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Curzio Malaparte e il ‘poeta’ Contini

Un carteggio per «Prospettive»

di Antonio Castronuovo

articolo tratto da e per gentile concessione di «la Biblioteca di via Senato», mensile di Bibliofilia e storia delle idee, (n. 108 – settembre 2019)

Non ero francamente al corrente di un Contini poeta, se non per vaga notizia, fin quando non m’imbattei nel 1997 in suoi versi su «Microprovincia», la bella rivista diretta a Stresa dall’amico Franco Esposito. A far ordine nella materia giunse poi Pietro Montorfani, che nel 2010 curò un’edizione di tutte le poesie edite di Contini, arricchita da una capillare ricostruzione storica, editoriale e linguistica. Poco tempo dopo, su «Belfagor» del maggio 2011, lessi un ampio cenno critico redatto, con amabile stile narrativo, da Giulio Ungarelli: fu sufficiente a sollevare una curiosità che ha di recente trovato ulteriore stimolo, quando ho potuto visionare un carteggio che fa riferimento proprio a quella produzione continiana.

Per un critico letterario della stazza di Contini, quella poetica fu attività apparentemente marginale (ma non secondaria, come oggi sappiamo, nell’economia del suo sentire), un’attività che si sarebbe propagata soltanto nel cerchio delle amicizie più strette se Malaparte, nel 1939, non lo avesse invitato a pubblicare alcune liriche in «Prospettive», il mensile di letteratura e arte che Curzio aveva fondato nel 1937 e che restò in vita fino al 1943 (con l’effimera coda di un numero unico a inizio 1952). Fu, quello di Malaparte, un periodico di orientamento ambivalente – incline ai valori strapaesani che egli aveva condiviso collaborando al «Selvaggio» di Maccari, ma aperto alle nuove esperienze letterarie europee – e tuttavia capace di attirare una schiera di magnifiche firme: Alvaro, Anceschi, Bacchelli, Bontempelli, Debenedetti, Alfonso Gatto, Landolfi, Luzi, Montale, Moravia, Saba, Savinio e Sinisgalli, per citarne alcune. Una rivista che si mosse tra cultura fascista, europeismo e letteratura e che partecipò al dibattito su ermetismo e antiermetismo, dedicò numeri al surrealismo e all’esistenzialismo (soggetti invisi al regime e che Malaparte indagò ancor prima di Sartre), alla critica letteraria e alle traduzioni: una vera ‘officina’ che mette bene in luce quanto Malaparte fosse – nel clima del periodo fascista – intellettuale dissenziente.

E nel fascicolo del 15 novembre 1939 ecco apparire cinque liriche di Contini, risalenti a diversi anni di composizione: Trasfigurazione di un liceo (1936), Testa sul fiume (poesia d’amore) (1936), Elegia del moto perpetuo (1939), Canzone ritardata per la Direttissima di Bologna (1938) e Frammenti della paura (1939). Malaparte aveva colto il substrato autobiografico di quei versi, aveva capito quanto degno del titolo di poeta fosse il giovane critico, all’epoca ventisettenne, e si fece suo primo editore, lungo quegli anni Trenta che giocarono per Contini un ruolo decisivo di formazione intellettuale e umana. In particolare, proprio il 1939 fu l’anno che vide la pubblicazione della sua edizione critica delle Rime di Dante e degli Esercizi di lettura sopra autori contemporanei. Ma fu anche l’anno in cui scoppiò la seconda guerra mondiale, con tutto quel che ne derivò in fatto di presa di posizione degli animi all’evento.

Piacquero quelle poesie? Di certo scossero la sensibilità di due lettori d’eccezione. Poco dopo la diffusione della rivista reagì positivamente Montale, che in una lettera a Contini del 24 novembre 1939 comunicò il proprio entusiasmo: «… è una bella sorpresa per me […] vedere le tue poesie in “Prospettive”. Finora mi sono piaciute di + le prime 2, forse perché + chiare a una prima lettura. Ma avrò bisogno di qualche schiarimento, p. es. sul legno di perigliose schegge. Per ora diranno che son le poesie di un critico (ma che vuol dire? E Sainte-Beuve?) ma molti si morderanno la coda. Ti rileggerò, ti rileggerò…».

Anche Gadda vide le poesie ed ebbe positiva reazione in una lettera del 31 dicembre 1939: «Intanto su “Prospettive” ho veduto, ma devo rileggerle e assaporarle meglio, le tue “Cinque poesie”. Mi congratulo con Malaparte di aver accolto o meglio scovato simile primizia: ti sapevo, da tua confessione, intriso nel peccato: ora ne conosco le dimensioni: ma, se non ti spiace, parleremo a voce delle “Cinque” troppo sendo lungo il dirne; e qui non ci sta».

Contini aveva cominciato a fare versi nei primi anni Trenta – sui vent’anni d’età – in maniera sotterranea, ma fu poi poeta per tutta la vita e sempre in maniera dissimulata; fece assumere dimensione pubblica ai propri versi solo dal 1939 al 1950 (dopo «Prospettive», altre liriche apparvero o in sedi pubblicistiche – come un almanacco diretto da Pino Bernasconi – o in volumi di terzi). Ma il grosso della produzione poetica restò – per volontà dell’autore – inedita, e quel che dunque oggi vediamo è solo una piccola parte. La massa delle poesie compiute, e rimaste inedite, dovette essere rilevante se nella famosa conversazione con Ludovica Ripa di Meana, quand’ella chiese cosa ne pensava delle sue poesie e perché non pubblicava gli inediti, Contini rispose:

Posso confessarle che mi ritengo non-poeta all’anagrafe, soltanto per pigrizia. Io non mi sono mai applicato a scrivere poesie per esercizio, sennò in fondo potevo essere uno come tanti altri; non il migliore del tempo, ma non dei peggiori. Non tutto è stato pubblicato, naturalmente, e non saprei dir bene perché a un certo momento ho licenziato delle poesie: quelle, poi alcune altre, così, accidentalmente. Ma ne ho altre… ho seguitato a scriverne. […] Vede, è un po’ difficile dire perché ho pubblicato delle poesie; altrettanto difficile è dire perché non ho pubblicato delle poesie. Mah! Ci sono delle necessità non sondabili, mi sembra… insomma, io rivendico la parte di irrazionale nelle mie indecisioni…».

Che poi fosse rimasto poeta lungo la vita lo prova la risposta alla domanda in cui l’intervistatrice chiede se ancora stava scrivendo poesie: «Occasionalmente. L’ultima è di due anni fa». Essendo la conversazione del 1988, il riferimento è alla metà degli anni Ottanta: Contini aveva insomma scritto la sua ultima poesia verso il 1986. Per un uomo che si staglia come monumentale figura di critico, cinquant’anni di scrittura in versi sono sorprendenti.

La valutazione critica di queste poesie è stata compiuta da Montorfani e altri: non è questa la sede per riassumerne i tratti. Vale però accennare al fatto che non meraviglia un Contini poeta, dato che egli credeva nel principio di autonomia del testo letterario, nel fatto che si crea e pensa mediante il linguaggio, che esiste una coincidenza tra espressione e conoscenza. In altri termini: se operare sul corpo vivo del linguaggio equivale sempre a un acquisto conoscitivo, il Contini poeta che affianca il Contini critico è giustificato: ogni genere di creazione porta conoscenza, e dunque anche fare poesia è conoscere, anche esprimere in versi è conoscere.

Interessa invece notare che, pur esistendo studi critici sulla poesia continiana, ignoto è lo scambio epistolare tra Contini e Malaparte, fascicolo di missive oggi custodito nell’Archivio Curzio Malaparte acquisito dalla Biblioteca di Via Senato. È una distesa di materiali su cui lo sguardo si perde, a meno che non ci si ponga il compito di concentrarsi su singoli punti, come il pacchetto di diciassette lettere che Contini e Malaparte si scambiarono, soprattutto in quei mesi di ottobre e novembre 1939 in cui nacque l’idea di pubblicare le poesie. Vi emergono i primi passi di una collaborazione che infine si concentrerà su quelle cinque poesie, come anche alcune notizie biografiche e dichiarazioni di poetica che si aggiungono a quel che già sappiamo sull’origine dei versi continiani.

[continua]

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