse, e ‘connettere’, come insegnava T.S. Eliot, è fulcro indissolubile d’ogni possibile e serio agire critico. Ma comunque sia, giornalista Mughini lo è stato e lo è da sempre, fin dagli anni Sessanta con la militanza nella rivista catanese «Giovane critica» (1963-1973), esperienza che lui per primo ha posto al centro della propria crescita intellettuale e politica. A seguire verranno, tra tante altre, quelle di «Astrolabio», diretto dal siciliano Mario Signorino, del «Manifesto», di «Alternativa», di «Paese Sera», di «Mondoperaio», e poi la lunga e appassionante stagione di «Panorama» e in ultimo de «Il Foglio» di Giuliano Ferrara, per dirne solo di alcune, da lui stesso minuziosamente ripercorse nel recente Memorie di un rinnegato (2019), che potrebbe considerarsi a tutti gli effetti il volume che chiude e definisce la sua intera parabola culturale, perché in esso si celano indizi profondi di tutto quello che, all’interno dell’impegno strettamente giornalistico e politico, consentirà all’autore approfondimenti culturali di notevole ampiezza che ci riportano a quel verbo-concetto centrale dal quale siamo partiti: ‘connettere’. E il secolo al quale Mughini ha essenzialmente rivolto la propria scrupolosa attenzione critica, politica, letteraria o artistica o di costume, non poteva che essere il Novecento.

Ma agli anni Settanta e ai primi Ottanta appartengono anche una serie di volumi che meglio definiscono il Mughini giornalista politico-culturale: l’antologia Il revisionismo socialista (1955-1962), da lui curato nel 1975, Il piccolo sinistrese illustrato (1977) scritto insieme a Paolo Flores d’Arcais, Gli intellettuali e il caso Moro (1978), l’interessante e ‘scandaloso’ reportage televisivo Nero è bello (Raidue, 4 dicembre 1980), fino a quel Compagni, addio (1987) che celebra come un epicedio la sua militanza nella sinistra, per giungere una manciata d’anni dopo al momento di cesura tra un ‘prima’ e un ‘dopo’, avvenuta come vedremo nel 1991, quando appunto lo sguardo sul Novecento politico e letterario, ma anche di costume, si fa più acuto e cogente, ma anche più rischioso, mettendo in campo tutta una serie di ‘letture in forma di libro’, o come più mi piace chiamarli ‘testimoni a stampa’, che giungono fino ai nostri giorni, attraverso i quali Mughini è riuscito nel compito assai complesso di fare interagire osmoticamente la letteratura del Novecento e la politica (dal Ventennio alla seconda Repubblica), l’arte e il design, la grafica e il cartellonismo, la cucina e la musica, le avanguardie storiche e il Sessantotto, l’erotismo, la fotografia, l’architettura, la lotta armata, il cinema e il costume degli anni Settanta, insomma una forma di costruzione piranesiana vorticosa e complessa ma sempre funzionale allo scopo, che attraverso i molteplici ‘capitoli’ di un unico libro ha tentato di documentare in forma autoriale ‘l’invenzione del Novecento’ (dal titolo di un suo libro del 2001 assai bello e quasi sconosciuto, dedicato alla casa editrice fondata ai primi del Novecento da Attilio Vallecchi), un secolo complesso quant’altri mai. Quel momento di cesura tra un prima e un dopo credo di poterlo tranquillamente identificare nella sua biografia intellettuale di Telesio Interlandi e della coeva generazione romana degli anni Trenta, che Mughini pubblica nel gennaio del 1991 (ma il finito di stampare lo colloca ancora nel dicembre 1990), A via della Mercede c’era un razzista, il cui sottotitolo costituisce come il promemoria per tutto quello che a partire da questo libro Mughini tirerà fuori, in svariate declinazioni, negli anni a venire: Pittori e scrittori in camicia nera. Un giornalista maledetto e dimenticato, lo strano “caso” di Telesio Interlandi). Questo suo libro, altrettanto ‘maledetto’ e ‘dimenticato’ come fu quell’Interlandi di cui raccontava le vicende, quasi subito scomparve dal mercato, diventando per anni un fantasma bibliografico, fortunatamente ristampato quasi 30 anni dopo, con una nuova introduzione dell’autore dall’emblematico titolo Storia di un libro poco piacione, e al quale rimando per capire fino in fondo quanto costò a Mughini l’essersi interessato a un soggetto così poco à la page, per usare un eufemismo, come Interlandi & Co.

Per la verità già un anno prima, e cioè il 21 gennaio del 1990 su «Storia illustrata», supplemento di «Epoca», usciva un pioneristico e documentato articolo, L’affaire Interlandi, che partiva dalle suggestioni che Leonardo Sciascia per primo (scrittore al di sopra di ogni sospetto) aveva avuto per la storia politica e biografica di Interlandi (al quale avrebbe voluto dedicare un libro, che la morte gli impedì di portare a termine), e nel quale Mughini è come se iniziasse quelle grandi manovre di avvicinamento politico-culturale a un periodo della nostra storia recente così centrale e dal quale – è mia opinione – si dirameranno negli anni a seguire gran parte delle altre testimonianze a stampa del Nostro. Un libro che tra parentesi buttava a mare tutta una serie di discutibili argomentazioni, alcune nate da intellettuali di primissimo piano a partire da Croce e per finire con Bobbio, secondo le quali durante il Ventennio non si fece praticamente cultura. Un trio di siciliani (Interlandi, Sciascia, Mughini) in fondo accomunati in questo tentativo, conscio e inconscio, di ridisegnare un periodo seguendo quelle che erano delle evidenze storico-culturali indiscutibili, e che solo una miopia sterile e faziosa aveva potuto negare. La riflessione su Interlandi e la sua generazione sarà pertanto costante, scandendo un interesse che si dipanerà in altre direzioni ma che al centro conserverà sempre l’idea di fondo della centralità culturale propria di quella generazione di intellettuali e scrittori e artisti, al netto delle scelte e delle posizioni politiche e che, per Interlandi in particolare, ebbero l’aggravante del razzismo come direttore del famigerato periodico «La difesa della razza», nato a supporto delle leggi razziali fasciste del 1938. Un interesse che lo condurrà ad approfondire ulteriormente il personaggio Interlandi nel 1998, scrivendo La figura di Telesio Interlandi, nell’ambito del convegno Telesio Interlandi: il giornalista, l’intellettuale, lo scrittore, organizzato a Chiaramonte Gulfi, città natale del giornalista fascista, e i cui Atti oltre che essere misteriosamente scomparsi quasi subito dalla circolazione, sono ancora oggi irreperibili. Un anno prima era tornato sul tema scrivendo di Vinicio Paladini futurista immaginista e figura centrale dell’avanguardia romana degli anni Trenta, sodale dello stesso Interlandi, in un breve scritto per il catalogo a lui dedicato dai fratelli Bruno e Paolo Tonini (L’Arengario).

In quell’occasione Mughini ricordava come la sera del 25 luglio 1943, appena arrivata la notizia della destituzione di Mussolini, momento epocale della nostra storia novecentesca, una folla inferocita avesse saccheggiato, distrutto e incendiato la redazione del giornale di Interlandi «Tevere», dando alle fiamme documenti e quant’altro, compresa l’insegna ideata e disegnata dall’amico razionalista Paladini; ricordo che quando lessi questo, nella prima edizione del ’91 del libro di Mughini, pensai subito che se qualcuno si era preso la briga di rievocare questo particolare, apparentemente marginale e secondario, costui era di certo qualcuno che la sapeva lunga, un testimone di assoluto rigore e che, come poi ebbi conferma negli anni a seguire, era capace di una acribia documentaria di prima mano a sostegno di ciò che scriveva, ciò che rende i libri del giornalista catanese strumenti di lavoro di indubbio interesse anche bibliografico. Alcuni anni fa, nel corso di una mia conversazione con Mughini, pubblicata sulla rivista «Colophon» (Dei luoghi di perdizione. Un dialogo con Giampiero Mughini sui libri e il collezionismo, n. 21, 2006, pp. 26-29), ingenuamente gli chiesi del perché non avesse ancora scritto della Roma artistico-letteraria del primo Novecento; ingenua perché diede agio a Mughini di rispondere com’era logico che facesse, e cioè: «Ma l’ho già fatto, proprio con il libro su Interlandi».

[continua]

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