Volumi

Fra l’ordine e il disordine dei libri. Riflessioni su una questione metafisica

di Massimo Gatta

articolo tratto da e per gentile concessione di «la Biblioteca di via Senato», mensile di Bibliofilia e storia delle idee, (marzo 2020)

Nel suo recente pamphlet «altamente metafisico», dedicato a ‘come ordinare una biblioteca’ (verbo, peraltro, polivalente e alquanto ambiguo: si possono ‘ordinare’ libri su Amazon, ma anche ‘mettere ordine’ nella propria biblioteca) Roberto Calasso, richiamando Kant, scrive in apertura: «Come ordinare la propria biblioteca è un tema altamente metafisico. Mi ha sempre meravigliato che Kant non gli abbia dedicato un trattatello. Di fatto potrebbe offrire una buona occasione per indagare una questione capitale: che cos’è l’ordine. Un ordine perfetto è impossibile, semplicemente perché c’è l’entropia. Ma senza ordine non si vive. Con i libri, come per tutto il resto, occorre trovare una via tra queste due frasi». Nata come lectio magistralis alla Fondazione Cini di Venezia, questa incursione nel campo dell’ordine e del disordine metafisici in ambito librario è stato poi pubblicata a beneficio di soli 500 lettori, condensando nelle sue 66 pagine gran parte delle teorie biblioteconomiche, bibliofile, editoriali e bibliografiche del celebre editore.

Del resto il fondatore di Adelphi già in passato si era dilungato, in una intervista, circa «l’ordine geologico» attraverso il quale amava disporre i propri libri («un’idea molto poetica e molto personale ma che richiede una biografia come quella di Calasso, che è unica», come ha scritto Ambrogio Borsani): «La mia biblioteca è un insieme geologico: i vari strati corrispondono ai libri che ho scritto (anche a quelli non pubblicati) e a passioni che si sono succedute. I libri sono disposti in diversi studi, nella mia abitazione (una casa settecentesca nel centro di Milano), ma anche in altri due appartamenti e in casa editrice, dove sono a disposizione di tutti i collaboratori», e ancora: «Il miglior ordine, per i libri, non può che essere plurale, almeno altrettanto quanto la persona che usa quei libri. Non solo, ma deve essere al tempo stesso sincronico e diacronico: geologico (per strati successivi), storico (per fasi, incapricciamenti), fisiologico (connesso all’uso quotidiano in un certo momento), macchinale (alfabetico, linguistico, tematico)», e formando quello che l’autore iconograficamente definisce «un ordine a chiazze». Questa doppia lettura è quindi fonte di molteplici suggestioni che ruotano, non casualmente, intorno ai concetti di entropia e disordine, e applicarli all’universo librario sembra una modalità perfetta, considerata la complessità storica dell’argomento: come (e perché) organizzare una biblioteca privata, diventando quei «cavalieri dell’Ordine degli scaffali», e tenendo presente che una biblioteca privata è una raccolta unitaria caratterizzata da una «involontaria confessione».

Fin dall’antichità gli uomini si sono interrogati su come dare un ordine ai libri, fossero per uso pubblico o privato. Ad Alessandria gli innumerevoli rotoli di papiro della biblioteca fondata nel III secolo a. C. dal generale macedone Tolomeo I, che aveva servito sotto Alessandro Magno, erano ben arrotolati sugli scaffali, coi cartellini del titolo che, dall’estremità visibile, pendevano come lingue arse dal caldo perché chi li voleva leggere potesse trovarli agevolmente. Fu questo il capolavoro di Zenodoto di Efeso, che sistemò in rigoroso ordine alfabetico quell’immenso patrimonio, mentre Callimaco di Cirene si occupò in seguito di catalogarli. Entrambi già dentro l’ossessione per l’ordine perfetto. Poi è cambiata la forma: rotolo, tavoletta, codex, volumen, libro, eBook, ma l’esigenza è rimasta la stessa di allora. L’horror vacui regna sovrano. Il timore di perdere e non ritrovare i libri (i propri come quelli di altri) è forse la conseguenza del terrore di perdersi e non più ritrovarsi? Questa potrebbe essere stata l’esigenza primaria per ordinarli, catalogarli, collocarli, trovarli e ritrovarli che con ostinazione gli uomini hanno perseguito nei secoli. Oltre a quella, cristiana e assai encomiabile, di conservarli con cura e perseveranza nelle silenziose biblioteche conventuali medievali inaccessibili a chiunque, sebbene anche lì l’ordine lasciasse un poco a desiderare, ma preservandoli comunque da furti e saccheggi.

Come ricordava Stephen Greenblatt solo per la sua ostinazione e una certa fortuna Poggio Bracciolini riuscì a scoprire, nell’inverno del 1417 in un monastero tedesco, l’unica copia sopravvissuta del lucreziano De rerum natura, che grazie alla cura ostinata di quei monaci, e alla ossessiva fame di cultura dell’umanista toscano, è poi giunto fino a noi. Quei bravi e solerti monaci bibliotecari non sapevano quasi mai cosa conservassero davvero le polverose biblioteche di cui erano silenziosi custodi, ma lo conservavano comunque con amore e ostinazione, con ‘compassione’. Nell’ancestrale paura dell’uomo, ‘perdere e scomparire’ sono diventati sinonimi, termini sovrapponibili. L’uomo ‘scompare’ soltanto per poco, come il Wakefield di Hawthorne, o si ‘perde’ del tutto, come il Bartleby melvilliano? E ciò che si perde può ritornare? E dove? Insomma traffichiamo sempre, più o meno, coi massimi sistemi, anche quando parliamo di calcio o di libri. Una bella mazzata all’esigenza di mantenere in perfetto disordine i propri libri la diede Gabriel Naudé nel 1627, col suo celebrato Advis, (in particolare il capitolo VII) sorta di ‘Manifesto Supremo dell’Arte Istruttiva per Allestire (dresser) adeguatamente una Pubblica Biblioteca’. Le sue rigogliose 167 pagine di purissimo esprit philosophique (che poi è tutta qui la questione, nella lettura en philosophe delle cose), non lasciano scampo all’improvvisazione, al tanto per fare di calviniana memoria. Questo è stato un modello, un canone che rende la vita impossibile a chi nel suo piccolo si assume al contrario l’arduo compito di guardare le cose da una prospettiva rivoluzionaria, paradossale, impossibile, antieconomica e dispersiva. Sparigliare le carte, è proprio il caso di dire. Il posto giusto dei libri è diventato metafora del posto giusto di ognuno di noi nella vita, nella propria realtà, piccola o grande che sia. Essere un uomo a posto, insomma; non fuori luogo.

Da studente andavo sempre fuori tema, e sarà stata forse quell’esperienza ad avermi convinto dell’importanza e bellezza anche delle periferie, dei bordi, dei confini delle cose e degli ambienti. Luoghi come la biblioteca di casa nei quali l’entropia sembra dilatarsi, l’ordine iniziale che inizia a vacillare, lasciando sempre più spazio a un caos prima controllato poi sempre più spiazzante. Il disordine che sembra fiancheggiare quell’antico disegno ordinato di spazi e volumi, per poi perdere progressivamente il suo ‘ardore’, e infine soccombere. Dei margini e dei marginalia, come sempre; oppure della bellezza misteriosa del perdere, cioè del consentire alle cose di scomparire, come una forma collaterale di compassione.

[continua]

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la Biblioteca di via Senato - marzo 2020

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