SCRITTORI

Carlo Goldoni avvocato veneto

Le commedie di un pessimo uomo di legge

di Antonio Salvatore

articolo tratto da e per gentile concessione di «la Biblioteca di via Senato», mensile di Bibliofilia e storia delle idee, (gennaio 2020)

Dopo la decadenza del Seicento, la produzione editoriale e il commercio librario conobbero, nella Repubblica di Venezia, un periodo aureo, che raggiunse i suoi vertici tra il 1735 e la metà del secolo, per poi declinare nuovamente. A Venezia, Andrea Galland (1709-1780) mise in opera una produzione editoriale pubblicando testi patristici; nei domini di terraferma fiorirono gli studi archeologici e di antichistica sotto il magistero di Scipione Maffei (1675-1755) a Verona, quelli storici e linguistici dei professori del seminario e dello Studio a Padova.

Per quanto riguarda l’erudizione storico letteraria, a Padova Giovanni Antonio Volpi (1686-1766), assieme al fratello abate Gaetano (1689-1761) – autore dell’opera Varie Avvertenze Utili, e necessarie agli Amatori de’ buoni libri (Padova, 1756) – fondò un’azienda tipografica affidata alla direzione tecnica di Giuseppe Comino (fine secolo XVII-1762), i cui prodotti furono apprezzati in tutta Europa per eleganza formale e correttezza filologico-testuale.

Nel Viaggio in Italia Goethe descrisse vivacemente la zona lungo le Mercerie, dipingendola come una teoria di botteghe librarie, luoghi di incontro per letterati, studiosi e scienziati italiani e stranieri, centri di scambio culturale, al punto da considerarle alla stregua di biblioteche pubbliche.

Venezia, in quegli anni, si trovava all’apice della propria magnificenza e va notato come le leggi suntuarie veneziane, dalle più antiche del 1299 sino a quelle vigenti alla fine della repubblica nel 1797 – sulla cui corretta applicazione vigilava il Magistrato alle Pompe – pur regolando minuziosamente il lusso negli arredamenti all’interno dei palazzi privati, controllando persino spazzole e cuscini, non allusero mai al collezionismo librario, antiquario o artistico. Le collezioni, infatti, erano concepite come patrimonio collettivo, da esporre a una platea selezionata di fruitori e non furono mai soggette ad alcun tipo di restrizione.

In particolare vi erano quattro categorie di biblioteche: la ‘ego biblioteca’, polarizzata attorno a un proprietario, in cui la fisicità del luogo consisteva in un unico scaffale, una scrivania e uno studiolo, come quella del Magistrato dei Savi Marco Morosini, scomparso nel 1441, che possedeva una biblioteca di argomento giuridico, e quella del senatore Andrea Valier (1615-1691), che compilò un catalogo della propria biblioteca; la ‘biblioteca condivisa’, a uso e circolazione tra i soci di un accademia o di amici (‘uso dei libri et amicorum’, inventato a Venezia nel tredicesimo secolo), come quella del senatore Girolamo Molin (1500-1569), modello di matrice umanistica destinato a scomparire nel corso del Cinquecento; la ‘biblioteca familiare’, collocata nel palazzo dominicale, usata dai membri della famiglia (ma anche da amici e utenti aggregati, anche se senza voce in merito all’acquisto dei libri), tramandantesi da una generazione all’altra, come quella del Procuratore di San Marco Angelo Morosini (1629-1692). Infine, il quarto modello, il più praticato nel Settecento, la ‘biblioteca museo’, dove, a beneficio di diversi utenti, i libri vengono esposti per motivi di visibilità culturale o come emblema di erudizione, attraverso la loro esposizione museale e in cui occorrono una pianificazione e organizzazione amministrativa pari a quelle di una biblioteca pubblica: scelta del locale, cura dell’ambientazione museale, assunzione di un bibliotecario e, infine, acquisto ordinato di libri. Per un esempio di quest’ultima categoria, si può pensare alla biblioteca di Lodovico Manin (1726-1802), ultimo doge di Venezia, con i suoi tremilacinquecento titoli.

Tornando al campo dell’editoria, è da ricordare il sodalizio commerciale tra Giambattista Pasquali (1702-1784) e il console britannico Joseph Smith (1674-1770), collezionista raffinato di quadri, disegni, manoscritti e libri antichi, con una particolare predilezione per le aldine, che affidò a Pasquali l’incarico di sopraintendere alla stampa nella tipografia presso la quale furono licenziate le splendide edizioni decorate dalla mano di Antonio Visentini (1688-1782). Lo stesso Visentini autore, anche, della celeberrima marca editoriale di Pasquali, raffigurante Minerva nell’atto di porgere un libro, con il motto La felicità delle lettere. Nel catalogo Pasquali si trovano diversi scritti illuministi, molte opere di Ludovico Antonio Muratori (1672-1750), nonché l’opera – quasi dimenticata ai nostri giorni, ma che ai tempi ebbe la fama e l’importanza del celebre Dei delitti e delle pene di Cesare Beccaria – Del Congresso notturno delle lammie (1749) dell’abate illuminista Girolamo Tartarotti (1706-1761), in cui (pur sostenendosi e ammettendo l’arte magica) si combatteva la superstizione circa l’esistenza delle streghe e del patto con il demonio e si perorava la non applicazione della pena di morte agli inquisiti per stregoneria.

Carlo Goldoni scelse proprio Pasquali per l’edizione delle proprie opere da lui direttamente promossa e finanziata.

L’occasione di questo articolo è data dal reperimento del volumetto di Mario Cevolotto Carlo Goldoni Avvocato Veneto. L’opera ripercorre l’esperienza professionale di Goldoni tenendo come base le Memorie italiane (1762) e la definitiva versione francese dei Mémoires de M. Goldoni, pour servir à l’histoire de sa vie, et à celle de son theatre (1784-1787) in cui Goldoni narra la propria esperienza di avvocato. Una professione, sostiene Goldoni, svolta senza soluzione di continuità, in principio a Venezia, presso lo studio di Paolo Indric, uno dei migliori procuratori della curia veneziana, poi a Pavia, nello studio dell’avvocato Lauzio e, dall’autunno del 1744 fino alla Pasqua del 1748, a Pisa, allorché – come informa nei Mémoires – decide di prendere congedo dai giudici e dai clienti pisani, definisce alcune cause già avviate, cede ad altri quelle che non può concludere e chiude un periodo che definisce «facile e lieto».

Goldoni, oltre che commediografo, scrittore e librettista, fu anche avvocato e tenne molto a esibire in pubblico le proprie qualifiche professionali di doctor iuris dello Studium padovano e di avvocato veneto, tanto è vero che le edizioni delle commedie recano, sui frontespizi, il titolo Commedie di Carlo Goldoni Avvocato Veneto.

Il breve scritto di Cevolotto è da annoverare – nel panorama degli studi e delle pubblicazioni dedicate a Goldoni avvocato – tra quelli di stampo dilettantesco, come di frequente è avvenuto nel caso in cui a occuparsene sono stati giuristi pratici (come appunto Cevolotto) o storici del diritto: scritti nei quali non si va oltre l’aneddotica o la nota di colore.

Conclusa la narrazione degli studi intrapresi dal Goldoni, Cevolotto dedica ampio spazio all’analisi della Commedia L’avvocato veneziano, la cui trama può essere rapidamente riassunta. Trascorsi dieci anni di matrimonio senza figli, un nobile di Rovigo aveva adottato una delle figlie di un amico mercante, donandole qualche tempo dopo tutti i propri beni. La moglie gli aveva poi dato un figlio e la donazione non era stata revocata. Dopo vent’anni dalla nascita del figlio, il donante moriva senza lasciare testamento e senza nulla disporre in merito alla donazione. Fatta valere la donazione dalla figlia adottata, il figlio del donante, assistito dall’avvocato veneziano Alberto Casaboni, ne domanda la revocazione, alla quale la donataria si oppone servendosi del legale bolognese dottor Balanzoni.

[continua]

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